Mishima, Yukio - Confessioni di una maschera

bouvard

Well-known member
Questo libro si sarebbe potuto intitolare "Confessioni di un adolescente" o "Confessioni di un giovane" se lo scopo dell'autore fosse stato solo quello di raccontarci i turbamenti o la curiosità di un adolescente di fronte al sesso, ma Mishima vuole parlarci, invece, di quella "maschera" che ognuno di noi indossa di fronte agli altri, quando una parte di sé, a maggior ragione poi se questa parte riguarda la sfera sessuale, non rientra nella cosiddetta "normalità".
La "maschera" del titolo è quindi la maschera che indossiamo per essere uguali agli altri e nascondere gli aspetti vergognosi o inconfessabili del nostro Io. Per raggiungere questa "normalità" bisogna innanzitutto cancellare ogni elemento di "diversità" dal proprio comportamento, quindi "comportarsi come si comporterebbero gli altri" per confondersi con essi. Questo è appunto lo stratagemma del protagonista Kochan, una sorte di auto-ipnotizzazione, come egli stesso la definisce, cioè auto-convincersi che il proprio comportamento e le proprie motivazioni non sono diverse da quelle degli altri. Ma ovviamente questo stratagemma è destinato a fallire. Infatti per quanto Kochan possa affannarsi a "calcolare" ogni sua reazione, a razionalizzare ogni azione, ad adattare il proprio comportamento a quello altrui, ci sarà sempre un momento in cui questo auto-controllo si abbasserà, allora basterà un profumo, o uno sguardo che si attarda un attimo più del dovuto su un corpo maschile a tradirlo e a ricordargli che la "maschera" che indossa non è e non sarà mai il suo viso. Le emozioni non seguono, infatti, uno schema fisso, non sono prevedibili, al contrario sono confusionarie e contraddittorie e si divertono a prendersi gioco della nostra razionalità. Perciò la maschera che indossiamo, per quanto ben adattata al nostro viso, non riuscirà a nasconderci per sempre, non tanto per la perspicacia degli altri a vedere in fondo al nostro animo, quanto piuttosto per la nostra incapacità di mentire a noi stessi.
Se si legge il libro conoscendo anche solo qualche breve notizia sulla vita dell'autore, non si può non rimanere colpiti dall'uso frequente che fa della parola Morte e dal fatto di vederla come una soluzione.
Libro interessante, delicato nell'affrontare un argomento scabroso, ma anche violento e spietato nelle analisi che fa delle pulsioni sessuali, delle motivazioni ed anche della viltà del protagonista di fronte alla morte tanto desiderata, ma alla fine fuggita.
 
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ayla

+Dreamer+ Member
Bellissima la recensione che mi ha preceduta.
A me hanno colpito molto due cose, l'estrema lucidità e la sincerità disarmante con cui, più che raccontarsi, si analizza o, riprendendo il titolo, si confessa. E sembra quasi che lo faccia senza paura, senza esitazione perché il bisogno di "svuotarsi" è troppo forte.
E' riucito a tradurre ogni sensazione, ogni sentimento, ogni istinto, ogni pensiero, in parole e non parole qualsiasi, ma quelle giuste, non so se mi spiego. E' come se non potesse essere raccontata diversamente. Impressionante.
E' un libro intenso, triste, questa impossibilità di essere se stessi, di vivere, di realizzarsi e questo soffocarsi, imprigionarsi, mutilarsi non può lasciare indifferenti.
Da leggere.
 

pitchblack

New member
Ho letto questo romanzo un paio di volte, la più recente forse cinque o sei anni fa. Un libro che mi aveva positivamente colpito, nei contenuti e nel modo in cui è scritto. Ero rimasto colpito anche da alcune informazioni biografiche dell'autore: se la memoria non mi inganna morì suicida, e aveva simpatizzato con la politica aggressiva e imperialista del Giappone.
Da non perdere! Se trovo uno scorcio di tempo lo leggerò una terza volta.
 

swann

New member
L'ho letto molto tempo fa e ne ho un ricordo un poco nitido, anche se so che mi era piaciuto. Il libro in questione è sulla mensola di fronte a me, sfogliandolo ho recuperato questo passo:

“Quando un ragazzo di quattordici o quindici anni si scopre più portato all’introspezione e all’autocoscienza d’altri suoi coetanei, cade facilmente nell’errore di ascriverne il motivo al fatto che è più maturo di loro. Nel mio caso fu indubbiamente uno sbaglio. Il motivo semmai stava qui, che gli altri ragazzi non provavano quel bisogno di comprendere se stessi che in me era così impellente: potevano esplicare la loro personalità con la massima naturalezza, mentre a me incombeva recitare una parte, e questo doveva richiedere un acume e uno studio considerevoli. E quindi non era la mia maturità, ma il mio senso di malessere, la mia insicurezza che mi forzavano a acquistare il controllo della mia coscienza; giacchè una coscienza del genere era semplicemente un trampolino di lancio verso l’aberrazione, e tutti i miei pensamenti di allora, nient’altro che congetture incerte e campate per aria.”
 
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