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Discussione: Pagine

  1. #1
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    "Non gliene importa, non le importa di laurearsi, nè di iniziare una carriera. Vuole soltanto vivere. Vuole che vivere sia il suo incarico e il suo capolavoro. E' questo che vogliono tutti. Vite forti, vite piene, vite emozionanti, vite nobili, vite speciali. Nutrono progetti d'egoismo su vasta scala. Saranno intelligenti, saranno sprezzanti, saranno come nessuno è mai stato prima di loro."

    (Lidia Ravera, La guerra dei figli)

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  • #2
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    “Noi eravamo quattro amici e andavamo a mangiarci le pizze con le mani, sul muretto del fossato. La pizza migliore di Bari, dicevamo scottandoci lingua e palato, cercando di evitare che la mozzarella incandescente ci finisse sugli abiti.
    Non lo so se fosse davvero la pizza migliore di Bari. Forse era solo una pizza normale, come tante altre, ma noi ci sentivamo molto bohémien a sconfinare di sera nella città vecchia, che allora era un posto proibito e pericoloso. Forse era solo una pizza normale, ma noi avevamo vent’anni e la mangiavamo, e bevevamo la birraperoni dalle bottiglie grandi, e poi accendevamo le nostre sigarette stando seduti su quel muretto. Restavamo a parlare, e a fumare, e a bere birra fino a tardi, tollerati dagli abitanti della zona, fino a quando gli abitanti della zona non se ne andavano a dormire e la pizzeria chiudeva.
    Non mi ricordo di cosa parlavamo. Solite cose di ragazzi di vent’anni, credo. Ragazze, politica, sport, libri che leggevamo – o che avremmo voluto scrivere – di come avremmo cambiato le cose, e lasciato il segno, se non ci avesse preso la stanchezza. Come era successo agli altri.
    Quando era molto tardi, in certe sere di primavera avanzata, tornavamo a casa attraversando la città vecchia, completamente deserta. Densa di odori forti, sporca, inquietante e bella.
    L’aria vibrava delle nostre possibilità infinite, in quelle sere di primavera. Vibrava nei nostri occhi un po’ sfuocati dalla birra, sulle nostre pelli tese e abbronzate, sui nostri muscoli giovani. Sulla nostra voglia rabbiosa di tutto.”

    (Gianrico Carofiglio, Ad occhi chiusi)

  • #3
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    Cristo torna sulla Terra e viene assalito dai fotografi e dai cacciatori di autografi. Tra costoro si mischiano spie della Questura, prvocatori, ruffiani, agenti del fisco, maniaci sessuali, giornalisti, le solite prostitute, un comitato internazionale e alcuni sindacalisti. Nonchè sociologhi, psicologhi, strutturalisti e cibernetici, che accompagnano biologi, fisici e attori del cinema. La televisione trasmette le scene dei vari incontri. Pregato di fare alcune dichiarazioni alla stampa, Gesù dice: Chi ha orecchie per udire, oda, occhi per vedere, veda. Gli chiedono se si tratterrà per molto. Il tempo di essere rimesso in croce o di morire di freddo. E aggiunge: E adesso chi mi ama ancora mi segua. Lasciate che i morti seppelliscano i loto morti, sono venuto per mettere la spada tra di voi, chi non lascerà la sua famiglia per seguirmi perderà il regno dei cieli, porgete l'altra guancia, date a Cesare quel che è di Cesare, il tempio è nel cuore, niente profeti in patria. Eccetera.
    La folla cominciò a gridare: Il miracolo! - Gesù prese cinque pani e cinque pesci e con essi sfamò la folla. - Un altro miracolo! - gridarono dopo il pasto. Gesù sanò vari nevrotici, convertì un prete. - Ancora! - continuava la folla. - Noi non abbiamo visto.
    Gesù continuò a fare miracoli. Un uomo gli condusse una figlia malata e gli disse. Io non voglio che tu la guarisca ma che tu la ami. Gesù baciò quella ragazza e disse: In verità, questo uomo ha chiesto ciò che io posso dare.
    Così detto sparì in una gloria di luce, lasciando la folla a commentare quei miracoli e i giornalisti a descriverli.


    (E. Flaiano, Opere I. Scritti Postumi)

  • #4
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    Tornati a casa gli Hubermann scesero subito in cantina, ma Max sembrava non esserci più. La lanterna aveva una fiammella bassa e arancione, e non riuscivano né a vederlo né a sentirlo.
    "Max?"
    "E' sparito."
    "Max, sei qui?"

    "Sono qui."

    Sulle prime credettero che le parole provenissero da dietro i teloni e le latte di pittura, ma Liesel fu la prima a scorgerlo, proprio davanti a loro. Il suo viso stremato si confondeva tra i teloni e gli attrezzi da imbianchino. Sedeva con gli occhi attoniti.
    Quando si avvicinarono, parlò nuovamente.
    "Non ho potuto farne a meno", disse.
    Fu Rosa a replicare, chinandosi su di lui: "Di che cosa parli, Max?"
    "Io..." lottò per rispondere, "quando s'è fatto tutto silenzio, sono salito in corridoio, e in camera di Liesel c'era una fessura tra le tende...Potevo vedere fuori. Ho sbirciato, ma solo per pochi secondi." Erano ventidue mesi che non vedeva il mondo esterno.
    Nessuno lo rimproverò.
    Papà disse: "Com'era là fuori?"
    Max sollevò il capo, con un'espressione stupita. "C'erano le stelle", disse. "Mi hanno bruciato gli occhi."
    ......................................


    Quando arrivò il grosso, il rumore dei loro piedi si rovesciò sulla strada. Avevano occhi enormi nelle teste emaciate. E la sporcizia. Una sporcizia impressa su di loro. Le loro gambe vacillavano come sospinte dalle mani dei soldati, costrette a correre avanti per pochi passi prima di tornare ad accasciarsi in una marcia stentata. Hans li guardava al di sopra delle teste della folla assiepata. Sono certa che i suoi occhi erano argentei e tesi. Liesel osservava nei varchi tra una persona e l'altra, oppure al di là delle spalle. I volti sofferenti di uomini e donne stremati si volgevano verso di loro, supplicando non tanto aiuto - ormai erano al di là di ogni possibilità di aiuto - ma una spiegazione, qualcosa che riducesse tanto smarrimento. A stento i loro piedi si sollevavano da terra. Avevano stelle di Davide appiccicate sulle camicie, e la sciagura impressa su di loro come un destino: "Non dimenticate la vostra disgrazia..." In qualche caso gli cresceva addosso, come un tralcio di vite. Al loro fianco camminavano i soldati, ordinando di sbrigarsi e piantarla con i piagnistei. Alcuni non erano che dei ragazzi, con il Fuhrer negli occhi. Mentre assisteva a tutto ciò, Liesel non dubitava che fossero le anime più sventurate di questo mondo; per questo scrisse di loro. Le loro facce sparute erano contorte, tormentate. Si trascinavano avanti divorati dalla fame, alcuni fissando il suolo per evitare la gente sul ciglio della strada; altri guardavano imploranti chi era venuto ad assistere alla loro umiliazione, preludio della loro morte. Altri ancora pregavano che qualcuno, chiunque, facesse un passo avanti e li prendesse fra le braccia. Nessuno lo fece. Che si guardasse la sfilata con orgoglio, insolenza o vergogna, non uno si fece avanti per interromperla. Non ancora. Di tanto in tanto un uomo o una donna - no, non erano uomini e donne, erano ebrei - scorgeva in mezzo alla folla il volto di Liesel. Le veniva incontro la loro sciagura, e la ladra di libri non poteva fare altro che guardarli per un lung, disperato momento prima che passassero oltre. Poteva soltanto augurarsi che sapessero leggere quanto profonda era la pena dipinta sul suo viso, comprendere che era vera, non superficiale. Io tengo uno di voi in cantina! avrebbe voluto dire. Abbiamo costruito insieme un pupazzo di neve! Gli ho fatto tredici regali quand'era malato! Liesel non diceva nulla. A che sarebbe servito?

    "La bambina che salvava i libri" - Markus Zusak

  • #5
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    Là attorno c'era aria di mistero. La macchina correva su una strada fangosa elevata sulle paludi che strapiombava da entrambi i lati e lasciava pendere dei viticci. Oltrepassammo un'apparizione: un negro con una camicia bianca che camminava con le braccia levate verso il cielo d'inchiostro. Poteva essere che pregasse oppure invocasse una maledizione. Noi gli saettammo proprio accanto; mi voltai a guardare dal finestrino posteriore per vedere i suoi occhi bianchi.

    (Jack Kerouac, Sulla strada)

  • #6
    Σκιᾶς ὄναρ ἄνθρωπος.
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    Ascoltami: da quando ho sentito la solitudine del mio essere, mi sembra di sprofondare ogni giorno di più in un oscuro sotterraneo del quale non trovo i margini, del quale non conosco la fine, e che non ha limite, forse! Ci vado senza alcuna compagnia, senza nessuno intorno a me, senza un vivente che percorra questa stessa via tenebrosa. Questo sotterraneo è la vita.
    A volte odo rumori, voci, grida...Mi avanzo a tastoni verso questi suoni confusi ma non so mai con precisione donde essi partono: non incontro mai nessuno, non trovo mai un'altra mano nell'oscurità che mi circonda.Mi capisci?
    Conosci qualcosa di più spaventoso di questo costante sfiorare esseri che non possiamo penetrare? Ci amiamo l'un l'altro, come se, incatenati vicinissimi, tendessimo le braccia senza riuscire a congiungerci, ci travaglia un torturante bisogno d'unione, ma tutti i nostri sforzi rimangono sterili, i nostri abbandoni inutili, le nostre confidenze infruttuose, i nostri amplessi impotenti, le nostre carezze vane.
    Quando vogliamo compenetrarci, gli slanci dell'uno verso l'altro non fanno che urtarci l'uno contro l'altro.
    Io non mi sento mai più solo di quando confido il mio cuore a qualche amico, perchè allora comprendo l'insormontabile ostacolo"
    "Quando ci si affaccia all'amore ci sembra come se ci ampliassimo. C'invade una felicità sovrumana. Sai perchè? Sai donde ci viene quella sensazione di felicità immensa? Unicamente da questo, che immaginiamo di non essere più soli. L'isolamento, l'abbandono dell'essere umano sembra cessare.
    Quale errore!
    Tra poco lei e io faremo che uno, ci sembra. Ma questo "tra poco" non giunge mai, e dopo settimane d'attesa, di speranze e di gioia ingannevole, un giorno io mi ritrovo d'improvviso più solo di quanto non fossi mai stato. Dopo ogni bacio, dopo ogni amplesso, l'isolamento ingrandisce. E com'è snervante. Spaventoso! E poi addio, è finita.
    Sapendomi condannato alla solitudine eterna, guardo le cose senza mai esprimere il mio pensiero. Il mio pensiero invisibile, rimane inesplorato"

    Guy De Maupassant

  • #7
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    Dietro di noi si era già formata una mischia urlante di ragazzini, pronti a dare la caccia all'aquilone verde che ondeggiava alla deriva. Un attimo, e il sorriso era già scomparso. Ma c'era stato. L'avevo visto.
    "Vuoi che dia la caccia all'aquilone?
    Vidi il piccolo pomo d'Adamo di Sohrab salire e scendere come per deglutire. Il vento gli scompigliava i capelli. Mi parve di vederlo annuire.
    "Per te questo e altro" dissi senza rendermene conto.
    Poi mi voltai e mi misi a correre.
    Era solo un sorriso, niente di più. Le cose rimanevano quelle che erano. Solo un sorriso. Una piccola cosa. Una fogliolina in un bosco che trema al battito d'ali di un uccello spaventato.
    Ma io l'ho accolto. A braccia aperte. Perchè la primavera scioglie la neve fiocco dopo fiocco e forse io ero stato testimone dello sciogliersi del primo fiocco.
    Correvo. Ero un uomo adulto che correva con uno sciame di bambini vocianti. Ma non mi importava. Correvo con il vento che mi soffiava in viso e sulle labbra un sorriso ampio come la valle del Panjsher.
    Correvo.

    (Khaled Hosseini, Il cacciatore di aquiloni)
    Ultima modifica di Apart; 08-28-2009 alle 05:28 PM.

  • #8
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    In realtà la nostra non è affatto la famiglia Sevilla Mendoza. Siamo sardi, ne sono sicura, sin dal paleolitico superiore. E' mio padre che ci chiama così, con i due cognomi più comuni laggiù. Ha viaggiato tanto e il suo mito è l'America, ma non quella a Nord, ricca e fortunata, quella del Sud, povera e sfigata. Quando era ragazzo diceva che ci sarebbe tornato da solo o con la donna che avrebbe sposato, con cui avrebbe condiviso gli ideali e l'avventura di provare a salvare il mondo. A mamma non ha mai chiesto di accompagnarlo. Lui è andato ovunque c'era bisogno di aiuto. Ma mai con lei, che ha troppa paura dei pericoli ed è sempre senza forze. A casa nostra ciascuno insegue qualcosa: mamma la bellezza, papà il Sud America, mio fratello la perfezione, zia un fidanzato. Io scrivo storie, perchè quando il mondo di qua non mi piace, mi trasferisco nel mio e sto benissimo. E il mondo di qua ha tante cose che non mi piacciono. Anzi, direi che lo trovo brutto e decisamente preferisco il mio.

    Mentre dorme il pescecane - Milena Agus

  • #9
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    Bel pezzo, Alessandra, questo di Milena Agus!

  • #10
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    Da Quarto al Volturno: Noterelle di uno dei Mille di Giuseppe Cesare Abba.

    ....

    Mi son fatto un amico. Ha ventisette anni, ne mostra quaranta: è monaco e si chiama padre Carmelo. Sedevamo a mezza costa del colle, che figura il Calvario colle tre croci, sopra questo borgo, presso il cimitero. Avevamo in faccia Monreale, sdraiata in quella sua lussuria di giardini; l'ora era mesta, e parlavamo della rivoluzione. L'anima di padre Carmelo strideva.

    Vorrebbe essere uno di noi, per lanciarsi nell'avventura col suo gran cuore, ma qualcosa lo trattiene dal farlo.

    - Venite con noi, vi vorranno tutti bene.

    - Non posso.

    - Forse perché siete frate? Ce n'abbiamo già uno. Eppoi altri monaci hanno combattuto in nostra compagnia, senza paura del sangue.

    - Verrei, se sapessi che farete qualche cosa di grande davvero: ma ho parlato con molti dei vostri, e non mi hanno saputo dir altro che volete unire l'Italia.

    - Certo; per farne un grande e solo popolo.

    - Un solo territorio...! In quanto al popolo, solo o diviso, se soffre, soffre; ed io non so che vogliate farlo felice.

    - Felice! Il popolo avrà libertà e scuole.

    - E nient'altro! - interruppe il frate: - perché la libertà non è pane, e la scuola nemmeno. Queste cose basteranno forse per voi Piemontesi: per noi qui no.

    - Dunque che ci vorrebbe per voi?

    - Una guerra non contro i Borboni, ma degli oppressi contro gli oppressori grandi e piccoli, che non sono soltanto a Corte, ma in ogni città, in ogni villa.

    - Allora anche contro di voi frati, che avete conventi e terre dovunque sono case e campagne!

    - Anche contro di noi; anzi prima che contro d'ogni altro! Ma col Vangelo in mano e colla croce. Allora verrei. Così è troppo poco. Se io fossi Garibaldi, non mi troverei a quest'ora, quasi ancora con voi soli.

    - Ma le squadre?

    - E chi vi dice che non aspettino qualche cosa di più?

    Non seppi più che rispondere e mi alzai. Egli mi abbracciò, mi volle baciare, e tenendomi strette le mani, mi disse che non ridessi, che mi raccomandava a Dio, e che domani mattina dirà la messa per me. Mi sentiva una gran passione nel cuore, e avrei voluto restare ancora con lui. Ma egli si mosse, salì il colle, si volse ancora a guardarmi di lassù, poi disparve.

    ....

  • #11
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    Come infatti la pioggia e la neve
    scendono dal cielo e non vi ritornano
    senza averla fecondata e fatta germogliare,
    perchè dia il seme al seminatore
    e pane da mangiare,
    così sarà della parola
    uscita dalla mia bocca:
    non ritornerà a me senza effetto,
    senza aver operato ciò che desidero
    e senza aver compiuto ciò per cui l'ho mandata.

    (Enzo Bianchi, Le parole della spiritualità)

  • #12
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    Citazione Originariamente scritto da Apart Vedi messaggio
    Come infatti la pioggia e la neve
    scendono dal cielo e non vi ritornano
    senza averla fecondata e fatta germogliare,
    perchè dia il seme al seminatore
    e pane da mangiare,
    così sarà della parola
    uscita dalla mia bocca:
    non ritornerà a me senza effetto,
    senza aver operato ciò che desidero
    e senza aver compiuto ciò per cui l'ho mandata.

    (Enzo Bianchi, Le parole della spiritualità)
    questa è una canzone splendida che si cAnta all offertorio in chiesa!!!
    l'originale è tratto dalla BIbbia...Isaia se non ricordo male. SPLENDIDO

  • #13
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    Citazione Originariamente scritto da Lauretta Vedi messaggio
    questa è una canzone splendida che si cAnta all offertorio in chiesa!!!
    l'originale è tratto dalla BIbbia...Isaia se non ricordo male. SPLENDIDO
    L'ho trovato scritto su un libro di pedagogia del mio professore, pensavo fosse Enzo Bianchi l'autore del pezzo. Quindi è scritto nella Bibbia. Che meraviglia.

  • #14
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    ...Invece Jen leggeva. Amava i libri...io, no: a me facevano paura. Mi facevan paura quando c'era lei, e me ne fanno ancora di più adesso. Che cosa avevano dentro? Che cosa le hanno detto quando era infelice e ascoltava solo loro, e nessun altro - nè le sue amiche nè sua sorella, nessuno? Sono scesa dal letto e sono andata in camera sua, che l'hanno lasciata uguale identica a com'era il giorno che se n'è andata. (Nei film la gente fa sempre così, e tu pensi: Sì, buonanotte, figurati se non torna comodo una camera degli ospiti o un posto dove ficcare tutte le tue robe, *****. Ma provaci, a entrar lì e a mettere casino.) Ed eccoli lì tutti: Dio di illusioni, Comma 22, Il buio oltre la siepe, Il giovane Holden, No logo, La campana di vetro (che è una coincidenza o forse no, perchè era uno dei libri che JJ voleva che leggevamo), Delitto e castigo, 1984, Buoni posti d'andare se vuoi sparire...No: questo, l'ultimo, era solo uno scherzo.
    Io per me credo che non sarò mai una grande lettrice, perchè era lei quella intelligente, non io, ma sono sicura che mi sarebbe piaciuto di più leggere se lei scomparendo non mi avesse fatto passare la voglia. Non era la prima volta che entravo in camera sua, e sapevo che non sarebbe stata l'ultima, e i libri sono tutti lì appoggiati a guardarmi, e quello che odio di più è sapere che uno di loro potrebbe aiutarmi a capire. Non voglio dire che troverò delle frasi sottolineate da lei che mi daranno un indizio su dove si trova, anche se tempo fa ci ho guardato. Li ho sfogliati, caso mai avesse messo un punto esclamativo vicino alla parola "Galles", o un cerchiolino attorno a "Texas". Voglio dire soltanto che se leggessi tutto quello che le piaceva, e tutto quello che ha attirato la sua attenzione in quegli ultimi mesi, mi farei un'idea di dove aveva la testa. Non so nemmeno se quei libri sono seri o tristi o di paura. E voi penserete che lo vorrei scoprire, no?, visto tutto il bene che le volevo eccetera. Invece non voglio. Non posso. Non posso perchè sono troppo pigra, troppo scema, e non posso nemmeno fare il tentativo perchè qualcosa non me lo lascia fare. Me li ritrovo lì davanti a guardarmi, giorno dopo giorno, e so già che prima o poi ci farò una gran catasta e li brucerò.
    Nick Hornby - Non buttiamoci giù

  • #15
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    “... Certamente, un qualsiasi passante crederebbe che la mia rosa vi rassomigli, ma lei, lei sola, è più importante di tutte voi, perché è lei che ho innaffiata. Perché è lei che ho messa sotto la campana di vetro. Perché è lei che ho riparata col paravento. Perché su di lei ho uccisi i bruchi (salvo i due o tre per le farfalle). Perché è lei che ho ascoltato lamentarsi o vantarsi, o anche qualche volta tacere. Perché è la mia rosa.”

    "Il piccolo Principe” di Antoine de Saint-Exupery

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