Anche io, come
@isola74 ero partito scettico: intorno a
Va dove ti porta il cuore c'è un'immeritata aura di banalità.
L'ho letto e sono rimasto sorpreso: ci sono riflessioni importanti e c'è una genuinità di fondo, da parte dell'autrice, che regala molti spunti di riflessione sulla vita di chiunque, sul rapporto tra genitori e figli in entrambe le direzioni, sulla condizione delle donne. Naturalmente riflessioni filtrate dalla soggettività dei personaggi, come è giusto che sia.
Lo consiglio sicuramente agli uomini che vogliano confrontarsi con vari aspetti della vita femminile a cui questo romanzo in forma epistolare può iniziare "dall'interno" essendo la voe narrante una signora anziana e l'autrice una donna.
Ho una
domanda su qualcosa che non riesco a capire: alla fine del capitolo 1 dicembre, per me a pagina 92, Olga dice che ha distrutto tre vite dicendo una bugia. A quale bugia si riferisce? Perché a me pare, invece, che il suo grave errore fu di rivelare la verità a sua figlia, in un momento di tensione, riguardo al suo vero padre. Questa però non era una bugia: era la confessione di una verità nascosta fino a quel momento.
Mi permetto di avanzare una
critica.
Se confronto questo romanzo con
La storia di Elsa Morante, io noto subito come in
Va dove ti porta il cuore la protagonista sostiene dei principi di saggezza condivisibili che però lei stessa, per come emerge dalla trama che narra alle lettere alla figlia, disattende grandiosamente.
Verso la fine sostiene l'importanza di assumersi le responsabilità delle proprie azioni, e infatti così pare fare, con onestà, molto spesso. Lei stessa confessa alla nipote gli errori che ha compiuto come madre e nonna, anche se forse non altrettanto come figlia e moglie.
È solo apparente.
Non è vero.
Emerge, invece, una mostruosa superficialità di visione, in Olga, pur dopo 30 anni dalla morte di sua figlia, per non prendersi affatto le responsabilità di
legare i suoi comportamenti e le sue scelte come
cause importanti all'origine dei sentimenti di rancore, odio e rifiuto che sua figlia e sua nipote nutrono per lei, le critiche che con astio e rassegnazione le rivolgono, e dei loro comportamenti autodistruttivi.
Confessa, sì, i suoi errori, ma poi non li lega: non li inquadra come cause, origini, del dolore che hanno propagato intorno a lei.
Eppure, proprio all'inizio, accenna al detto che le colpe dei nonni e dei padri cadono su nipoti e figli.
Quindi afferma a parole importanti saggezze, come la catena familiare del "male" volendolo chiamare così, e come è importante guardarsi nel cuore e sentirsi artefici o almeno parti in causa del proprio destino e del destino delle persone che ci circondano, e poi, precisamente quando potrebbe, da personaggio, illuminarci su queste profonde dinamiche sentimentali e esistenziali, semplicemente non mette in atto quello che ha - giustamente - predicato il personaggio stesso, rendendolo un manifesto disatteso dall'autore stesso del proclama.
La cosa interessante, è che questa ipocrisia è esattamente quello che le rinfacciano sua figlia e sua nipote, ovvero che è lei a vivere di slogan e ipocrisia "borghese" direbbe la figlia nel '68, o che usa parole romantiche quando il cuore è solo un muscolo, direbbe sua nipote.
Eppure, da parte della protagonista, queste critiche non sono affatto ascoltate: le riporta solo nel contesto apologetico di mostrare come lei abbia sofferto quando le furono mosse senza prenderle in considerazione e legarle alle proprie azioni.
Lampante, nel finale, il momento in cui dice a Ilaria, sua nipote: "
a un certo punto della tua infanzia ti ho trascurata, ho avuto una grave malattia. Adesso, però, sto bene: possiamo discuterne e ricominciare da capo?"
Sua nipote risponde: "
adesso sono io a stare male." e da qui Olga conclude che la nipote "faceva il possibile per incrinare la felicità che io stavo raggiungendo e che aveva deciso di essere infelice."
La negazione lampante di non legare il proprio comportamento alle reazioni, personalità e scelte della nipote è evidente.
Sarebbe come se avesse detto: per mia distrazione da bambina hai avuto un'incidente che ti ha paralizzata, ma adesso starò più attenta: facciamo una corsa insieme? Come se l'odio e il rancore e l'instabilità di carattere degli altri due personaggi non avessero nulla a che vedere con le azioni e le scelte che lei ha fatto, e che basta riconoscere i propri errori che, magicamente, se ne cancellano le conseguenze, si emenda il pssato e si riscrive la storia.
Questo slegamento rende estremamente carente il romanzo di un'analisi profonda dei personaggi e dell'intreccio delle loro storie e lascia il sospetto che l'intento principale sia apologetico, se non forse, perfino sadico: nel voler lasciare il peso di trovare tutto questo alla nipote solo quando la nipote non potrà più rispondere, replicare e nemmeno rimediare. Così condannandola a vivere di rimpianti, pentimento; o, per sopravvivere a questa madre/nonna e al campo minato di questo diario postumo, inaridirsi del tutto: e non poter avere un cuore che indichi nessuna direzione. Di questa linfa profonda che lega le tre protagoniste, la Tamaro non fa menzione.
Mi pare invece che la Morante sappia evitare il tranello di far affermare ai personaggi principi che loro per primi disattendono grandiosamente, e quindi faccia un ritratto umano, oltre che storico, non solo genuino nel senso di ingenuo, ma anche, invece, più onestamente umano.