Thomas Hardy - Poesie

Marco Scelbo

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Il compito della Nuova Alba

Cosa fai assisa fuori dalle pareti della mia dimora,
Oh, Alba di un altro giorno?
Non ho invocato la tua presenza sul margine
Del mio davanzale, di erica traboccante;
Perchè, dunque, percorri questo cammino
Con furtivo passo, di silenzio intessuto,
Plumbeo il tuo volto?

“Disvelo la luce per uccidere l’uomo
Che vive non lontano da te,
Per far nascere il figlio della donna,
Che accanto dimora,
Per ricoprire di terra un cadavere o due,
E per innumeri altre consimili faccende, che
Il Tempo oggi deve portare a compimento.

Ma te Egli lascia solo (sebbene,
Come hai sovente asserito,
Sei sempre pronto a pagare il debito,
Non dimentico Tu
Di quanto dovuto per vitto e alloggio);
La verità è: ove s’imbatta in uomini dalla volontà proclive, qui,
Egli, invece, cinge a sé quelli riluttanti.”



Superbi uccelli canterini

Al sole morente cantano i tordi,
In assoli o duetti fischiettano i cardellini,
Al diffondersi delle tenebre gli usignoli,
Nei cespugli,
Intonano il loro acuto canto,
Come solo loro riescono quando Aprile si strugge,
Come se il Tempo fosse loro intangibile dominio.
Novelli uccelli, che un anno fa, o meno di due,
Non erano cardellini, non erano usignoli,
Non erano tordi,
Ma solo particelle di materia,
E terra, e aria, e pioggia.




Meditazioni di mezzanotte

Esseri umani, Voi lasciate sgomenta la mia anima
Nell’ora in cui le ombre mi assediano! -
Non con i vostri splendori rilucenti
Sprofondate l’essere mio in un’agitazione senza requie,
Non in quanto aspiranti
A demoniaca sottigliezza,
Non con la meschina desolazione che vi pervade,
Non con i nefasti insegnamenti che impartite,
Non con le false prediche che dispensate,
Non con le banalità
E immoralità,
Non con la temerarietà,
Non con il sinistro e funesto condurvi;
Ma con la vostra follia
Che riveste e cela lucide malvagità,
Agendo voi come burattini
Assoggettati alla signoria del Tempo,
Ai colpi dell’avversa Fortuna;
In superstizioni
E ambizioni
Opachi alla saggezza;
Cecità, o sistema,
Condotto da assoluta insensatezza
E da assenza di ragione
Verso l’abisso dell’Assurdo
E verso l’orrido tradimento di sè.......
Dio, rivolga Egli il suo sguardo a voi,
E abbia pietà delle anime vostre!



Io sono il solo

Io sono il solo che le tortore, dal collo cinto d’ebano,
Scorgono attraverso le fessure aperte tra i rami
Quando non scosse
Da improvviso terrore,
Ma, dimentiche di sé, tubano, come se dicessero:
‘Oh; egli è il solo’.

Io solo vagabondo quando le lepri dalle vigili orecchie,
Eccitate di mangiare
Il frumento novello,
Ricominciano il fisso e perenne sgranocchiare,
Come se pensassero: ‘Egli è il solo del quale
Nessuno si cura’.

Occhi, di lacrime umidi, rivolgono a me vaporoso sguardo
Mentre, in treno, transitano
Lungo le distese erbose,
Verso consacrati luoghi,
E pensano: ‘Non importa; egli non si interroga
Sulla nostra miseria.’

Io solo odo sussurrare, dalla volta celeste: ‘Noi stelle
Nessun attenzione dobbiamo offrire
Al suo sguardo, così austero e inflessibile,
Rivolto a noi in tal guisa, –
Il nostro brillare non lo ferisca. Egli è il solo che a noi si accompagna
Dal sorgere sino allo svanire nel chiarore diurno’.



Desiderio di oblio

Se potessi pietrificarmi in un mero stare,
Immobilità dimentica di sè,
Cornicione in immota veglia su di un muro,
O collinetta imprigionata nell’abbraccio delle margherite,
O quadro in un salone,
E null’altro,
Non sarei afflitto da melanconici dolori,
Non udirei sentenziare opinioni e giudizi,
Non avrei sogni e risvegli, dolorosi e cupi,
Nessuna preoccupazione, ordinaria o spaventosa;
In una parola, nessuna croce da portare.



A Luisa

Una supplica: come allora, di nuovo, vieni a me incontro
Nell’incerta, irreale penombra di quella stradina;
Non passerò oltre come nella mia acerba giovinezza
Feci, al declinare di ogni giorno.
– Ah, ricordo!
Per far ciò, di nuovo, vedere dovrai
Questo dolente e miserabile spettacolo, da te già abbandonato!

Ma io accoglierò la tua snella figura, tremante,
Mentre, attonita, interroghi la realtà
E sussurri con spettrale e vago spavento,
“Per quale ragione mi trovo ancora in questo luogo?
– Ah, ricordo!
Egli ne è cagione, egli dall’ampia fronte spianata
Che, allora, non mi amò, ma che, ora, mi ama e mi trae a sè dall’oblio!”

Io risponderò: “Creatura dagli occhi benevoli e puri,
Conduci la mia anima con te, oh Cara,
Laddove tu assumesti quest’eterea e vaporosa parvenza;
E’ un luogo preferibile a questo!”
– Fintanto che il ricordo mi accompagni, però,
A te siffatto agire non è consentito:
Attendere debbo, io, finchè, non più gravato dal peso della carne, te potrò seguire.



Le lettere d’amore
(In memoriam H.R.)


Fu un incontro affatto casuale
In un solitario sentiero secondario.
Nell’approssimarsi a me, il rilucere scarlatto del tramonto
Svelò un sorriso, che pareva contrarsi in smorfia,
Su quel volto mortalmente scavato,
Mentre egli tendeva verso di me un pacchetto quadrato,
O cosa non capii.

“Bene,” mormorò, allora; “Sono le mie vecchie lettere.
Forse per lei – indubbiamente per lei, intollerabili e fastidiose catene...
Vedi, un lento declino mi cinge inesorabile
E lei mi ha lasciato. Assolutamente giusto
Restituirmi le lettere, autentica preveggenza;
Eccessiva passione e tenerezza per lei mi hanno arso! Questa notte
Esse, essenza della mia anima, nelle fiamme svaniranno!”

Sorrise nel sole – un dolore, uno strazio pervasero quel mesto sorriso –
E si allontanò. Seppi della sua morte poco tempo dopo.
 
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