Campion, Jane - Il potere del cane

Roberto89

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Il potere del cane, il film diretto da Jane Campion, ambientato negli anni '20, precisamente nel 1925, vede al centro della storia la coppia dei ricchi fratelli Burbank, Phil (Benedict Cumberbatch) e George (Jesse Plemons), proprietari di un enorme ranch in Montana che domina la vallata. I due sono molto diversi tra loro: Phil è un uomo brillante ma crudele, con un atteggiamento prepotente e violento, mentre George è una persona testarda e puntigliosa, ma sempre gentile. Quando George sposa in segreto la vedova Rose (Kirsten Dunst), Phil non accetta la cosa e inizia una guerra spietata contro la donna usando suo figlio Peter (Kodi Smit-McPhee) come pedina.

(Comingsoon)
 

Roberto89

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La storia de Il potere del cane (Jane Campion) si basa sul romanzo omonimo scritto da Thomas Savage nel 1967. Il film (così come il libro di cui è l'adattamento) narra la storia di due fratelli, Phil (Benedict Cumberbacht) e George (Jesse Plemons), che vivono in un ranch in Montana. La storia prende il via dall'incontro fra George e Rose (Kirsten Dunst) e dal loro matrimonio, cui si unisce il figlio che Rose ha avuto da un precedente matrimonio, Peter (Kodi Smit-McPhee), entrambi mal visti da Phil.


Il film prende il via quindi dal rapporto fra questi quattro personaggi (Phil, George, Rose e Peter), narrando un intreccio in cui Phil, sebbene protagonista, non è il solo ad essere visto da vicino. L'impressione che mi ha dato il film è stata proprio quella di voler scavare a fondo in questi quattro personaggi, e sebbene non lo abbia fatto in tutti nella stessa misura, è evidente che la regista ha provato a mostrare torti e ragioni di tutti loro. La trama quindi non è del tutto "classica", e questo in buona parte anche perché neanche quella del libro lo è. Insomma, non è la classica storia in cui il protagonista è buono, l'antagonista è cattivo, e sebbene con qualche sfumatura così restano dall'inizio alla fine. In questa storia le vite di questi quattro personaggi si intrecciano in un complesso di buono e cattivo, giusto e sbagliato, torto e ragione, amore e odio.


Un'altra caratteristica interessante del film, che probabilmente deriva da quella appena detta, è che i personaggi non sono presentati da subito nella loro interezza. Nella realtà quando conosciamo una persona ne vediamo prima l'aspetto esteriore, poi iniziamo a conoscere buona parte del carattere e dei modi di fare, ma questa è solo la facciata di quella persona. E' solo dopo che la relazione si sviluppa e le varie sfumature della personalità, le motivazioni e i problemi della persona vengono fuori che iniziamo a conoscerla davvero. Per dirla in altre parole il film ci mostra prima in buona parte quella che Pirandello chiamò "la maschera" e solo dopo, mentre i personaggi iniziano a vivere insieme, ci fa vedere cosa sta sotto la maschera di ognuno di loro.


Il risultato direi che è assolutamente gradevole, realistico e porta lo spettatore a riflettere parecchio sul film. Non è solo il finale a spingerci a riflettere, ma proprio il modo in cui i personaggi si dimostrano vivi e reali, complessi già nella loro identità ma ancora di più quando i loro caratteri diversi iniziano a non andare d'accordo.


Riguardo al genere, che in diversi posti è indicato prevalentemente come western, non mi trovo d'accordo. Certo l'ambientazione è quella, costumi e luoghi ricordano sicuramente il classico genere western. Ma le analogie si fermano qui. In questo film mancano molte delle caratteristiche chiave del western, per citarne alcune non ci sono pistole, sparatorie, eroi solitari; non ci sono corse e inseguimenti a cavallo, manca un antagonista ben definito o uno scopo che muova il protagonista. Si può dire che sia un film drammatico con qualche tratto del thriller, girato in un'ambientazione western.


I temi trattati nel film sono parecchi: alcolismo, omosessualità, crescita, amore, fiducia, per citarne alcuni. Il film però, nonostante il suo ritmo narrativo lento, li tocca solo in modo abbastanza veloce, senza troppo entrare nei dettagli. Penso che la storia, più che su uno o più temi, voglia concentrarsi sui personaggi e sul fatto che, il più delle volte, non è così facile capire chi è nel giusto e chi non lo è, cosa è giusto o sbagliato, di chi è la colpa, ecc.


Degno di nota è il modo in cui la storia finisce (tranquilli, niente spoiler), citando un Salmo della Bibbia, da cui deriva anche il titolo del film e del romanzo. Se non si ha dimestichezza con la Bibbia ci vogliono un po' di ricerche, dopo aver visto il film, per capire il punto, e non aiuta il fatto che il versetto chiave è tradotto in molti modi diversi da traduzioni diverse. Penso però che ne valga la pena e che venga naturale se, dopo film, ci si ritrova a riflettere sui personaggi con la testa piena di domande. E tutto sommato credo che sia proprio questo che un buon film (così come un buon libro) deve fare, oltre a intrattenerci, spingersi a riflettere, a specchiarci nel film e farci domande sulla nostra stessa esistenza.

Lo rivedrò sicuramente.
Voto finale: 4 stelle e mezza su 5.​
 
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