Bolano, Roberto - Notturno cileno

alessandra

Lunatic Mod
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Un monologo ininterrotto, senza respiro, del cileno Sebastian Urrutia Lacroix, sacerdote appartenente all'Opus Dei, ma anche poeta e critico letterario acclamato.
Per tutta la prima parte ero perplessa, non capivo proprio dove lo scrittore volesse andare a parare, forse perché neanche Sebastian lo sa bene, ormai è vecchio e malato, ma cosa accresce la sua febbre, cosa lo tormenta? Forse quel giovane invecchiato che lo perseguita e lo prende a male parole, la voce della sua coscienza? Poi, finalmente, ripercorrendo tutta la sua vita vede lucidamente se stesso e il suo ruolo in un atroce contesto sociale e storico, le sue contraddizioni, le sue colpe, perché è una grave colpa anche non schierarsi, fingere di non vedere, accettare in silenzio e con indifferenza i compromessi, abbassare il capo davanti ai potenti.
Lungo questo breve cammino di poco più di 100 pagine incontreremo personaggi famosi, come Neruda; alcuni tristemente, come il generale Pinochet, che prenderà da Sebastian lezioni di marxismo per "conoscere meglio il nemico".
Non conoscevo Bolano, mi piace molto il suo modo di scrivere diretto ma allo stesso tempo elaborato, il suo modo di raccontare l'anima del Cile, terra di grandi dolori e conflitti.
Molto bella e toccante soprattutto la seconda parte.
 

velmez

New member
dopo 2666 e i detective selvaggi mi piacerebbe cimentarmi con qualcosa anche di breve di Bolano... aggiunto in wishlist!
 

Dallolio

New member
Romanzo introspettivo che non rispetta nessuna forma di cronologia o logica nell'esplorazione della vita interiore del protagonista, Sebastian Urrutia... può essere considerato un romanzo onirico e surreale e in questo ambito riesce a toccare notevoli vette che mi hanno ricordato Giorgio Manganelli (La palude definitiva) e Franz Kafka (Descrizione di una lotta); la scelta degli eventi da raccontare sembra del tutto casuale ma al termine del romanzo si ricompone un quadro coerente che ci fa comprendere che questo è un romanzo che narra sia della vita di un uomo ma anche della storia di una Nazione in anni bui e drammatici.
Peccato per alcune cadute di stile (turpiloquio e lessico gergale), livello notevole nel complesso, consigliato.

Voto: 7 +
 

qweedy

Well-known member
Trovo estremamente ostica la scrittura di Bolaño, è un delirio di parole, un flusso di coscienza senza interruzione, senza capitoli e senza paragrafi. Ma è il terzo libro suo che leggo, e non sarà l'ultimo, i suoi romanzi mi incuriosiscono, anche se fatico a comprenderli, molte citazioni e molti riferimenti mi sfuggono e i suoi protagonisti non mi piacciono molto.
Infatti anche Don Sebastian non mi ispira molta simpatia, non sembra neppure un prete, è più un letterato-poeta che viene ospitato e viaggia ovunque, fa la bella vita ed è anche poco caritatevole con i poveri (mi riferisco all'episodio iniziale del pane dei contadini), mentre è molto disponibile verso i potenti.

Ho preferito la seconda parte del libro, il senso di colpa di Don Sebastian aumenta d'intensità mentre si prosegue la lettura. Centrale è l'episodio dei numerosi inviti per serate di festa, trascorse a parlare di letteratura, a casa di María Canales (che al secolo è Mariana Callejas, scrittrice e moglie dell’agente DINA e torturatore Michael Townley).
Credo che il grande senso di colpa del protagonista derivi non da atti gravi compiuti, ma da omissioni e silenzi, dal non vedere, dal non agire. Immagino che aver scelto come protagonista un prete dell'Opus Dei rappresenti un atto di accusa di Bolaño alla Chiesa, spettatrice silenziosa se non complice del regime di Pinochet.
L’estremo tentativo di Urrutia di discolparsi e assolversi prima di morire mi dà l'impressione che lui si senta davvero colpevole.

“Abbiamo l’obbligo morale di essere responsabili delle nostre azioni e anche delle nostre parole e perfino dei nostri silenzi, sì, dei nostri silenzi”.

«Cile, Cile. Come sei potuto cambiare tanto?, gli dicevo a volte, affacciato alla finestra aperta, guardando il bagliore di Santiago in lontananza. Che cosa ti hanno fatto? I cileni sono impazziti? Di chi è la colpa?»
 
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Ondine

Logopedista nei sogni
Tutto il racconto inizia dal proposito da parte del narratore di raccontare tutta la sua vita da un punto di vista razionale ma la realtà che il prete ci propone appare immediatamente l'esatto contrario, emerge una incoerenza di fondo dove il suo stato d'animo prende il sopravvento sugli eventi storici. Questa incoerenza, dettata dalla sua coscienza tormentata e alterata dallo stato febbrile, assume un'aura fortemente malinconica, accentuata ancora di più dalla solitaria oscurità della notte. Il "notturno" del titolo ci proietta immediatamente in una dimensione onirica, evanescente, poetica e musicale, musicale perché ho pensato al "chiaro di luna" di Debussy (che viene citato come uno dei brani classici che Sebastian ascoltava durante i ricevimenti a casa di Maria Canales), il notturno come momento della notte presuppone una predisposizione d'animo particolare, un sentimento di vaga tristezza e di silenzio. Lo stato d'animo di Sebastian è uno stato d'animo disilluso, cerca razionalmente nel passato spiegazioni che possano giustificare più che i suoi atti i suoi non atti, le sue omissioni, le parole non dette, e vuole autoconvincersi che la sola poesia e la sola letteratura bastino come rifugio e autoassoluzione (in realtà sa benissimo che non può autoassolversi). Così, in preda alla sua inquietudine, la logicità narrativa si scontra di continuo con i conflitti interiori dando vita ad una storia frammentaria e non si sa cosa sia vero e cosa sia allucinazione (i dati storici che ripercorrono la storia cilena dal 1970 al 1973 sono però precisi e narrati in modo compulsivo). Per tutto il romanzo ho respirato un ritmo urgente, ossessivo (diversi sono i refrain), è chiara la consapevolezza dell'imminenza della morte e questa consapevolezza non può non creare un'angoscia costante (mi ha colpito inoltre il fatto che spesso Sebastian ricordi i momenti in cui si è sentito smarrito e con un senso di nausea). Il testo è un atto di denuncia verso quegli intellettuali che sono rimasti in silenzio di fronte alla violenza storica e questo Bolano lo fa attraverso la tormentata coscienza di un prete (forse sceglie un prete perché è una figura al di sopra delle parti politiche) utilizzando un linguaggio speculare alla realtà, attraverso metafore, simbolismi, indizi che il lettore deve cercare, allusioni a gesti e pensieri forse inconfessabili (tante cose Sebastian credo non le sveli ma le lasci all'immaginazione). Quello che più mi piace della scrittura di Bolano è proprio questa partecipazione che chiede al lettore e che immerge in un mondo reale e trascendentale insieme. Ho percepito comunque un pessimismo di fondo: la memoria storica è destinata all'oblio.
 
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