Mann, Thomas - Giuseppe in Egitto

ayuthaya

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Ero convinta di aver già scritto il commento di questo libro, il terzo della tetralogia di Mann dedicata a Giuseppe d’Egitto. Per non ripetermi eccessivamente nell’affermare che siamo di fronte a un’opera eccezionale, di un livello non solo alto, ma direi “altro” rispetto a tanta letteratura pure di valore, inizio con il dichiararmi d’accordo con l’autore stesso che definisce questo terzo capitolo il più riuscito. Beh, non ho ancora letto il quarto quindi non posso esserne certa, ma di sicuro fino a questo momento Giuseppe in Egitto è il libro che mi ha entusiasmato di più.

Il giovane ebreo, dopo essere stato ceduto come schiavo a dei mercanti ismaeliti, è condotto da essi – o, come riconosce lui stesso, da Dio per mezzo di essi – in Egitto e qui venduto a un ricco cortigiano del Faraone di nome Potifar.

Molti dei temi che attraversano il romanzo sono stati già introdotti in quelli precedenti: il rapporto fra la predestinazione divina e il ruolo attivo dell’uomo; il concetto di passato e di “modello”, inteso come orma; il crogiuolo di divinità, all’interno del quale il Dio degli ebrei appare uno fra i tanti, unico solo per gli Ebrei stessi. Altri temi sono invece specifici di questo libro, come il contrasto fra le divinità “morte” degli Egizi e il Dio vivente della stirpe di Giuseppe, e la passione che il giovane schiavo, divenuto nel frattempo maggiordomo e amministratore unico dei beni del padrone, suscita nell’avvenente moglie di Potifar, che fino a quel momento non aveva mai goduto delle gioie dell’amore carnale, essendo stata sacrificata la virilità del marito sull’altare del dio Amun.

A proposito di religione e di divinità, è molto interessante notare come la situazione religiosa interna all’Egitto fosse tutt’altro che “pacifica”: due grandi dei si contendevano il culto del popolo, uno antico, più tollerante e favorevole agli stranieri e uno più recente, geloso e vendicativo; l’aspetto religioso e quello politico-economico sono come sempre fortemente intrecciati. D’altra parte l’approccio di Mann non è teorico (sebbene ci siano bellissimi passaggi di pura filosofia), ma diventa materia viva attraverso il racconto di riti, solenni feste che interessano tutto il popolo, intrighi politici. Mai come in questo terzo capitolo, la trama è avvincente e le descrizioni coinvolgenti; per assurdo non solo ci sentiamo parte della storia, ma restiamo col filo sospeso in attesa di ciò che accadrà dopo. E com’è possibile questo, se la vicenda la conosciamo già ed è perciò negato qualsiasi effetto sorpresa? Il motivo ce lo spiega il narratore stesso, che volentieri si sofferma ad analizzare questo aspetto: sebbene la storia abbia già raccontato se stessa nel momento in cui accadde per la prima volta, la presente narrazione l’ha inserita nuovamente nel “meccanismo del tempo con le leggi e il succedersi degli eventi”, di conseguenza ciò che non è ancora accaduto (ovvero narrato) “ci attrae in maniera potente e inquietante”. “Così avviene quando il duplice senso di “un tempo” esercita il suo fascino, quando il futuro è passato, quando tutto è già stato recitato molto tempo fa e ora dovrà di nuovo andare in scena in un esatto presente!”.

Questo senso di tormentosa attesa si manifesta soprattutto nel momento in cui Mut-em-enet, moglie platonica di Potifar, si innamora di Giuseppe. L’innamoramento è raccontato in modo superbo, proprio perchè, riflette sempre il narratore, il romanzo è altro rispetto alla storia vera ma anche rispetto alla tradizione biblica, e può permettersi di scandagliare aspetti che i testi sacri liquidano con un secco: “gli mise gli occhi addosso e gli disse: «Unisciti a me!»”( Gn 39,7). L’evolversi di questa passione, dapprima temuta e ostacolata, poi accolta come una liberazione e una condanna insieme (come qualsiasi innamoramento) e infine, di fronte al rifiuto, divenuta vera “pazzia d’amore”, regala delle pagine meravigliose, in cui ognuno di noi si può ritrovare, se ha mai amato disperatamente qualcuno.
D’altra parte, poichè rivivere gli eventi nella narrazione significa dar loro una seconda vita, non è difficile immedesimarsi in Mut-em-enet e in Giuseppe e chiedersi: come andrà a finire? Cederà il giovane o rimarrà fedele al suo Dio? Perchè, dal suo punto di vista, cedere alle avances della sua padrona significa innanzitutto tradire la sua stirpe e la sua fede. Ciononostante Giuseppe non fa nulla per impedire che questa passione superi il punto di non ritorno. “Ma quanto volentieri l’uomo si tiene aperta la possibilità di scegliere il male, con quanto piacere assapora questa sua libertà e scherza con il fuoco, sia per fiducioso coraggio e presunzione di poter prendere il toro per le corna, sia per leggerezza, sia per segreta voluttà!” E solo quando la donna, follemente innamorata, cade in un baratro di perdizione, Giuseppe si rende finalmente conto di essere stato complice e colpevole di questa sofferenza; così come quando, intrappolato nel fondo del pozzo dopo che i suoi fratelli ve lo avevano gettato, aveva capito di essere lui il primo responsabile di un così grande misfatto, anche in questa occasione Giuseppe dovrà guardare dentro se stesso e riconoscere la propria colpa, per uscirne poi più forte e più puro.

Appuntamento al quarto e ultimo capitolo!
 

Grantenca

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Premetto, è un bel mattone! Oltre 500 pagine. Non so cosa mi abbia spinto a leggere un libro tratto da un episodio biblico, dal momento che, per indole e pigrizia, non sono attratto dalla storia delle religioni. Naturalmente le religioni, in questo testo, sono in primo piano e hanno una grande importanza perché, a modo loro, giustificano e coinvolgono le molte sfaccettature degli avvenimenti. Ci sono evolute spiegazioni delle religioni egizie, dei vivi, dei morti, delle divinità severe e di quelle più aperte ai comportamenti più moderni, di quelle della tenebra e di quella della luce, di chi genera il sole e chi la luna, tutte disquisizioni interessantissime per chi ama la storia delle religioni. C’è naturalmente anche il severo Dio di Giuseppe che poi è il nostro attuale di cristiani.
In questo contesto quello però che più ho apprezzato è il romanzo, gli avvenimenti, i personaggi. C’è Giuseppe (Usarsif in Egitto) naturalmente, che dopo essere stato salvato da dei mercanti beduini dalla morte sicura nel pozzo dove l’avevano gettato i fratelli viene venduto come schiavo nella casa di Potifar, nobile egizio, cortigiano del faraone, uomo potentissimo e ricchissimo grazie anche all’amministrazione dei suoi beni curata dal maggiordomo, servo fedelissimo che ama il suo padrone. C’è poi Mut-en-enet, la moglie di Potifar, la più bella donna egizia del suo tempo. Ci sono poi due nani, uno benevolo e amico di Usarsif e uno suo acerrimo nemico che lo vorrebbe veder morto (o almeno, evirato) perché Usarsif lo ha superato, di molto, nella gerarchia degli amministratori della casa. Grazie alle sue enormi qualità, alla sua eloquenza, alle sue conoscenze, al fascino che esercita su chiunque abbia a che fare con lui Giuseppe entra nelle grazie del potentissimo maggiordomo che lo prepara a tutte le conoscenze utili a prendere il suo posto quando la morte lo coglierà. E così avviene.
Mut, la regina della casa è stata destinata dagli sciaguratissimi genitori fin dall’infanzia a diventare la moglie di Potifar. Potifar però è un eunuco per volontà degli ancora più indecenti genitori (fratello e sorella)che, per propiziarsi gli dei del nuovo mondo, l’hanno castrato quando era ancora in fasce, giustificandosi che, in questo modo, avrebbero anche agevolato la sua scalata nelle grazie del faraone. Mut quindi è sposa solo formalmente e, data la alta carica del marito, è anche seconda sposa di un Dio, per il quale nelle feste propiziatorie canta e balla con grazia ineguagliabile e questo, pensa, sia il sale della vita, ma non sarà così.
Potifar, nella casa, non si occupa di nulla. Pensa solo ai piaceri di una raffinatissima tavola e ad andare a caccia, anche di animali feroci, per sentirsi “uomo”. Rispetta però la moglie, consapevole del sacrificio che le è stato imposto, e ogni volta che torna a casa si informa dell’umore di Mut. Ci sono quindi tutti gli ingredienti per un bel romanzo ma, a mio avviso, l’autore fa qualcosa di più, un capolavoro.

Ci sono i dialoghi, tra tutti questi personaggi, di livello elevatissimo, dove si usano tutte le possibili arti del linguaggio per esprimere i propri sentimenti senza offendere l’interlocutore. Succede infatti che Mut si innamori di Usarsif.
Usarsif (Giuseppe) è infatti bello come un dio, i suoi occhi e la sua bocca affascinano tutte le donne che incontra e che sono disponibili a compiacerlo. L’evoluzione dell’ amore di Mut è tra le parti più belle de libro: prima l’infatuazione, che ella non vuole accettare, poi l'innamoramento, poi un sogno erotico con Usarsif accanto a lei le fa perdere completamente la sua tranquillità. Non è una ragazzina ma una donna matura, e questo sentimento che mai aveva provato, la sconvolge in tutte le parti del suo corpo. L’amore diventa passione ma Usarsif per molte ragioni legate alla sua religione deve mantenersi casto. La passione diventa disperatissima, violenta, terrificante e alla fine, anche irragionevole quando capisce che l’oggetto del suo desiderio non vuole cedere alle sue proposte.

Che dire di Usarsif ? – Certo le ragioni per mantenersi casto derivano dalla sua sicurezza di essere uno strumento del suo Dio fatto nascere per compiere qualcosa di ben preciso, ma c’è un’altra cosa per me più importante. Il maggiordomo che l’ha preceduto, un secondo padre per lui, si è fatto promettere in punto di morte che avrebbe sempre fatto il bene del suo padrone, qualunque cosa avesse fatto. Ora una promessa fatta ad una persona morente se uno è un vero uomo, la deve mantenere, e sedurgli la moglie, benché Usarsif fosse al corrente delle condizioni di Potifar, avrebbe abiurato il giuramento.
Poteva fare qualcosa d’altro Giuseppe? Secondo me si. Dal momento che anch’egli non era insensibile ai sentimenti di Mut doveva andare da Potifar per rivelargli i desideri della moglie e, secondo me, Potifar, con la dovuta discrezione, l’avrebbe autorizzato, cosicché non avrebbe infranto il giuramento.

Perché dico questo? Perché Potifar è un uomo di mondo, che conosce la condizione della moglie ed è un grande uomo, non solo fisicamente (un gigante) ma anche moralmente perché quando il nano cattivo gli riferisce le cose che tutti sanno e addirittura gli dice che i due lo vogliono uccidere (in verità questa opportunità è stata presa in considerazione solo da Mut ma immediatamente bocciata da Usarsif) invece di punire i reprobi bastona il nano. Potifar sa che la passione è un incendio violentissimo che travolge tutto quello che incontra, ma sa anche che piano piano si riduce e in non molto tempo si spegne. Spenta la passione tutto sarebbe tornato come prima, magari Potifar avrebbe avuto un figlio o forse due “divini”, ma tutti avrebbero continuato a vivere decorosamente. Certo però, stando alle scritture, questo avrebbe cambiato il destino dell’umanità.
Non dico altro perché mi sembra di aver già detto troppo e non voglio privare i pochi che non ne sono al corrente dell’epilogo della storia.
 
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