Sapochnich, Miguel - Finch

Pathurnia

lovecraftian member
Il film si snoda lungo un filo narrativo ampiamente sfruttato, quello del “day after”. L’apocalisse è avvenuta, la superficie terrestre è impraticabile a pelle nuda perché i raggi solari sono letali. Il cibo è rappresentato dal poco scatolame esistente nelle rovine, le carcasse di auto sono abbandonate lungo le strade, i pochi umani sopravvissuti sono invisibili e feroci presenze da evitare.
L’Uomo solitario resiste, ha come amico solo un cane, fabbrica un robot, fugge quando il piccolo habitat che si è costruito diventa pericoloso.
L’Uomo, scritto con la maiuscola. Ha conservato molte cose oltre all’istinto di sopravvivenza, ha conservato la pietà, ha conservato l’amore, ha conservato il senso di colpa e la vergogna per non aver saputo soccorrere una donna e una bambina.
Ha conservato l’istinto di proteggere, nei confronti del "suo" cane. E poi l’umorismo, tantissimo umorismo disperato per resistere, pur sapendo di essere in fin di vita.<<Non è il mio cane, non più di quanto io sia il suo umano>> dice Finch al robot.
E quest'ultimo, quasi come il Venerdì di un moderno Robinson, impara da lui ogni cosa e gli restituisce il dono del dialogo e della relazione.
Il Viaggio è la ricerca di una terra meno mortifera, un’avventura on the road fra la fine incombente e l’ostinazione pervicace a voler restare umano, a insegnare ad un robot perfino il gioco, lo scherzo, il paradosso.
Non importa se l’Eroe morirà, tutti gli eroi prima o poi muoiono, ma ha trovato un cielo più trasparente, un’aria dove possono perfino volare le farfalle e un luogo dove i cani possono inseguire le palline in mezzo all'erba.

Il tutto accompagnato da una colonna sonora rockeggiante, quasi da vacanza spensierata, e illuminato dallo scintillio degli occhi stupendi di Tom Hanks.
 
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