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Discussione: 166° MG - Inferno (Divina Commedia) di Dante Alighieri

  1. #151
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    Predefinito Canto XV

    Era uno degli argini rocciosi ci porta lontani dalla selva; e il fumo del Flegetonte fa ombra di sopra, così che protegge dal fuoco l'acqua e gli argini stessi.
    Come i Fiamminghi fra Wissant e Bruges erigono dighe per tener lontana la marea, temendo che le onde si avventino contro di loro;
    e come fanno i Padovani lungo il Brenta per difendere le loro città e i castelli prima che la Carinzia senta il caldo (si sciolgano le nevi):
    così erano costruiti quegli argini, anche se il costruttore, chiunque fosse, non li aveva eretti così alti e grossi.
    Ormai ci eravamo allontanati dalla selva tanto che non l'avrei più vista se anche mi fossi voltato,
    quando incontrammo una schiera di anime che veniva lungo l'argine e ognuna di esse ci guardava come si osserva qualcuno in una sera di novilunio; e strizzavano gli occhi verso di noi come fa il vecchio sarto per infilare l'ago nella cruna.
    Mentre i dannati mi scrutavano in tal modo, fui riconosciuto da uno che mi prese per il lembo della veste e gridò: «Che meraviglia!»
    E io, quando lui tese verso di me il suo braccio, fissai il suo volto così che non potei non riconoscerlo, benché fosse tutto bruciato, e avvicinando la mano al suo viso risposi: «Voi siete qui, ser Brunetto?»
    E lui: «Figlio mio, non dispiacerti se Brunetto Latini torna un po' indietro con te e lascia proseguire la schiera (dei dannati)».
    Io gli dissi: «Ve ne prego con tutte le mie forze; e se volete che io mi trattenga con voi lo farò, purché acconsenta costui che mi guida».
    Lui disse: «Figliolo, se un dannato di questo gruppo si arresta un solo istante, poi deve giacere cent'anni senza potersi riparare quando il fuoco lo ferisce.
    Perciò prosegui: io ti seguirò e poi raggiungerò la mia schiera, che va piangendo la sua dannazione eterna».
    Io non osavo scendere dall'argine per andare insieme a lui; ma tenevo il capo chino, come un uomo che dimostra la sua deferenza.
    Lui cominciò: «Quale fortuna o destino ti porta quaggiù prima della tua morte? e chi è costui che ti fa da guida?»
    Io gli risposi: «Lassù, nella vita serena, mi sono smarrito in una valle prima che la mia vita raggiungesse il suo culmine.
    Solo ieri mattina ne sono uscito: mi apparve costui (Virgilio), mentre ci stavo rientrando, e mi riporta a casa per questo cammino».
    E lui a me: «Se tu segui la tua stella, non puoi non raggiungere i tuoi obiettivi letterari e politici, se ho inteso bene quando ero in vita;
    e se non fossi morto precocemente, vedendo che il cielo era così ben disposto verso di te ti avrei aiutato a compiere la tua opera.
    Ma quell'ingrato e maligno popolo che è disceso anticamente da Fiesole (i Fiorentini) e conserva ancora la rozzezza dei montanari, diventerà tuo nemico per le tue buone azioni: e ne ha ben donde, poiché non è opportuno che il dolce fico nasca tra i frutti agri.
    Un vecchio proverbio li definisce ciechi; è gente avara, invidiosa e superba: cerca di preservarti dai loro costumi.
    La tua fortuna ti riserva tanto onore che entrambe le parti (Bianchi e Neri) vorranno sfogare il loro odio contro di te, ma l'erba sarà lontana dal caprone.
    Le bestie di Fiesole (Fiorentini) si divorino tra loro e non tocchino la pianta, ammesso che ne nascano ancora nel loro letame, in cui rivive la santa semenza di quei Romani che restarono a Firenze quando fu fondato il nido di tanta malvagità».
    Io gli risposi: «Se potessi esaudire ogni mio desiderio, voi sareste ancora tra i vivi;
    poiché nella mia mente è ben presente, e ora mi commuove, la cara e buona immagine paterna di voi quando nel mondo mi insegnavate di quando in quando come l'uomo acquista fama eterna: e finché vivrò la mia lingua esprimerà quanto ciò mi sia gradito.
    Io prendo nota ciò che narrate della mia vita, e mi riservo di farmelo spiegare insieme a un'altra profezia (di Farinata) da una donna (Beatrice) che saprà farlo, se arriverò sino a lei.
    Io voglio che vi sia chiaro che sono pronto a ciò che la fortuna mi riserva, purché non mi rimorda la coscienza.
    Tale profezia non è nuova al mio orecchio: dunque la fortuna giri pure la sua ruota come vuole, e il contadino ruoti la sua zappa».
    Il mio maestro (Virgilio) allora si voltò indietro sulla destra e mi guardò, dicendo poi: «È buon ascoltatore chi prende nota di ciò che gli vien detto».
    Non per questo smisi di parlare con ser Brunetto, e gli domandai chi fossero i suoi compagni di pena più importanti.
    E lui a me: «È bene conoscerne qualcuno: degli altri sarà preferibile tacere, perché occorrerebbe troppo tempo a elencarli tutti.
    Sappi insomma che furono tutti chierici e importanti letterati di gran fama, la cui vita fu lercia dello stesso peccato (sodomia).
    Prisciano va con quella brutta schiera, e anche Francesco d'Accorso; e se avessi desiderio di vedere un tale sudiciume, potresti vedere colui che il servo dei servi (Bonifacio VIII) trasferì da Firenze a Vicenza, dove morì e lasciò i suoi sensi protesi al vizio.
    Ti direi di più, ma il cammino e il discorso non possono prolungarsi, poiché vedo levarsi là nuovo fumo dal sabbione.
    Arrivano anime con la cui schiera non devo mescolarmi. Ti sia raccomandato il mio Trésor nel quale ho ancora fama, e non chiedo altro».
    Poi si voltò e sembrò uno di quelli che corrono il palio a Verona per il drappo verde, nella campagna; e sembrò il vincitore, non il perdente.

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  • #152
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    Argomento del Canto
    Ancora nel III girone del VII Cerchio, dove sono puniti i violenti contro Dio (tra cui i sodomiti). Incontro con Brunetto Latini. Profezia di Brunetto sull'esilio di Dante.
    È l'alba di sabato 9 aprile (o 26 marzo) del 1300.

  • #153
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    ancora un canto dedicato alle vicende politiche di Firenze e anche qui a Dante viene predetta l'inimicizia e l'invidia del popolo fiorentino nei suoi riguardi, ma anche la sua futura gloria (Dante tra i sui peccati non ha sicuramente quello della falsa modestia!).

    Di nuovo Dante relega all'inferno un personaggio che ha ammirato e che considera suo maestro, sembra una contraddizione, ma è dall'inizio del suo viaggio che Dante ci tiene a sottolineare che le virtù umane, per quanto elevate, non bastano a salvare se non sono nell'ambito della legge divina.

  • #154
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    Scusate il ritardo, ragazzi, sto preparando un commento sui due canti che ho lasciato indietro e la parafrasi del prossimo.


    A breve posto tutto.

  • #155
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    Predefinito Commento al canto 14

    Il canto del famoso Capaneo, colui che farà adirare con la propria superbia il maestro Virgilio.
    Dopo essersi lasciati alle spalle la terra degli alberi dei suicidi, Dante e Virgilio arrivano ad una terra deserta, brulla, arida. Il terreno è fatto di sola sabbia e i peccatori che vi giacciono doloranti hanno commesso tre tipi di peccati, tutti comunque riconducibili a quello mortale di sfida all’Onnipotente –ricordiamoci che siamo nel Medio Evo-: bestemmiatori, usurai e sodomiti si lamentano colpiti continuamente da una pesante pioggia di fuoco. I corpi dei dannati ardono e i peccatori non sanno come allontanare il fuoco dai loro corpi.

    Non c’è che dire, siamo nel bel mezzo dell’inferno, un’immagine spettrale ben documentata da un bellissimo quado di Doré (“i bestemmiatori”).

    Dante vede in questa selva di dolore Capaneo, re in terra che con la sua immonda superbia osò disconoscere l’onnipotenza del Divino.

    Arriviamo alla famosa descrizione da parte di Virgilio del “senso infernale” del Flegetonte, fiume che nuovamente si para davanti ai nostri due.
    Creta, laddove cioè nasce il fiume infernale, fu centro di quel mondo inizialmente immune dal peccato. Ma ora da una montagna dell’isola greca sgorga quel fiume di lacrime e sangue chiamato Flegetonte, come se Creta piangesse per i peccati del mondo e non fosse più il bastione contro Satana.

  • #156
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    Predefinito Commento al canto 15

    I sodomiti, protagonisti di questo canto, direi che non sono altro che gli omossessuali. Mai canto fu più attuale, anche se dobbiamo leggere il Dante cristiano nell’ottica medievale, un’ottica che oggi pare marziana e non ha nessun punto di contatto con la nostra attuale.

    Ma questo è soprattutto il canto di Brunetto Latini, l’antico maestro di Dante, il quale evidentemente si stupisce di trovarlo all’inferno tra i sodomiti. Della sua presunta omosessualità non ci sono testimonianze storiche attendibili, le poche righe scritte su di lui, lo descrivono come “uomo di mondo”, che evidentemente non prova nulla in tal senso.
    Ma tant’è, Dante lo caratterizza come tale e direi di non farci troppo cruccio di quest’aspetto per noi, oggi, del tutto irrilevante .

    Bellissima l’immagine dei due scrittori, discepolo e maestro, che discorrono attraversando il sabbione di fuoco, sempre camminando l’uno vicino all’altro, perché i sodomiti (è il Latini a spiegarcelo) non possono mai fermarsi, in quanto il movimento allieta il loro perenne bruciore. Dante ha paura a camminare dentro il sabbione infuocato, quindi segue il suo maestro da sopra all’argine. E i due discorrono così, tra le pene dell’inferno, allietandosi con la loro reciproca filosofia.
    Il personaggio di Latini è simile a quello di Farinata degli Uberti, entrambi profetici e grandi stimatori di Dante.

    In particolare il Latini dice a Dante, in poche parole, che è talmente alta la sua visione politica e talmente alto il suo ingegno che non potrà che inimicarsi il popolo fiorentino, corrotto e senza via di uscita.
    Firenze, dice Latini, non può essere la patria di Dante.

  • #157
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    Predefinito Parafrasi canto 16

    Ero sul posto quando sentii il tonfo
    dell’acqua che si gettava di sotto,
    simile a quello delle arnie nei loro rombi.

    quando tre anime si separarono contemporaneamente,
    correndo, da quel girone tormentato dalla
    pioggia di questo martirio

    Venivano verso di noi, ciascuno gridando:
    «Fermati, tu che sembri venire
    dalla nostra stessa terra malvagia (Firenze)».

    Ahimè, che piaghe vidi nelle loro membra,
    alcune recenti, altre vecchie, provocate dalle fiamme accese!
    Non provo meno dolore, oggi, al ricordarle

    Alle loro grida Virgilio si fermò;
    e volgendo il viso verso me, disse «Ora aspetta»,
    con costoro bisogna essere cortesi.

    E se non fosse per il fuoco che saetta
    e per la natura del luogo, allora direi
    che meglio sarebbe per te avere fretta che non per loro».

    Ricominciarono, appena ci fermammo,
    a parlare come prima e
    camminare in cerchio.

    Così come il lottatori nudi e unti,
    avvisano l’avversario per loro vantaggio,
    prima che siano battuti e puniti,

    così ruotando ciascuno il viso
    verso di me torcendo il collo
    in senso opposto rispetto al loro andare.

    E uno disse «Se sono solo la miseria di questo luogo
    a renderci invisi
    e il nostro aspetto volgare,

    dovresti dirci chi sei per rendere omaggio
    alla nostra fama, visto che da vivo
    te ne vai sicuro per l’inferno.

    Questi, che mi segue da vicino,
    nudo e completamente spellato,
    aveva in realtà grande fama:

    fu nipote della buona Gualdrada;
    e si chiamò Guido Guerra, e in sua vita
    fece molte cose, sia con la ragione che con la spada.

    L'altro, pure lui vicino a me,
    era Tegghiaio Aldobrandi, la cui voce
    nel mondo doveva esser gradita.

    E io, posto son con loro in croce,
    fui in vita Iacopo Rusticucci , e certo
    ebbi in sorte una moglie selvaggia che mi fece molto male».

    Se io, Dante, fossi stato protetto dal fuoco,
    mi sarei gettato in mezzo a loro,
    e credo che Virgilio lo avrebbe permesso;

    ma poiché sarei finito arso vivo,
    vinse la paura sulla mia voglia
    di abbracciarli.

    Poi cominciai: «Non ho dispetto, ma pena
    per la vostra condizione,
    una pena che farò fatica a cessare,

    dal momento che il mio Maestro spese per voi
    parole per le quali pensai
    che foste quelle persone che effettivamente siete.

    Anch’io sono di Firenze, e non
    ho mai sentito le vostre opere o i vostri nomi
    senza provare grande rispetto.


    Lascio il cattivo sentiero e cerco cose buone
    che Virgilio mi ha promesso;
    ma prima devo scendere nelle viscere».


    «Se lungamente la tua anima condurrà
    il tuo corpo», rispose Iacopo Rusticucci,
    «e se la fama durerà dopo la tua morte,


    saresti nella condizione di dirci
    se la nostra città è ancora valente,
    o se del tutto è sprofondata nel peccato;

    perché devi sapere che Guiglielmo Borsiere, si lamenta spesso
    con noi e con altri suoi compagni,
    della condizione di Firenza».


    «Le genti nuove e i facili guadagni
    hanno generato orgoglio a dismisura,
    Firenze, proprio tu, che ora devi piangere».


    Così gridai con la faccia al cielo;
    e i tre, che interpretarono questo lamento come risposta,
    si guardarono l'un l'altro come ci si guarda di fronte ad una verità sgradita.


    Tutti risposero«Se sei sempre così schietto,
    con tutti,
    ebbene, sei molto onesto!

    Perciò, se uscirai vivo da questi luoghi bui
    e tornerai a riveder le belle stelle,
    quando ti gioverà raccontare che fosti qui,

    fa che la gente parli di noi».
    Quindi ruppero il cerchi, fuggendo così velocemente
    che pareva avessero messo le ali alle gambe.


    Non avrei potuto dire nemmeno un “amen”
    prima che fossero spariti;
    e che a Virgilio sembrasse il momento di andare.


    Io lo seguivo, e ci eravamo rimessi in cammino da poco,
    che sentii nuovamente il suono
    del Flegetonte.

    Come quel fiume che ha un proprio cammino
    prima dal MonViso verso Este,
    e dalla sinistra costeggia l’appennino tosco emiliano,


    che si chiama Acquacheta
    prima di scendere a valle giù nel basso letto,
    e a Forlì cambia nome,


    rimbomba là sopra San Benedetto
    dell'Alpe per cadere in una cascata
    per poi cadere nuovamente in altre cascate più piccole;


    così, giù da una ripa scoscesa,
    trovammo risuonare quell' acqua nera,
    così forte che faceva male alle orecchie.


    Io avevo una corda legata ai fianchi,
    quella stessa corda con cui
    avevo pensato di catturare la lonza maculata.


    Dopo che l’ebbi sciolta,
    così come Virgilio mi aveva chiesto,
    gliela porsi aggrovigliata com’era.


    Quindi Lui si voltò a destra,
    per tutta la sua lunghezza
    la gettò da quel burrone.

    Tra me e me dicevo «Conviene che dica qualcosa
    al nuovo cenno
    che il Maestro con l'occhio mi ha fatto».

    Ahimè quanto devono essere cauti gli uomini
    presso i saggi,
    di cui possono scrutare solo i pensieri!


    Allora Virgilio mi disse: «Presto verrà qui da noi
    colui che entrambi attendiamo;
    è inevitabile che presto tu lo vedrai».


    L’uomo deve sempre evitare di dire una
    verità che pare menzogna,
    diversamente passerà da bugiardo;

    ma qui purtroppo non mi posso zittire; e ti giuro,
    caro lettore, sulle pagine stesse di questa Commedia
    che possa avere lunga fama,

    che io vidi una figura avvicinarsi volando
    in quell’aria scura,
    che avrebbe meravigliato chiunque,


    proprio come colui
    che va sott’acqua e deve sciogliere l’ancora alla quale è aggrappato
    non prima di rimuovere altri ostacoli e scogli,

    che si stende i su ritraendo le gambe per lanciarsi verso l’alto.


  • #158
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    trovo molto sentito come dante provi affetto per questi tre fiorentini e come se non fosse per la pioggia correrebbe ad abbracciarli, forse per la prima volta dante ha nostalgia del suo mondo e dimostra di voler onorare qualcuno, ma gli viene impedito.

  • #159
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    Concordo perfettamente, Wolw. Per la prima volta vediamo un Dante commosso, ma non ripiegato su sè stesso.

    Il suo è un sentimento di compassione, una compassione cristiana vera. Un patire le pene con i poveri disgraziati, con i quali però, mantiene una certa distanza.

    Di certo il fuoco e le fiamme gli fanno terribilmente paura, una paura così grande da non poter essere assorbita dal suo profondo sentimento cristiano.

    Sto scrivendo un piccolo post su cosa, secondo me, significava essere cristiani nel Medio Evo e su cosa significhi oggi. Credo che volendo affrontare seriamente quest'opera sia una prospettiva da affrontare, ma intanto possiamo andare avanti tranquillamente.

  • #160
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    la mia terzina:

    ma perch' io mi sarei brusciato e cotto,
    vinse paura la mia buona voglia
    che di loro abbracciar mi facea ghiotto.

    perchè credo sia piuttosto esplicativa della situazione profondamente ambigua nella quale Dante si trova.

    Quando volete possiamo proseguire, credo tocchi a momi.

  • #161
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    Citazione Originariamente scritto da Zingaro di Macondo Vedi messaggio
    la mia terzina:

    ma perch' io mi sarei brusciato e cotto,
    vinse paura la mia buona voglia
    che di loro abbracciar mi facea ghiotto.

    perchè credo sia piuttosto esplicativa della situazione profondamente ambigua nella quale Dante si trova.

    Quando volete possiamo proseguire, credo tocchi a momi.
    Si tocca a momi.

  • #162
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    sono d'accordo con voi che Dante in questi ultimi canti è particolarmente comprensivo e bendisposto verso i dannati "tutti personaggi eccellenti" che incontra nel girone dei sodomiti; ed è interessante che Dante chiosi gli incontri con Ser Brunetto e gli altri tre degni fiorentini, con uno dei suoi temi più ricorrenti: la presente corruzione di Firenze rispetto ad un "nobile" passato.

    Se mi perdonate una personale riflessione; vorrei dire che normalmente Dante (quello che traspare dell'uomo Dante) non attira molto le mie simpatie (a parte la mia ammirazione per il suo talento), ma in questi ultimi canti provo una particolare empatia con il sommo: non deve essere stato facile essere un esule nel 400!

    la mia terzina:
    "fenno una rota di sè tutti e trei,
    qual sogliono i campion far nudi e unti,
    avvisando lor presa e lor vantaggio,
    prima che sien tra lor battuti e punti;"

    posto il prossimo nei prossimi giorni

  • #163
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    Ecco la belva con la coda appuntita,
    che passa le montagne e spezza muri e difese!
    Ecco colei che ammorba tutto il mondo col suo fetore!»
    Così iniziò a parlarmi il mio maestro;
    e accennò al mostro di venire all'orlo del Cerchio,
    vicino alla fine dell'argine in pietra.
    E quella sudicia immagine di frode si avvicinò,
    e trasse alla riva la testa e il busto,
    ma non la coda .
    Aveva il volto di un uomo giusto,
    tanto rassicurante era il suo aspetto,
    mentre il resto del corpo era di serpente;
    aveva due zampe pelose che arrivavano alle ascelle;
    il dorso e il petto ed entrambi i fianchi
    erano dipinti di nodi e rotelle.
    Né i Tartari né i Turchi produssero mai tessuti con più colori,
    ricami di sfondo e a rilievo,
    né Aracne realizzò mai tele siffatte.
    Come talvolta i burchielli (imbarcazioni) stanno a riva
    e tengono parte dello scafo in acqua e parte a terra,
    e come là fra i Tedeschi beoni (nei paesi nordici)
    il castoro si prepara a catturare la preda (emergendo in parte dal fiume),
    così l'orribile bestia stava sull'orlo,
    che è in pietra e circonda il sabbione.
    La sua coda guizzava tutta nel vuoto,
    volgendo in alto la forbice velenosa
    che aveva un pungiglione simile a quello dello scorpione.
    Il maestro mi disse: «Ora è necessario che
    il nostro cammino devii un poco fino
    a quella bestia malvagia, coricata laggiù».
    Perciò scendemmo dall'argine sul lato destro,
    e facemmo dieci passi sull'orlo del Cerchio,
    stando attenti a evitare la sabbia e la pioggia di fuoco.
    E quando giungemmo a lei,
    vidi poco più lontano dei dannati seduti sulla sabbia,
    vicini all'orlo del baratro.
    Qui il maestro mi disse: «Affinché la tua esperienza
    in questo girone sia completa,
    va' e osserva la loro pena.
    I tuoi discorsi là non siano lunghi:
    aspettando il tuo ritorno, parlerò con questa belva
    per convincerla a concederci le sue forti spalle (per portarci in groppa)».
    Così me ne andai tutto solo sull'estremo orlo di quel cerchio,
    dove sedevano i mesti dannati.
    Il dolore prorompeva fuori dai loro occhi (piangevano);
    e da una parte e dall'altra cercavano di darsi sollievo con le mani,
    per ripararsi dalla pioggia infuocata e dalla sabbia rovente:
    non diversamente fanno i cani in estate,
    col muso e con la zampa, quando sono morsi
    da pulci, da mosche o da tafani.
    Dopo che osservai con lo sguardo il viso di alcuni di loro,
    sui quali cadeva il fuoco doloroso,
    non ne riconobbi nessuno; ma mi accorsi
    che a ciascuno pendeva dal collo una borsa,
    che recava un certo colore e un certo stemma (quello della famiglia)
    e sembrava che il loro occhio traesse nutrimento da essa.
    E mentre guardavo tra di loro,
    vidi su una borsa gialla una figura azzurra
    che sembrava un leone dall'aspetto e dal portamento (lo stemma dei Gianfigliazzi).
    Poi, spingendo oltre il corso (carro) del mio sguardo,
    ne vidi un'altra di color rosso sangue,
    che recava la figura di un'oca più bianca del burro (lo stemma degli Obriachi).
    E un dannato, che aveva una borsa bianca
    con l'immagine di una grossa scrofa azzurra (lo stemma degli Scrovegni),
    mi disse: «Cosa fai tu in questo fosso?
    Ora vattene; e poiché sei ancora vivo,
    sappi che il mio concittadino Vitaliano del Dente
    presto siederà qui alla mia sinistra.
    Io sono padovano e sto qui con questi Fiorentini:
    molte volte mi urlano nelle orecchie,
    gridando: "Venga il nobile cavaliere,
    che porterà qui la borsa col simbolo dei tre caproni!" (Giovanni di Buiamonte)».
    A quel punto storse la bocca e tirò fuori la lingua,
    come un bue che si lecchi il naso.
    E io, temendo che il trattenermi oltre irritasse
    colui che mi aveva ammonito a restare lì per poco,
    mi allontanai dalle tristi anime.
    Ritrovai il mio maestro che era già montato
    sulla groppa del feroce animale,
    e mi disse: «Ora sii forte e coraggioso.
    Ormai dobbiamo scendere in questo modo:
    sali davanti a me, poiché voglio essere nel mezzo
    cosicché la coda (di Gerione), perché non possa nuocerti».
    Come colui che ha così vicino il ribrezzo
    della febbre quartana che ha già le unghie livide,
    e trema tutto solo guardando l'ombra,
    così divenni io nell'udire quelle parole;
    ma la vergogna mi fece le sue minacce,
    che rende il servo coraggioso davanti al buon padrone,.
    Io mi sedetti sopra quelle orribili spalle:
    avrei voluto dire a Virgilio 'Abbracciami forte',
    ma la voce non venne fuori come credevo.
    Invece Virgilio, che altre volte mi soccorse in altre situazioni dubbiose,
    non appena montai mi cinse con le braccia e mi tenne forte;
    e disse: «Gerione, è tempo che tu ti muova:
    scendi lentamente, facendo ampi giri nell'aria:
    bada al peso che porti e a cui non sei abituato».
    Come la navicella lascia la proda
    procedendo all'indietro, così Gerione si allontanò dall'orlo;
    e dopo che si sentì pienamente a suo agio,
    rivolse la coda dov'era il petto e la mosse tendendola,
    come un'anguilla, e iniziò a dare bracciate nell'aria con le zampe pelose.
    Non credo che Fetonte avesse più paura
    quando lasciò le redini (del carro del Sole),
    per cui – come ancora appare - il cielo si incendiò;
    né (ebbe più paura) il misero Icaro,
    quando si sentì spennare la schiena dalla cera surriscaldata,
    mentre il padre gli gridava: «Stai sbagliando strada!»,
    rispetto alla paura che ebbi io, quando vidi che mi trovavo
    nell'aria da ogni lato e non vidi più nulla eccetto la belva.
    Essa procedeva, nuotando lentamente:
    girava e scendeva, ma io non me ne accorgevo
    se non per il fatto che sentivo il vento sul viso e sotto le gambe.
    Io udivo già alla mia destra la cascata (del Flegetonte)
    che faceva un orribile scroscio sotto di noi,
    per cui sporsi la testa in basso e guardai.
    Allora ebbi più paura di cadere,
    perché vidi dei fuochi e udii dei lamenti;
    allora, tremando, strinsi di più le cosce.
    E vidi poi ciò che prima non vedevo,
    cioè che stavamo scendendo e ruotando,
    perché si avvicinavano da diversi lati i grandi tormenti dei dannati.
    Come il falcone che ha volato a lungo,
    e che non avendo visto né il logoro né un uccello
    induce il falconiere a dire: «Ahimè, devi scendere!»,
    e quello scende stanco nel luogo da cui si muove agile,
    facendo cento giri nell'aria e si posa lontano
    dal suo padrone, disdegnoso e riottoso;
    così Gerione ci depose a terra,
    proprio sul fondo di quel baratro a strapiombo,
    e una volta che ebbe scaricato i nostri corpi,
    svanì come una freccia scoccata da un arco.

  • #164
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    Gerione non è un demone ricordato troppo spesso, anche se in realtà è di notevole importanza per l’intreccio e la “morale” della Commedia. Ha la coda appuntita e lunga e con quella può afferrare tutto e ovunque.

    Mentre circa l’identità degli altri demoni fin qui incontrati non c’erano dubbi, Gerione si presenta con il viso di un uomo “pulito”. E' il secondo traghettatore, questa volta non armato di remi, ma di ali. Non si tratta di traversare un fiume di sangue, me di scendere nelle tetre viscere delle Malebolge.

    Il suo corpo però non lascia spazio a perplessità, visto che ha l'aspetto di un grosso serpente o di un gigantesco scorpione, sempre pronto a colpire con quella coda lunga e imprevedibile.

    Dante scende nella bolgia sottostante, nella prima appena di sotto e conosce gli usurai, peccatori tanto immondi nei modi in vita quanto nella forma qui all'Inferno. Si leccano il visto come i buoi e scacciano le fiamme come i canei fanno con le mosche. Qui Dante si toglie ancora qualche sassolino dalla scarpa, mettendo tra questi peccatori bestiali alcuni suoi conoscenti.

    Quando poi torna indietro, affronta l’ultima avventura della prima parte dell’Inferno, salendo sulla groppa di Gerione, il quale guidato da Virgilio, vola sempre più in basso verso il centro del burrone, disegnando cerchi concentrici sempre più stretti, fino a toccare il suolo, laddove il buio più totale li avvolge. Tutto intorno, durante la discesa, le urla dei dannati e lo scroscio del fiume infernale quasi fanno impazzire Dante, protetto e calmato da Virgilio. Il quale addirittura, teneramente, lo abbraccia. Un amico vero che in un momento così cupo, ama profondamente.

    I due sembrano ormai uniti da un sentimento di vera amicizia oltre che da quel vincolo di reciproca stima che già dall’inizio era così saldo.

    Questo è dunque un canto “di mezzo”. Se nella prima parte Dante ha affrontato “alla luce” (si fa per dire) i peccati di “incontinenza” (gola, accidia, violenza, eresia, eccesso). Ora, nelle viscere delle Malebolge, sta per affrontare la seconda parte del suo viaggio, quella più scura e tetra, proprio nel momento in cui il rapporto con il suo maestro pare essersi così rinsaldato.

    La Malebolge sono l’inferno più tetro e più profondo, fatto di cerchi concentrici sempre più piccoli, fatti di intercapedini all’interno dei quali si muovono i peccatori che vedremo da adesso in avanti.

  • #165
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    La mia terzina coincide con quella di apertura, con la quale Virgilio descrive in modo implacabile questo "tenero" mostro alato:


    «Ecco la fiera con la coda aguzza,
    che passa i monti e rompe i muri e l'armi!
    Ecco colei che tutto 'l mondo appuzza!».

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