Fallada, Hans - Ognuno muore solo

Frundsberg

New member
Hans Fallada è stato uno degli scrittori tedeschi più grandi che siano esistiti.
Pochi lo sanno.
E' piacevole pertanto che la Sellerio, comprati i diritti alla Einaudi, si sia premurata di ristampare il più importante manifesto antinazista tedesco.
"Ognuno muore solo" è la storia meravigliosamente triste di un vecchio operaio tedesco che dichiara guerra ad Hitler, reo di avergli portato via il figlio sul fronte russo.
La ribellione di Fallada è simile alla "Ribellion" di Joseph Roth, ma meno ebraica...più teutonica e meticolosa.
Il vecchio padre ferito incomincia a girare per la città seminando ovunque biglietti altamente sovversivi: "HITLER UCCIDE I NOSTRI FIGLI", oppure "HITLER, IN RUSSIA VACCI TU".
I biglietti vengono infilati nei sottoscala, lungo le sale d'aspetto dei medici, sui tram.
Ad un certo momento il Reich se ne accorge e incomincia un'indagine contro questo "movimento destabilizzatore".
Genialmente attualissimo, "Ognuno muore solo" è il capolavoro di un uomo che si innamorò della sua pazzia e ne fece un'opera d'arte.
 

Grantenca

Well-known member
Ognuno muore solo

Uno dei migliori libri che ho letto. Pur non essendo titolato per esprimere un tale giudizio, penso sia un capolavoro. La storia del Reich visto dalla parte degli umili, che ad un certo punto decidono di ribellarsi ed intraprendere una guerra contro il regime destinata lla catastrofe, ma non spinti da ideali politici o di altro genere, ma dalla non accettazione della morte in guerra dell'unico figlio ventenne. Il tutto scritto da un grandissimo autore che descrive la società tedesca del tempo in modo mirabile, come in modo grandioso sono stagliate le figue dei protagonisti, del commissario di polizia, del delatore, dei parassiti di regime e di tutti gli altri che è riduttivo chiamare comprimari. Un'opera che dovrebbe essere conosciuta da tutti.
 
Hans Fallada Ognuno muore solo

Ho finito di leggere questo meraviglioso romanzo uscito per la prima volta nel 1947 e dal quale è stato tratto ultimamente un film: "Lettere da Berlino". Il romanzo è basato su una storia vera, la decapitazione da parte della Gestapo nella Germania Hitleriana, di due coniugi operai, che dopo la morte dell'unico loro figlio in guerra, decidono di opporsi al regime scrivendo cartoline accusatorie contro il regime. L'autore scrive il suo romanzo usando lo stile neorealista dell'epoca, il racconto è molto incisivo: il lettore legge e vede i personaggi in carne ed ossa davanti a se, i luoghi, gli orrori. E' scritto benissimo proprio nello stile dell'epoca. E' un romanzo con un grande ritmo, non ci si stanca mai della lettura, tutta la vicenda è espressa con grande profondità di spirito. Mi mancano le parole e forse anche l'istruzione universitaria per parlare ha fondo di questo splendido romanzo che consiglio a tutti.
C'è un altro romanzo tedesco che tratta proprio lo stesso identico argomento: la resistenza, la non accettazione del regime nazista. Questo romanzo è di Alfred Neumann che lo scrisse nel 1944, quindi tre anni prima di quello di Fallada. Il titolo è "Erano in sei". Anche da questo romanzo ispirato a una storia vera, è stato tratto un film: La rosa bianca. Questo romanzo ha la forma di un dramma, più che un romanzo e anche qui abbiamo la condensazione di avvenimenti (un processo: istruttoria, dibattimento, condanna, esecuzione). In questo romanzo i protagonisti sono quattro studenti con due loro professori: stampano e distribuiscono manifestini contro il regime, vengono presi processati e condannati. Anche qui l'autore ci mette di fronte alla resistenza contro l'impazzimento di una nazione.
Erano in pochi quelli che anno saputo fare un po' di propaganda contro il nazismo, "erano in sei" nel romanzo di Neumann, ed erano in due nel romanzo di Fallada.
Ma comunque in tutti e due i romanzi ci sono moltissimi personaggi dipinti con una maestria incredibile.
Io scrivo qui sperando che qualcun altro legga il romanzo di Fallada e scriva le sue opinioni e la sua critica, magari un po' più colta della mia. Grazie.
 
Ognuno muore solo

Hans Fallada è stato uno degli scrittori tedeschi più grandi che siano esistiti.
Pochi lo sanno.
E' piacevole pertanto che la Sellerio, comprati i diritti alla Einaudi, si sia premurata di ristampare il più importante manifesto antinazista tedesco.
"Ognuno muore solo" è la storia meravigliosamente triste di un vecchio operaio tedesco che dichiara guerra ad Hitler, reo di avergli portato via il figlio sul fronte russo.
La ribellione di Fallada è simile alla "Ribellion" di Joseph Roth, ma meno ebraica...più teutonica e meticolosa.
Il vecchio padre ferito incomincia a girare per la città seminando ovunque biglietti altamente sovversivi: "HITLER UCCIDE I NOSTRI FIGLI", oppure "HITLER, IN RUSSIA VACCI TU".
I biglietti vengono infilati nei sottoscala, lungo le sale d'aspetto dei medici, sui tram.
Ad un certo momento il Reich se ne accorge e incomincia un'indagine contro questo "movimento destabilizzatore".
Genialmente attualissimo, "Ognuno muore solo" è il capolavoro di un uomo che si innamorò della sua pazzia e ne fece un'opera d'arte.

Ho appena finito di leggere questo bellissimo romanzo motivata dal fatto di aver visto il film recente: "Lettere da Berlino"
Su questo romanzo ho da segnalarne un altro sullo stesso argomento, l'autore è Alfred Neumann, che lo ha scritto nel 1944, il titolo: "erano in sei", è stato tratto il film la Rosa Bianca. Questo romanzo è servito al film, la Rosa Bianca, non è mai stato citato, e sicuramente Fallada lo aveva letto e da questo romanzo ha preso molto idee, come quella del Processo:istruttoria, dibattimento, condanna. Io posseggo un ritaglio dal Corriere della Sera del 14 luglio di non so che anno che cita la storia di Hans e Sofia, se ti interessa ho ancora il ritaglio molto ingiallito che posso scannerizzare, ma anche qui il giornalista non cita il romanzo di Neumann. L'edizione è una vecchissima collana Medusa dell'Arnoldo Mondadori editore, consiglio a tutti la lettura, fatto salvo la bravura di Fellada e la bellezza del suo romanzo. Ciao.
 

malafi

Well-known member
Un autore che non conoscevo, ma davvero grandissimo, anche se ora dovrò leggere altre sue opere per capire se sono all’altezza.
Un libro bellissimo, che raggruppa molti generi, dal romanzo storico (il fatto è realmente avvenuto) al poliziesco (anche se la polizia in questione è la Gestapo), passando attraverso una caratterizzazione dei personaggi davvero inaspettata. O per lo meno, io non mi aspettavo di trovare certi personaggi in quegli anni berlinesi.
Alcuni, nella loro drammaticità e ferocia sono quasi caricature del regime, altri sono uomini buoni e semplici, altri ancora trovano il modo di redimersi all’ultimo.
Specchio di una società che, senza avere la forza interiore della Resistenza di altri paesi, perché annientati nel corpo e nell’anima dal regime, avevano però, nel loro piccolo, qualcosa da dire.
Quasi goffa e ‘tenera’ la Resistenza messa in atto dal protagonista, eppure molto nobile.
Una parola va spesa anche per lo stile narrativo di Fallada: una prosa semplice, ma incisiva; senza eccessi, a volte quasi distaccata e fredda, ma perfetta per farci digerire fatti crudeli senza che ciò fosse, in nessun modo e mai, un pugno nello stomaco.
Una lettura consigliatissima.
 

Kira990

New member
Libro finito, libro meraviglioso e tremendo insieme.
Nonostante la mole e l'argomento mi ha sorpreso perché è stata una lettura veloce e scorrevole. Bellissimi tutti i personaggi, caratterizzati in modo esemplare: mi sembra di conoscerli tutti.
Tremendo invece per l'ultima parte: gli interrogatori, la reclusione, il processo e l'attesa della condanna. Il processo poi una grandissima farsa.
Insomma la lettura l'ho ultimata da poche ore e ho un bel groviglio di pensieri ed emozioni.
Posso sicuramente dire che è uno di quei libri di cui serberò ricordo per molto tempo.
 

bouvard

Well-known member
Quando ormai pensavo di aver letto abbastanza libri sugli anni della Seconda Guerra Mondiale e del nazismo da non poter più essere sorpresa da un nuovo ed originale punto di vista sulla materia, ecco che arriva la lettura di questo libro a smentirmi. Anzi, la lettura di questo bellissimo libro.
Ognuno muore solo racconta l’ingenua, e per certi versi donchisciottesca, lotta dei coniugi Quangel contro il Fuhrer, l’uomo che trascinando la Germania in guerra ha causato la morte del loro unico figlio. Otto e Anna non mettono bombe, non sabotano niente, non compiono alcun gesto eclatante, semplicemente scrivono cartoline contro Hitler. Una lotta silenziosa, solitaria la loro.
Eppure i due sperano che quelle cartoline, lasciate sui davanzali di palazzi affollati, riescano a smuovere le coscienze sopite di tante altre persone. Sperano che altri trovino nelle loro parole la forza, il coraggio di opporsi anche loro al Regime. Un effetto domino questo è il sogno confessato a mezza voce di Otto e Anna. Solo alla fine i due scopriranno qual è invece la triste realtà.

“La chiama pazzia pagare qualunque prezzo per rimanere onesti?”

Si, alla fine di tutto Otto e Anna possono considerarsi dei vincitori, non hanno causato la fine del regime nazista, non hanno provocato alcun effetto domino, eppure non sono mai stati complici di quel Regime, sono sempre riusciti a rimanere onesti e questo non è qualcosa che in quegli anni è riuscito a tutti.
Come ho detto già all’inizio il libro è bellissimo, ben riuscita la caratterizzazione dei tanti personaggi, scorrevole la scrittura, è sicuramente un libro che tutti dovrebbero leggere.
 

francesca

Well-known member
Bellissimo libro.
Racconta la storia di due coniugi Otto e Anna Quangel che sotto il III Reich, durante la II Guerra Mondiale, in seguito alla morte sotto le armi del loro unico figlio, iniziano a disseminare Berlino di cartoline anonime contro Hitler e il suo regime.
Intorno a questa trama principale si intrecciano la vita di molti altri personaggi, che offrono al lettore uno spaccato inusuale di quella che era la vita di tutti giorni dei tedeschi sotto il regime.
Un punto di vista inedito, perché di solito è più facile leggere romanzi, documenti, saggi che raccontano “grandi” storie, in cui è difficile immedesimarsi da quanto sono grandi i protagonisti sia nel bene che nel male.
In Ognuno muore solo invece ogni personaggio è un “piccolo” personaggio; Falla ci aiuta a capire che accanto ai Goebbels, ai Frank, agli Schlindler, c’era tutto un popolo di persone “normali”, imbevute da anni di proclami del regime: persone semplici che si barcamenvano per mantenere la propria vita e in qualche modo la propria dignità, piccoli gerarchi meschini e miseri nella loro bassezza, o povere misere esistenze che cercavano di trarre beneficio dal clima di terrore che permeava tutta la Germania durante il nazismo.
I coniugi Quangel fanno parte queste piccole persone: soprattutto il marito è una persona odiosa, avara, senza nessun evidente sentimento in sé se non un ben non definito senso del dovere, che dopo la morte del figlio, sposta dalla fedeltà al regime a quella al compito di illuminare i suoi concittadini sulle nefendezze del nazismo.
Il romanzo è basato su una storia vera e nella bellissima edizione della Sellerio, alla fine è riportato un articolo di Fallada in cui parla del fascicolo della Gestapo sui Quangel arrivato nelle sue mani e su cui pensa di scrivere un libro. Interessante perché aiuta a capire quanto c’è di romanzato e di vero nel libro.
Per quello che ho potuto capire leggendo l’autobiografia di Fallada, il libro riporta le contraddizioni stesse della sua vita di scrittore in Germania sotto il regime nazista.
Bellissima anche la postfazione di Wilkes che analizza i personaggi del romanzo, e lo riassume in una frase potente che descrive la condizione di tutta una generazione stritolata dal nazismo fra la paura e il desiderio di mantenere il proprio piccolo senso di umanità:
laddove in Eichmann in Jerusalem (1963) la Arendt descrive e analizza la “banalità del male”, Ognuno muore solo di Hans Fallada comprende e celebra la banalità del bene.

Francesca
 

estersable88

dreamer member
Ognuno muore solo non è solo un romanzo molto bello e profondo. Ognuno muore solo è un romanzo importante, perché è l'espressione della resistenza interna, della coscienza e della disobbedienza civile, quel senso di giustizia che si oppone alla violenza con la protesta tacita, ma inarrestabile.
Una mattina del 1940, una mattina uguale alle altre, in un anonimo condominio di Berlino, la postina Eva Cluge porta una lettera. È una lettera scritta a macchina e questo – lei lo sa – non è buon segno: la famiglia cui è destinata apprenderà presto della morte di qualcuno che è al fronte. Poco dopo, in un appartamento di quel medesimo condominio, l'avaro, burbero, retto capo officina Otto Quangel porgerà la lettera alla moglie, la tranquilla signora Anna, che apprendendo della morte dell'unico figlio, non scoppierà in pianti disperati, non cederà all'ira o al dolore scomposto: dirà solo poche frasi, una delle quali rivolta al marito. "Tu e il tuo Fuhrer!". Ebbene, sentirsi rivolgere quell'accusa dalla moglie è, per Otto Quangel, uno smacco, un'ingiustizia intollerabile: lui non è iscritto al partito, vuole assolutamente tenersi lontano dalla politica, il più lontano possibile. E lo sa anche lui che il figlio non voleva andare in guerra, lo sa pure lui che avrebbe preferito perdere una mano piuttosto che andare al fronte, ma è arrivata la convocazione ed ha dovuto andare. E comunque, qualunque cosa abbia deciso Otto Quangel, l'ha decisa insieme alla moglie, perciò proprio non ci sta che lei definisca Hitler il "suo Fuhrer". Non ci sta, Otto Quangel, che proprio lui che non vuol saperne niente di politica, debba perdere suo figlio, ucciso in una guerra che lui non ha voluto, ma che il Fuhrer ha voluto. Pian piano si instilla in Otto la necessità di fare qualcosa, di non restare indifferente come prima… perché suo figlio è morto, l'ha ucciso il Fuhrer, e più niente è uguale a prima. Ma Otto e Anna Quangel non sono persone potenti né violente, la loro sarà un'azione pacifica, che aprirà gli occhi alla gente, che agiterà le menti obnubilate dal fanatismo nazista. Un sabotaggio silenzioso di chi si oppone, come può, con tenacia, ad un regime. Scrivere cartoline e distribuirle per tutta la città. Questa sarà la lotta pervicace e silenziosa dei Quangel, di quegli operai umili e consapevoli del loro ruolo in società, eppure profondamente consci di dover, in qualche modo, contribuire alla lotta. L'effetto delle cartoline, però, non sarà esattamente quello sperato da Quangel.
Sin dal primo rigo di questo romanzo, con una maestria non comune, Hans Fallada ci introduce in una casa, in un condominio, un quartiere, una città di rara vividezza; egli dipinge per noi personaggi così realistici da essere perfetti nella loro imperfezione, meschinità, bontà d'animo, credulità, furbizia, ingordigia, crudeltà… sono rappresentati, qui, tutti i sentimenti umani, dal più alto al più infimo. Ognuno muore solo è un atto di resistenza interna perché scritto da un tedesco fra i tedeschi, con personaggi tedeschi che si oppongono al regime tedesco. Gli ebrei, i comunisti, tutti i perseguitati dal nazismo hanno qui un ruolo importante, ma comunque marginale, paritario nella loro comprimarietà. Qui va in scena lo spettacolo della grettezza, crudeltà, abiezione di pochi, calato nell'ordinarietà di un Paese in guerra. Se è accaduto ciò che è accaduto, la responsabilità è di tutti, nessuno escluso: è di chi non ha impedito, non ha denunciato, si è reso delatore, si è approfittato, ha marciato, si è voltato dall'altra parte, non ha capito, ascoltato, visto, non ha voluto farlo. Nessuno escluso.
Capita spesso, quando si parla dell'Olocausto, di chiedersi cosa sapessero o facessero i tedeschi. Ecco una risposta. Un libro meraviglioso, da leggere assolutamente.
 
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ayuthaya

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Questo romanzo è molto bello e racchiude molti elementi interessanti, ma dovendo riordinare le idee per un commento, ciò che mi ha colpito di più è stato il ragionamento intorno a due concetti fondamentali: la “grandiosità” e l’“utilità”.

Non penso che ripercorrendo la trama di Ognuno muore solo possa rovinare la sorpresa a qualcuno, poichè, date le premesse, il finale di questa vicenda – tratta da una storia vera – è scritto in partenza. Ma non per questo mancano le emozioni: io stessa ho provato stati d’animo differenti con il progredire della lettura e proverò ad esprimerli.

Una coppia di tedeschi della classe media, non particolarmente brillanti, vivono il dramma della perdita di un figlio durante la seconda guerra mondiale; il trauma in realtà colpisce più la donna, Anna, mentre il marito resta sconvolto dal sentirsi accusato da lei di indifferenza e persino di “complicità” con il regime, accusa fra l’altro totalmente infondata. L’uomo perciò, per dimostrare la propria “innocenza”, decide di combatterlo questo regime, in un modo molto particolare: scrivere delle cartoline contro Hitler e contro il partito, al fine di alimentare e diffondere un sentimento antinazista nel popolo tedesco. A differenza di Anna, quando ho scoperto le intenzioni di Otto, mi sono entusiasmata: sapendo che si trattava di una storia vera, ho pensato che questi coniugi berlinesi avevano fatto qualcosa di straordinario nella sua semplicità e che questa impresa, giunta fino a noi, era evidentemente “sopravvissuta” al regime entrando a far parte della storia della Resistenza.
Diversamente reagisce Anna che, essendosi accorta delle macchinazioni del marito nelle ultime settimane e avendo pensato a qualcosa di eroico, resta delusa:
"Dio mio, che cosa aveva immaginato quell'uomo! Lei aveva pensato a grandi imprese, (e ne aveva avuto anche paura) a un attentato al Fuhrer, oppure almeno a una lotta attiva contro i "bonzi" e contro il partito. E che cosa voleva fare lui? Nulla, qualcosa di ridicolmente meschino, qualcosa che era proprio nel suo stile, qualcosa di tranquillo, per conto suo, qualcosa che non avrebbe disturbato la sua pace. (...)
– Ma non ti sembra un po' poco, quel che vuoi fare, Otto? – Smise di rovistare, ma, sempre chino sui cassetti, voltò la testa verso la moglie. – Poco o molto, Anna, – disse, – se ci scoprono ci rimetteremo la testa...

Ecco quindi il primo concetto. L’azione pensata da Otto in sè e per sè è banale, ma nella sua banalità è grandiosa: smuovere la coscienza di un popolo diffondendo cartoline proibite! Otto si sente investito di tutta la responsabilità di questa scelta e ben presto anche Anna sarà al suo fianco: se la posta in gioco è la vita, loro stanno facendo qualcosa di straordinario. “Forse aveva ragione: molto o poco, nessuno poteva rischiare più della sua vita."
Inizia quindi il racconto di questa impresa, alla quale sono intrecciate molte altre storie e in particolare quella che vede protagonisti due poveri nullafacenti e un commissario della Gestapo. Anche in questo caso i personaggi sono tratti dalla realtà, e mentre il commissario è stato probabilmente nobilitato nella sua trasposizione letteraria, gli altri due vogliono e riescono a rappresentare la feccia della società durante il regime: nè nazisti, nè partigiani, i due sono solo volgari profittatori privi di qualsiasi moralità. Ma non per questo ci appaiono poco umani, anzi: nella loro mediocrità suscitano in noi un senso di compassione.
Tutti questi personaggi, buoni o cattivi, vili o eroici, consapevoli delle loro azioni o burattini nelle mani di qualcun altro, compongono un quadro straordinariamente vivido di quella che doveva essere la società tedesca nel Terzo Reich: tutti hanno paura di tutti, “il partito era tutto e il popolo nulla”, “una metà del popolo mette dentro l’altra metà”.

Ma passiamo al secondo concetto, quello di “utilità”. Fin dal ritrovamento della prima lettera ci rendiamo conto che la reazione non è quella che i Quangel speravano: proprio a causa del clima di terrore (“tutti hanno la coscienza sporca”), il malcapitato non solo non si fa divulgatore del messaggio antinazista, ma nemmeno ha il coraggio di terminare la lettura. È la prima delusione che riceviamo noi lettori, a cui si aggiunge la scoperta che, oltre a non ottenere l’effetto voluto, le cartoline mettono in pericolo chi le raccoglie, fosse anche la persona più dissidente di tutti. Ma Otto e Anna questo non lo sanno e vanno avanti per la propria strada, fino alla fine, convinti dentro di sè di stare facendo qualcosa di rischioso, sì, (per loro stessi), ma di “efficace”.
Andrò velocemente, altrimenti rischio di dilungarmi troppo... Quando Otto sarà arrestato e scoprirà l’assoluta “inutilità” del suo eroismo, resterà scioccato. E noi con lui, perchè sappiamo che dietro ad Otto e Anna si celano due persone realmente esistite, due persone che per questa impresa insieme banale ed eroica, coraggiosa e stupida, hanno pagato con la propria vita. Non è un po’ come don Chisciotte e i suoi mulini a vento? Cosa pensavano di ottenere in fin dei conti, un caporeparto e una casalinga mettendosi contro il regime armati di una penna e di un pacco di cartoline? Tutta la “grandiosità” che mi aveva conquistato all’inizio del romanzo si è dissolta in un senso di impotenza e di sconforto...

Ma ecco il colpo di scena finale, a romanzo concluso (No... nessun vero spoiler, potete continuare a leggere!). Nella sua postfazione Hans Fallada confessa che i “veri” Quangel, Otto ed Elise Hampel, non furono così “grandiosi” come le loro trasposizioni letterarie; anzi, pare che lui, dopo essere stato arrestato, abbia prima cercato di minimizzare e poi di ritrattare, supplicando di essere graziato... che delusione! Era così bello credere a due eroi donchisciotteschi, coerenti fino alla morte! E invece rieccoci di fronte alla piccolezza, alla meschinità dell’uomo.

Ma in fondo è stato proprio così?
Ci risponde Fallada stesso:
Quei due avevano sacrificato le proprie vite in una battaglia senza scopo, apparentemente invano. Ma forse non del tutto senza scopo a ben vedere? Forse non del tutto invano?
Io, l’autore di un romanzo non ancora scritto, spero che la loro battaglia, la loro sofferenza, la loro morte non siano state del tutto invano
.”

Ed ecco che questo romanzo, già di per sè bellissimo, si riveste di un significato ancora più profondo, di uno scopo sublime e, questa volta sì, “efficace”: è arrivato nelle nostre mani, ci ha consegnata la storia, in parte vera e in parte romanzata, di una coppia di coniugi che in un modo o nell’altro hanno offerto la propria vita. E come ammetteva la stessa Anna, molto o poco, nessuno poteva rischiare più di così...
 
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