Ci sono libri che si leggono con la mente, libri che si leggono col cuore e libri che si leggono con i piedi, camminando per i luoghi in cui sono nati. Per chi è di Ferrara, Una notte del '43 di Giorgio Bassani non appartiene alla categoria della finzione narrativa: è carne, pietra, memoria viva e ferita aperta.
È una pietra d'inciampo.
Il racconto di Bassani ricostruisce con la precisione di un bisturi l'eccidio del 15 novembre 1943, quando dieci cittadini furono prelevati, portati davanti al muretto del Castello Estense e fucilati dalla violenza fascista per rappresaglia. Ma la forza straordinaria di questa pagina di letteratura sta nel fatto che trascende il libro di storia: Bassani ha raccontato l'eccidio attraverso gli occhi di Pino Barilari, il farmacista paralizzato che dalla finestra della sua casa in Corso Martiri assiste in silenzio alla fucilazione. Attraverso il suo sguardo impotente e complice, l'autore descrive il punto esatto in cui l'orrore si è impresso per sempre nell'anima della città e la rimozione collettiva che ne è seguita. [Nota a margine, fino a qualche decennio fa, in quel punto esatto di fronte al muretto dell'eccidio c'era davvero una farmacia].
I ferraresi "doc" lo sanno senza bisogno che nessuno glielo spieghi. C'è un codice non scritto che si tramanda di generazione in generazione. Me ne accorsi da bambina, quando la domenica era un rito fatto di cose buone e familiari: la mia mano in quella di mio padre, il cabaret di paste preso da Bida in via Mazzini, poco dopo i cancelli del ghetto, la passeggiata in via Cortevecchia per comprare i semi da dare ai piccioni in Piazza Duomo, e poi la sosta a costeggiare il fossato del Castello per guardare le carpe giganti e i pesci gatto che nuotavano nell'acqua scura. Eppure, arrivati in corrispondenza del marciapiede dell'eccidio, accadeva sempre la stessa cosa: mio padre mi faceva attraversare la strada. Quando gli chiesi il perché, mi rispose semplicemente che era per rispetto. Su quel marciapiede, un ferrarese non ci cammina.
Ecco cosa rappresenta per me Una notte del '43. Non è soltanto uno dei capolavori delle Cinque storie ferraresi, ma è il custode della nostra memoria più nera e dolorosa.
Sui pilastri del cancello del fossato del Castello c'è oggi un'epigrafe che ogni cittadino ferrarese dovrebbe fermarsi a rileggere ogni anno, per ricordarsi da dove viene la nostra libertà. Recita così:
QUI
ALL’ALBA DEL 15 NOVEMBRE 1943
LA BARBARIE FASCISTA
TRAGICAMENTE MIETEVA
A VENDETTA ED A TERRORE
INNUMEREVOLI VITE INNOCENTI
IL COMUNE DEDICA
QUESTA PIETRA DI CONFINE
FRA LA VERGOGNA E LA GLORIA
AFFIDA LA SANZIONE DI QUESTO CRIMINE
NEI MOVENTI E NELLE FORME
FRA I PIÙ MOSTRUOSI ED ABIETTI
ALLA GIUSTIZIA DI DIO
E ALLA COSCIENZA DEL POPOLO
MATURATA E PURIFICATA NEL MARTIRIO
REDENTA DA UNA IDEA DI PACE DI AMORE DI GIUSTIZIA.
Leggere Bassani significa rimettere i piedi su quelle strade, riascoltare il silenzio di quel marciapiede e capire che la letteratura, quando è grande, non fa altro che restituirci la verità di chi siamo stati.