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Discussione: 271° MG - Tempo di seconda mano di Svetlana Aleksievic

  1. #1
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    Predefinito 271° MG - Tempo di seconda mano di Svetlana Aleksievic

    Partiamo oggi, francesca ed io, per questo viaggio nella Russia dopo il crollo del comunismo, come recita il sottotitolo. Lei è una scrittrice bielorussa e ha vinto il Nobel nel 2015.

    Chi vuole unirsi a noi è il benvenuto!

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  • #2
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    Predefinito

    L'ho iniziato, talmente bello da essere commovente, in 30 pagine ti fa entrare nella storia e nello spirito sovietico.

    "Ci stiamo congedando dall'epoca sovietica. Che è come dire: dalla nostra stessa vita."

  • #3
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    Predefinito pagina 58

    devo confermare il grande spessore dell'opera, entriamo nel mondo sovietico come mai era stato prima. Quelli che per l'occidente sono stati eroi per i sovietici sono stati dei distruttori. Questo fa riflettere su come i punti di vista possano essere diversi, soprattutto sottolinea la distanza di chi sta a guardare e chi invece vive in prima linea.

  • #4
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    Predefinito pagina 100

    L'autrice dà voce a tutti i protagonisti del periodo, siano essi a favore o contrari, quelli che hanno assistito alla dissoluzione dell'URSS, di una grande potenza e di una fede a cui votarsi e si sono ritrovati orfani in pochissimo tempo, facendo i conti con il capitalismo come nuova "religione" che era il male che bisognava combattere.

  • #5
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    Predefinito pag. 124

    Eccomi.
    Sono a pagina 124 dell'edizione Bompiani Overlook, tu Elisa che edizione hai?
    Della Aleksievic ho letto Preghiera per Chernobyl, che mi è piaciuto moltissimo: la sua scelta di raccontare gli eventi attraverso le testimonianze di chi li ha vissuti sembra una banalità, o una specie di "uovo di colombo", ma ci vuole un grande scrittore per riuscire a mantenere intatta la realtà di chi racconta e far comunque capire a chi legge attraverso le mille sfaccettature di questa realtà cosa e successo veramente.
    Questa mia impressione si sta confermando in Tempo di seconda mano.
    Una lettura del genere è per forza di cose faticosa, perché gli eventi emergono attraverso le parole di chi vi ha partecipato, e le testimonianze non hanno nessuna pretesa di essere obiettive: la Aleksievic non intervista storici, sociologi, politici, intellettualoidi: intervista gente comune, la gente di cui De Gregori ha detto: "La storia siamo noi".
    La lettura di questo tipo di libro è un lasciarsi andare al flusso con pazienza, senza l'arroganza e la presunzione di voler avere tutto scodellato e chiaro. Leggere diventa costruzione paziente della propria visione e opinione dei fatti dai frammenti di vita di chi ha il cuore a brandelli per averli vissuti in prima persona.

    Non ho ancora un'idea chiara del significato del titolo. Nelle pagine iniziali ho trovato questa frase:
    "Prima della rivoluzione del Diciassette, Alksabdr Grin ebbe a scrivere: "Il fututro si è per così dire spostato da dove dovrebbe essere." Sono passati cento anni e di nuovo il futuro non è al suo posto. Siamo entrati in un "tempo di seconda mano"."

    Non capisco bene cosa voglia dire.
    Tu Elisa che idea ti sei fatta?

    Piccola critica: una cosa che trovo molto faticosa, come sempre, sono le continue note: tanto che non le leggo nemmeno tutte, a volte le recupero successivamente, perché interrompono troppo il ritmo della lettura.

    Francesca

  • #6
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    Predefinito

    Anche io ho letto Preghiera per Cernobyl e ho apprezzato molto il lavoro certosino di far parlare la "gente", il "popolo", le "persone comuni" che con dignità e umiltà sopportano le decisioni di chi è al potere che spesso con arroganza e disinteresse ignorano le esigenze e i bisogni di chi dovrebbero tutelare, giocando sulla loro vita.
    Io ho avuto la fortuna di incontrarla in due occasioni e di sentire la sua voce, limpida e decisa, ma anche anche umile e dignitosa come la gente a cui dà voce. E anche in questa opera trovo tutto questo e mi affascina e non la trovo pesante come lettura ma mi immergo nel flusso come se anche io fossi lì a raccogliere le loro testimonianze, il dolore per la perdita di un'identità e di una patria, al di là di quelli che possono essere gli ideali di libertà, che nel caso specifico erano titpo capitalistico più che dei diritti civili e dei valori socialisti, come la storia ci ha poi dimostrato.

    Il titolo "tempo di seconda mano" lo intendo come il dover vivere una realtà non costruita dai protagonisti ma presa in prestito, acquisita dall'occidente, ossia qualcosa che è già stata usata e passata, di seconda mano appunto.

    Non so se è l'entusiasmo per la lettura ma anche le note mi sembrano comode da leggere, ho messo due segnalibri, uno per le note e uno per il testo, così passo da uno all'altro con maggiore facilità.

    io ho la tua stessa edizione e questa è la copertina:


  • #7
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    Predefinito pagina 208

    Entrare nelle vite delle persone e farsi raccontare anche gli aspetti meno piacevoli non è da tutti, ma l'autrice è capace di mettere a proprio agio l'interlocutore che si apre in modo sorprendente, come nel racconto di Igor fatto dalla madre. Commovente.

    Le difficoltà sono soprattutto nel tenere in mano un tomo grande e grosso e pesante come questo

  • #8
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    Predefinito

    Citazione pagina 169

    "Dei comunisti avrebbero processato altri comunisti, vale a dire: quelli che avevano restituito la tessera già il mercoledì avrebbero giudicato quelli che l'avevano fatto giovedì."

  • #9
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    Predefinito pagina 248

    La lettura prosegue facendomi entrare sempre di più nel modo di pensare dei russi per cui la poesia è forma di vita sempre. Le citazioni di poeti e di versi sono innumerevoli per cui ci si fa anche una cultura letteraria.

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  • #10
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    Predefinito pagina 337

    si entra sempre più nell'intimo delle persone e le storie diventano sempre più dolorose, con particolari raccapriccianti. I russi sono un popolo abituato alla sofferenza e lo dimostrano con i loro racconti personali.

  • #11
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    Predefinito pag. 212

    Mi convince la tua spiegazione del titolo; più che vado avanti con la lettura più mi colpisce come i russi siano passati da un comunismo che li stritolava come individui, costringendoli a vivere le peggiori atrocità nell'illusione che fossero per il bene della loro grande Nazione e della loro grande comunità, ad un capitalismo selvaggio che pone al centro di tutto l'individualismo più bieco.
    Ecco quindi che effettivamente il tempo del possibile riscatto dopo anni di dittatura si sta rivelando un "tempo di seconda mano", non solo preso in prestito da altri, in questo caso dall'Occidente, ma anche "usato" e quindi per niente adatto alla società sovietica.

    Mi sono segnata qualche frase che mi ha colpito particolarmente:
    "crede davvero che il nostro paese si sia sfasciato perchè si è saputa la verità sui gulag? Il nostro paese è andato alla malora per la penuria di scarpe da donna e carta igienica e perchè non si trovavano le arance. E quei maledetti jeans"

    "Nessuno poteva pensare che la distruzione iniziasse dai vertici. L'URSS ha sempre funzionato in regime di mobilitazione costante. Non prevedeva un'esistenza pacifica".

    Adesso sto leggendo la storia di Igor, raccontata da sua mamma: Vera si colpevolizza per la morte del figlio, arrivando ad accusare la sua stessa mamma di averla educata come un mostro, inculcandole il dovere di vivere per un grande ideale, pronta a farsi uccidere per la Patria. A sua volta lei non ha potuto fare altro che crescere il proprio figlio nello stesso modo, portandolo così alla distruzione. E' un racconto un po' diverso da quelli letti fin qui, perchè la tragedia di un popolo tenuto unito da alti ideali che spingono alla distruzione individuale per il bene della Patria diventa tragedia personale, familiare, intima.
    Veramente la Aleksievic riesce a raccogliere testimonianze di tutti i tipi che piano piano, come tessere di un puzzle compongono una visione di insieme: si ha forte la consapevolezza che se mancasse anche una sola di queste tessere non riusciremmo a capire veramente tutta l'epopea di un popolo.



    Francesca

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  • #12
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    Predefinito pagina 398

    I racconti si susseguono l'uno all'altro con uno stile in presa diretta come se anche noi fossimo in quelle "cucine", fulcro della vita e della famiglia russa. Dove ci si racconta il bene e il male e le persone che ascolta l'autrice raccontano proprio tutto.

    "Al lager si può sopravvivere, ma non agli uomini."

  • #13
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    Predefinito pagina 471

    Le storie sono sempre più dolorose e la cosa terribile è che la vita non è migliorata per nessuno. E' un unico e profondo trauma che prosegue oramai da sempre. Il popolo russo è vittima e si sente vittima da sempre.

  • #14
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    Predefinito pagina 520

    La storia scorre, ci sono pagine veramente toccanti.Si parla degli attacchi terroristici e delle vittime. Mi sa che lo finisco in fretta.



    “… Essere delle vittime è talmente umiliante… Si prova solo un senso di vergogna. Non voglio parlare con nessuno di ciò che mi è successo, voglio essere come tutti gli altri e invece sono sola, sola. Riesco a piangere dovunque. A volte cammino per la città e piango. Uno sconosciuto una volta mi ha detto: ‘Ma perché piangi? Sei così bella e piangi.’ In primo luogo la bellezza non mi ha mai aiutato nella vita, e poi vivo questa bellezza come un tradimento, come qualcosa che non corrisponde a ciò che sento dentro di me…"

  • #15
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    Predefinito pag. 450

    Davvero questi racconti straziano l'anima.
    Sarà per questo che l'autrice alterna sezioni con testimonianze dettagliate e piene di particolari a sezioni in cui sono riportate frasi, discorsi colti in diverse occasioni, manifestazioni, cortei, "voci di strada".
    Queste parti del libro appaiono caotiche, frammentarie, contraddittorie, e secondo me rappresentano veramente bene la varietà di aspirazioni, opinioni, esperienze di un intero popolo, che sembra sempre stritolato da qualcosa di più grande di lui, quasi cercasse ancora la via giusta per la propria autodeterminazione.
    Fra l'altro il libro rende bene un aspetto fondamentale: non si può nemmeno parlare di un popolo, ma di un'infinità di popoli, etnie, che dall'oggi al domani, con la disgregazione dell'URSS si trovano in mano una libertà che in qualche modo non sembrano saper usare, e che li mette uno contro l'altro quanto fino al giorno prima la sua mancanza li rendeva fratelli e amici o almeno li faceva vivere in questa illusione.

    Per aiutarmi a condividere qualche pensiero, mi sono segnata alcune frasi.

    pag. 323 Nella sua storia Marija, scrittrice di 57 anni, inizia spiegando cosa indica il termine polacco osadniki, parlando del protocollo del patto Molotov-Ribbentrop, ma quasi subito tronca la spiegazione e dice:
    Ma questa è la grande storia, mentre io ho la mia... personale...piccola storia da raccontare.
    Mi sembra una frase che descrive propriamente questo libro e in generale la missione che sembra avere la sua autrice: la Aleksievic racconta la grande storia attraverso le piccole storie delle persone.
    Fra l'altro la storia di Marija si contrappone a quella di Gleb (STORIA DI UN AMORE) raccontata dalla moglie Olga: Gleb che nonostante l'esperienza nel lager ha mantenuto la sua gentilezza, la sua anima, perchè come dice lui è stato tanto amato da bambino, dalla sua famiglia, mentre Marija nel ripercorrere la sua infanzia non trova da nessuna parte l'amore che possa riscattare la sua vita di sofferenza.

    pag. 388
    Di fronte a lui sedeva l'uomo che l'aveva denunciato. Tutti lo sapevano e anche lo zio Vanja lo sapeva...Andavano alle riunioni insieme e alle manifestazioni, come prima. Leggevano la Pravda, approvavano la politica del Partito e del governo. I giorni di festa bevevano vodka seduti allo stesso tavolo. E così via. Era la nostra vita. Era così! Noi siamo così... Riesce ad immaginare un carnefice e una vittima di Auschwitz che lavorano nello stesso ufficio e ricevono il loro salario allo stesso sportello? O che sono stati insigniti delle stesse identiche decorazioni dopo la guerra e ricevono oggi la stessa identica pensione...
    E' questo uno degli aspetti più strazianti della storia delle persecuzioni durante il regime sovietico. Nelle atrocità della dittatura non c'è nemmeno quella parvenza di separazione fra vittime e carnefici come fra nazisti e ebrei: in qualche modo fra nazisti e ebrei c'era una sorta di connotazione raziale, assurda, infondata, ma che poteva essere una base su cui creare una divisione, una separazione fra essere umani tale da portare una parte a compiere atrocità sull'altra. Ma nelle persecuzioni di cui si parla in questo libro non c'è nemmeno questo aspetto, è il tuo vicino che ti denuncia non perché sei ebreo, nero, giallo, immigrato o ti opponi al regime o qualcosa del genere ma perché ognuno è inglobato in una macchina in cui chi non denuncia viene denunciato, per una frase che nemmeno si ricorda di aver detto, forse per essersi seduto troppo presto durante un'acclamazione a Stalin.

    Francesca

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