Bocca, Giorgio – Il padrone in redazione

Carcarlo

Well-known member
Pubblicato da Sperling & Kupfer nel 1989, ma letto nella versione ultraeconomica allegata a L’Unità nel 1994.

Giorgio Bocca, ex-partigiano ed anti-comunista, è stato un intellettuale e giornalista della seconda metà del secolo scorso inviso a tutti perché non era sponsorizzato da nessuno, le cose le diceva chiare adoperando se necessario anche le parolacce, ma non come Sgarbi, no: lui se diceca che una era una puttana (sic!), era perché quella faceva la prostituta; se diceva che tale era un ladro, era perché l’avevano beccato con la mascherina, la maglia a righe e il sacco in mano col marchio dei $.
Racconta cosa fu il giornalismo e di quello che diventò durante gli anni 80, a volte intuendo e a volte spiegando, come sarebbe stato stravolto dal business del giornalismo e dalla TV.
Il libro è diviso in 10 capitoli che sotto riassumo e commento:

L’avventura di Repubblica
Racconta la nascita de La Repubblica, il primo giornale indipendente dai padroni (come gli agnelli, i de benedetti), gruppi editoriali o partiti politici (al tempo esisteva L’Unità del PCI, L’Avanti del PSI…), in cui un giornalista libero poteva fare informazione libera.
Un bel giorno però, tutto finisce perché anche se le cose vanno a gonfie vele, Scalfari lo vende per una fraccata di soldi a de benedetti, e nel vendere il giornale libero, vende anche la libertà di fare informazione al nuovo padrone.
Riflessione: e se domani vendessero Il Fatto Quotidiano al suino di turno?


Il padrone-padrone
La libertà di mercato è intoccabile – e lo dice lui che è un anticomunista sfegatato – ma non al punto da considerare l’informazione un prodotto che si compra e si vende, e ciò perché l’informazione che serve a controllare e controbilanciare il potere, è un organo indipendente della Democrazia e della Libertà i cui unici padroni devono essere i lettori, non gli azionisti.


E la rana si gonfia, si gonfia.
Sono gli anni della battaglia tra La Repubblica che grazie a Portfolio, per prima volta nella storia del giornalismo italiano, supera la vendita di 1.000.000 di copie, e Il Corriere della Sera che grazie a Replay, la supera.
A quel punto iniziano la battaglia a base di inserti, optional, libri, settimanali, speciali, dossier, regali, VHS… che esci dal giornalaio che ci vuole un furgone.
Il risultato è un rischio finanziario per le aziende–giornali sempre maggiore, un aumento di potere dell’Ufficio Marketing… e un calo del livello dell’informazione, che è quello che bisognava vendere!
Non per caso, è il periodo in cui i giornali iniziano a lesinare sugli inviati: un tempo tutti i giornali avevano un inviato in ogni luogo del mondo: adesso tutti i giornali leggono le notizie da stampare dall’ANSA!

L’anima del commercio.
I giornali per tenere in piedi la baracca hanno sempre più bisogno di soldi che arriva dalla pubblicità, perciò dopo essersi prostituiti ai padroni dell’azienda, si inginocchiano agli sponsor.
Facciamo un esempio: chi è che negli ultimi 10 anni ha parlato male dei benetton che distribuivano pubblicità a cani e porci?
Qui mi è venuta in mente una mia esperienza personale. Nel 1998 iniziai a collaborare con alcune riviste e nel 2000 a lavorare per una in particolare dove avevo il ruolo (diciamo) di inviato speciale perché specializzato in alcune questioni (scusate ma non posso scendere troppo nei particolari).
Mi ricordo quando tornavo in redazione e restituivo tutti i regali ricevuti; mi domandavano perché li restituissi e io come uno scemo rispondevo perché a me mi dovete pagare voi, non loro.
Ricordo anche quando ci commissionarono un redazionale, cioè una azienda avrebbe acquistato una pagina di pubblicità ogni volta che avessimo parlato anche indirettamente del loro prodotto, che mettiamo fosse la lavorazione conto terzi del tungsteno. Io mi ci misi di buzzo e buono e – internet non esisteva ancora – feci una ricerca approfonditissima su testi ingegneristici americani, da cui vennero fuori 10 articoli sulla fusione del tungsteno, la tempra del tungsteno, la trafilatura del tungsteno, la saldatura del tungsteno, le applicazioni speciali nei sottomarini sovietici… che volevano dire 10 pagine di pubblicità non una. Il direttore fece i salti di gioia, erano entusiasti di pubblicare un tale lavoro sul tungsteno. Lo spedirono al cliente che lo stracciò e volle sapere chi, all’interno dell’azienda, mi avesse rivelato tutti quei segreti industriali che erano assolutamente impubblicabili. Il risultato fu che si scrissero da soli l’articolo, invece di 10 me ne pubblicarono 1, e il livello dell’informazione, fu veramente da spot dell’Omino Bianco.

La magica rompiscatole
Giorgio Bocca prova a far giornalismo anche in TV e ne esce a torte in faccia.
Intervista bettino craxi facendogli le stesse domande che gli avrebbe fatto se l’intervista fosse finita sulla carta stampata, domande veramente imbarazzanti e antipatiche, da vero giornalista, che avrebbero dovuto metterlo in difficoltà. Il risultato è che Bocca finisce in ridicolo perché grazie ad un accorto e pagato montaggio, Bocca appariva sempre dall’alto al basso o addirittura da dietro mostrando solo la sua calvizie, perciò qualsiasi domanda facesse, appariva assurda, ridicola, priva d’importanza; craxi invece, appariva sempre dal basso all’alto, come se fosse stato una statua di Napoleone a cavallo, perciò qualsiasi smargiassata rispondesse, appariva sempre giustificata.
Poi lo intervista maurizio costanzo che cerca di metterlo alle strette ma a cui lui risponde a tono ribaltando sempre la situazione. Il giorno dopo tutti gli dicono che ne è uscito male dall’intervista. Bocca non capisce, vede finalmente la registrazione e scopre che ogni volta che appare, costanzo fa finta di sbadigliare, fa l’annoiato, guarda il pubblico con complicità…e capisce che in TV non conta ciò che dici, ma il consenso generato dal presentatore e dagli applausi dalla claque che ti porti dietro…poi pensi agli ultimi 25 anni di interviste a berlusconi, salvini, meloni… o alle auto interviste di grillo, e capisci.
Racconta anche come lui ed altri siano completamente fuori luogo, come quando lui e il suo rivale Montanelli, durante la pausa di un dibattito televisivo, vengono sgridati perché non si scannano tra di loro come invece poi accettarono di fare tutti quei maiali che li sostituirono: sì che facevano informazione, ma non facevano audience!
La TV è autocelebrativa, falsa, mediocre e ciò che è peggio, rende sempre più mediocre chi la guarda, cosa che il Teatro, il Cinema, il Giornalismo non sono e non sono stati, anzi, hanno contribuito a creare cultura, non ignoranza.

La disinformazia
Quando l’informazione diventa business, solo business, l’obiettivo diventa vendere a tutti i costi, solo così si ottiene più audience, pubblicità, anche a costo di creare disinformazione, e cita diversi esempi.
Tra questi, ricorda di quando Renzo Tomatis, ex segretario dell’OMS, propose di rendere pubblici le dichiarazione dei redditi di scienziati, laboratori e centri di ricerca, in modo da capire se il loro lavoro servisse veramente a far ricerca o a fare soldi. All’epoca poteva sembrare ridicolo, ma oggi, con tutto l’insabbiamento fatto sul covid, non sarebbe stata una cattiva idea!

La stampa economica
Bocca ci fa notare come nei giornali economici italiani si parli di tutto e di tutti, ma quando poi scoppia uno scandalo, e ne scoppia uno al giorno, i giornali economici cadono dal pero o minimizzano. Perché? Perché appartengono proprio a quei padroni che li adoperano non per informare, ma per comunicare ciò che vogliono loro.

L’opinione irrilevante
Se in un giornale non si fa più informazione libera e tantomeno opinione libera, il giornalista e l’opinionista diventano assolutamente irrilevanti, e finiscono per rimanere solo dei servi dei padroni.
Bocca appare scoraggiato perché bene o male, i giornalisti e gli opinionisti cercarono sempre di fare il loro lavoro, anche durante il fascismo, durante la guerra, durante il dopoguerra, durante gli anni di piombo durante i quali si veniva sparati, per poi arrendersi davanti a padrone che li riempie di soldi per smettere di fare il loro lavoro seriamente.

Il giornalismo che fu
Malinconico elenco delle professioni tipiche del mondo giornalistico che non esistono più come il pastonista, il reporter anonimo, il giornalista siglato, il vero cronista sportivo, gli stenografi, il tipografo impaginatore, i linotipisti, gli autisti delle spedizioni, i fotoreporter sostituiti da grandi fotografi da studio dove non si fa certo notizia.

Una partita aperta
Breve epilogo in cui l’autore conclude scrivendo La ripresa della libertà di stampa passerà, probabilmente, se non per un ritorno alla povertà, per un rifiuto della ricchezza soffocante e travolgente.


Per me è stato un libro bellissimo, perché sebbene pubblicato prima della discesa in campo del portatore sano di democrazia, ne anticipava il cosa, il come, il perché e le varie conseguenze.
Oggi infatti, giornalisti come Giorgio Bocca, Oriana Fallaci… sono impensabili.
Le ultime guerre, i nostri giornalisti ce l’hanno raccontate dagli hotel, dalle ambasciate, dalle portaerei.

Mi ricordo quando a volte leggevo i suoi articoli su L’Espresso o Repubblica: all’epoca avevo 20 anni e mi sembrava un vecchio trombone, soprattutto quando divideva il mondo in cuneesi delle montagne duri e puri, seri, ingrugniti e silenziosi che vivevano di genziana dalla mattina alla sera, e nel resto del mondo . Poi quando Disegni e Caviglia lo prendevano in giro nelle loro maligne vignette, ridevo come un matto.
Adesso che invecchio pure io, capisco che aveva ragione, anche ad essere serio, ingrugnito e silenzioso…ma le vignette di Disegni e Caviglia di allora, mi fanno ancora ridere.
 
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