Naspini, Sacha - Le case del malcontento

Grantenca

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Sono tempi, questi, in cui si scrive molto. Non c’è trasmissione televisiva in cui non ci sia qualcuno che presenta un suo libro. E, solitamente, sono bei libri, scritti anche molto bene. Ma il fatto di scrivere bene non significa, automaticamente essere “scrittori.

Scrittore invece, a tutti gli effetti, mi sento di affermare, sia chi ha scritto questo libro.

Siamo in un paesino di montagna dell’appennino toscano che chiama “Le Case”. Un paese povero, dove il lavoro in miniera è la risorsa più importante. In questo contesto, dove sembra che mai niente possa succedere per cambiare le cose, si dipana tutta la trama del libro.

Un pensionato disilluso, un giovane ritardato, una cartomante, il droghiere, una vedova “bianca”, il parroco, una ninfomane, la moglie del droghiere, il barista, un agricoltore, una vedova, un gemello “strano”, una bulimica, la titolare di un alberghetto, un altro pensionato, due nani , fratello e sorella, sordomuti dalla nascita, il titolare dello spaccio, un tedesco anomalo, un primario, una giovane ragazza che si ribella alla prigionia paterna, un affascinante schizofrenico cresciuto dalla nonna che non ha mai conosciuto i genitori. Questo sono le singole storie descritte nel libro, come affluenti di un unico grande fiume nel quale tutte le storie si concludono, si mescolano, si compenetrano. E’ il paese di “Le Case” questo grande fiume, che alla fine, pensandoci bene, è il grande protagonista, che porta a conclusione tutte le storie. Sono persone comuni gli attori principali, quasi tutti con le sole risorse necessarie per vivere decorosamente. L’affetto per i figli, le passioni forti, i sogni giovanili, la noia del matrimonio, l’invidia, la lussuria, i sogni proibiti, i pochi momenti di felicità quando qualcuno pensa di aver trovato la sua strada, le dolorosissime disillusioni. Tutti però sono legati a questo luogo natio e sembrano incapaci di lasciarlo. Anche chi ci riesce, alla fine, in qualche modo, ritorna alle origini. Lo scrittore utilizza una lingua che è quella “parlata” dai suoi attori, con inflessioni dialettali, modi di dire, filosofia popolare, in perfetta sintonia con la personalità di chi parla. Questo è, secondo me, ciò che fa di questo libro, con una struttura particolare e ambiziosa, un grande libro per il quale non uso la parola “capolavoro” solo perché è un libro moderno (i fatti penso si possano collocare tra gli anni ’40 e ’80) e non ha quindi ancora superato l’esame severo del tempo. Non lo consiglio a tutti perché non è un libro facile, una “scrittura” rilassante, ma dico che non leggerò nessun altro testo di questo scrittore per non rimanere “deluso”, tanto ho apprezzato questa opera.
 
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