Zola, Emile - Nanà

elisa

Motherator
Membro dello Staff
Romanzo stupendo, un personaggio quello di Nanà veramente affascinante e una visione della società lucida e disincantata ma nello stesso tempo mai fuori dalle righe.
Ce ne fossero di Zola ai giorni nostri, che sanno descrivere la realtà in modo così coinvolgente, senza pudori ma anche senza falsi moralismi o finte provocazioni.
Romanzo modernissimo ancora oggi, basterebbe cambiare qualche nome e il gioco è fatto...
 

elisa

Motherator
Membro dello Staff
"Nanà è stato scritto nel 1880 ed è parte dell'ampio ciclo di romanzi 'I Rougon-Macquart-storia naturale e sociale di una famiglia '.
Nana è una prostituta, una cortigiana, che ha come sue uniche doti la giovinezza e la bellezza. Diventa attrice e cortigiana, si diverte a umiliare e rovinare i suoi spasimanti, primo tra tutti il conte Muffat che la mantiene principescamente. Gelida, Nanà è incapace di voler bene. L'unico cui vuole bene è il suo bambino, il piccolo Louis. Per il resto è insaziabilmente avida di lusso e di piaceri. Intorno a lei ruota la frenetica e dissoluta vita della piccola borghesia parigina. Ogni valore sembra dimenticato. Non esiste donna realmente virtuosa, o uomo fedele. La bellezza e l'argutezza di spirito possono disegnare la differenza tra il successo sociale e l'oblio. Tra l'uno e l'altro il passo è breve. Basta un soffio di vento a rovesciare fortune. Per i perdenti non c'è pietà, ma solo l'ostracismo. Nana catalizza gli uomini, li attira come calamite, ma il suo decadimento è chiaro sin dalle prime righe del romanzo."




*dal web
 
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elena

aunt member
Mi unisco al coro degli entusiasti.....romanzo stupendo :D

La capacità di Zola di analizzare la società trova in questo romanzo una piena realizzazione e fornisce numerosi spunti di riflessione sulle apparenti differenze esistenti tra i diversi ceti sociali . Nanà è una mantenuta, una prostituta e come tale appartenente alla classi più infime della società: è decisamente spregiudicata e sfrutta i suoi amanti fino all'osso tanto da condurli al tracollo economico o addirittura al suicidio. In alcuni momenti sembra, tuttavia, emergere in lei un anelito di vita borghese, un desiderio di apparire come una donna buona e onesta, accettata e rispettata dalla società "perbenista": un primo segnale in tal senso lo possiamo rinvenire nel suo rifiuto di interpretare (nella sua ambigua veste di “attrice”) solo ruoli da cocotte o anche quando organizza cene nel suo palazzo che vogliono essere all'altezza di quelle dell'alta aristocrazia, nonostante la compartecipazione, insieme a qualche nobile, di prostitute, attori e altri ambigui personaggi. Divertente l'osservazione di un giovanissimo altolocato che, invitato a cena in casa di Nanà, vede crollare l'illusione di partecipare ad una festa trasgressiva e illecita, ritrovandosi invece in un contesto rigido e formale tanto noioso quanto quelli dell'alta società (come al solito solo gli occhi innocenti possono rilevare che “il re è nudo” :wink:).
Per contro gli appartenenti alle elevate classi sociali, dietro la maschera di rigidi osservanti delle convenzioni e regole sociali, si indirizzano sempre più verso il basso, verso la depravazione, trovando soddisfazione e sfogo ai loro istinti primordiali solo attraverso figure come Nanà: in quest'ottica, l'annichilimento da loro subito ad opera della splendida “femme fatale” è solo un preventivabile prezzo dovuto per colmare un profondo vuoto esistenziale e Nanà non è solo una perfida e frivola sfruttatrice di uomini ma diviene lo strumento attraverso il quale “aveva vendicato la sua classe sociale, i pezzenti e diseredati”.
Bellissime le descrizioni dei luoghi e degli eventi: sono così minuziose ed accurate che ad ogni scena sembra di contemplare uno splendido quadro.

Consigliatissimo :D
 

Wilkinson

New member
interessante romanzo, con tutti i pregi e difetti di Zola
molto belle alcune pagine di quella Parigi che fu..
quel realismo che allora fece scandalo tanto da far quasi sequestrare il libro oggi ci appare all'acqua di rose
 

~ Briseide

Victorian Lady
Zola descrive in maniera implacabile, ma senza volgarità alcuna, la società al calare del 1800; la storia ruota intorno a Nanà, donna senza arte nè parte, dotata della sola bellezza, frivola e superficiale, che semina desolazione ed effimeri piaceri sulle vite dei suoi sfortunati ed amorfi amanti.
Talmente lucido da risultare quasi contemporaneo, il racconto di certe immagini rifulge nelle pagine del romanzo. Fa rabbrividire per quanto è vivida soprattutto la scena finale, «col triplice grido "A Berlino!" sotto il Grand Hotel dove è morta Nanà, orrendanente sfigurata dal vaiolo», nell'esecuzione di uno spietato contrappasso.
Aldilà di questi innegabili pregi, tuttavia c'è da dire che la trama è piuttosto piatta e poco coinvolgente; ho faticato in troppi punti per non arrendermi alla voglia di abbandonare il libro. Riconosco l'immortalità dell'opera, ma mi piego nel valutare l'indolenza di questa per i miei personali gusti.
 
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Nerst

enjoy member
Davvero frivolo il mondo di Nanà. La protagonista alterna momenti di forza d' animo con altri d' estrema fragilità. La forza è dettato da un atteggiamento di difesa verso un mondo nel quale non può soccombere, la fragilità è riportata verso il figlioletto che lei adora e che rappresenta il suo mondo di tenerezza e di amore che non riesce ad avere da nessuno, nonostante sia venerata da tutti gli uomini della società borghese. Ho di fatto trovato questi uomini molto fragili e anche loro intrappolati in vite che non vogliono. La cosa che mi ha colpito è vedere come Nanà passi da momenti di estrema ricchezza a quelli di estrema povertà, ma fa di tutto per riscattarsi e mi divertivano tanto i nomignoli con cui battezzava i suoi amanti. La Parigi descritta da Zola è dannatamente gotica.

Bella lettura, la consiglio.
 

stellonzola

foolish member
Veramente bello. Il modi di scrivere di questo autore mi affascina sempre.
Concordo pienamente con quanto scritto dagli altri sopra, a parte per il fatto che secondo me Nanà non è in grado di amare nemmeno il figlioletto, che in realtà mi è apparso come un'ennesima vittima di questa donna inconsapevolmente crudele. Perché a mio avviso Nanà non è "cattiva", nella sua perfidia nei confronti degli uomini e di chiunque le stia accanto, è ingenua. La verità è che questa donna è egocentrica ed egoista al punto da essere convinta di avere ragione a maltrattare gli altri, ma non se ne rende conto per cui ti stà quasi simpatica. Ama il figlio solo nei momenti in cui si ricorda di lui e sente che è molto Romantico (come in un libro) struggersi e preoccuparsi per lui, salvo poi dimenticarlo alle corse senza degnarlo di uno sguardo o saperlo malato e non curarsene affatto.
Mi ha decisamente entusiasmato il modo che ha l'autore di coinvolgerti nella narrazione. Il primo capitolo è quello dell'attesa: tutti al teatro attendono questa Nanà sconosciuta ma già annunciata e il lettore vive l'attesa come gli spettatori, nell'ansia di conoscerla, per poi esultare alla sua comparsa e rimanere deluso quando scopre le incapacità di attrice sul palco. Nanà non è capace! non sa fare niente, nè recitare nè cantare, ma la si è tanto attesa e tanto desiderata che la si perdona subito e la si ama proprio per questo, per le sue debolezze...
Mi sono piaciute molto le descrizioni dell'ambiente a cui appartiene Nanà, forse perché ho letto le descrizioni interminabili delle feste di lusso di Proust con il protocollo e le dame splendide e altolocate, ho colto l'ironia della prima cena organizzata da Nanà. Donne non abituate al lusso che si adornano per assomigliare a gran dame , ma che poi appoggiano i gomiti sul tavolo, ridono sguaiatamente e non sanno come comportarsi; lusso fuori luogo sparso ovunque, per far credere di avere "buon gusto"; le amiche in cucina che giocano a carte con la cameriera; uomini nascosti negli angoli della casa e lasciati ad attendere per ore.. una scena grottesca che mi ha fatto davvero divertire.
Mi ha colpito anche la parte in cui Nanà lascia il mondo della fama e della gloria per amore di un attore che la maltratta. Anche qui è alla ricerca di un Amore Romantico, per il quale morire e struggersi... fino a toccare il fondo e scegliere di cambiare di nuovo e recitare un'altra volta il ruolo di gran dama...
Nanà è incapace sul palcoscenico, ma nella vita recita come una grande attrice. e riesce alla fine a farsi amare e perdonare anche dai nemici, da chi ha maltrattato, da chiunque le sia passato sotto i piedi durante la sua scalata al successo sociale.
Tralascio tutti i riferimenti all'attualità italiana che sorgono spontanei... :wink:
 

gamine2612

Together for ever
Non mi dilungo sull'esporre la trama dato che qui è stato già fatto molto bene.
La descrizione dei luoghi, personaggi, odori è stagioni è strepitosa. Alla fine quasi mi ha fatto immaginare una trasposizione cinematografica della storia con attori attuali.
Nanà è incredibile come personaggio, nel senso che è ha mille sfaccettature ed un carisma quasi inspiegabile.
Stupendo il racconto delle corse dei cavalli.
Sono stata contenta di averlo scelto e lo consiglio.
 

amneris

New member
Ho scoperto - mea culpa! - Zola solo questa estate quando ho divorato L'Assommoir e Therese Raquin.
Ho comprato anche Nanà e sarà la prossima lettura!
 

ayuthaya

Moderator
Membro dello Staff
Era la bestia d’oro, incosciente come una forza della natura, e bastava il suo odore a infettare il mondo.

Questo romanzo mi ha conquistato fin dal primo capitolo. Siamo a teatro, ma non in un teatro qualsiasi: il direttore stesso, Bordenave, personaggio volgare e chiassoso, ma ridanciano, pretende di definirlo “il suo bordello” e ancor prima che si alzi il sipario non vuole nascondere l’assoluta mancanza di talento della giovane debuttante che, ne La Blonde Vénus, riveste il ruolo della Venere seduttrice. Pagine e pagine sono dedicate all’attesa che la rappresentazione abbia inizio e, nel frattempo, è tutto un susseguirsi di mormorii, pettegolezzi, supposizioni, in un crescendo di aspettative sempre più “palpabile”. Già, perchè la cosa davvero sorprendente è che leggendo sembra di essere fisicamente lì, al Variétés, in mezzo alla folla che si muove, si addensa o si disperde, si incontra o finge indifferenza, soffre il caldo o gode di una piacevole frescura a seconda che sia stipata lungo il ridotto del teatro o fuori, all’aria aperta. Siamo lì anche noi, in mezzo alla platea o comodamente seduti in una barcaccia, e anche noi, come ognuno degli spettatori presenti, non possiamo fare a meno di chiederci: “Ma chi è questa Nanà? Sarà all’altezza di una così alta aspettativa?”
E alla fine, quando la tensione ormai è divenuta insopportabile, Nanà compare sulla scena e Zola è straordinario nel descrivere quell’unico istante in bilico fra il fiasco più totale e la consacrazione. E finalmente, grazie all’urlo entusiasta di un giovane incantato, la tensione si scioglie: è la consacrazione. Nanà non sarà talentuosa, ma di certo è carismatica: merita il suo trionfo, così come merita tutto ciò che, nei capitoli successivi, col suo cinismo, la sua avidità, la sua ridicola pretesa di “perbenismo”, ma in fin dei conti anche col suo incrollabile candore di bambina sfuggita alla fame, riesce a conquistare.

Se mi sono soffermata così tanto a descrivere questa prima scena, è perché leggendola ho capito tutt’a un tratto cosa significhi quel “naturalismo letterario” di cui Zola è considerato uno dei massimi esponenti: significa sentirsi raccontare una storia e poterla non solo immaginarla, ma viverla con i sensi, quasi fosse anch’essa una rappresentazione teatrale – non per niente i primi capitoli assomigliano in tutto e per tutto a degli atti – e noi ne facessimo parte: un coinvolgimento non solo mentale, quindi, ma anche fisico, dei sensi. Ciò diventa ancora più evidente quando l’azione si sposta dagli spazi “pubblici” del teatro al “dietro le quinte”: camerini, magazzini, corridoi... luoghi bui e polverosi, soffocanti di odori e calore umano che si mescolano e inebriano come una droga. É ciò che accade al conte Muffat, che, proprio all’interno di un camerino sporco e soffocante, si lascia sopraffare dalla travolgente e intima sensualità di Nanà. E insieme a lui, uno dopo l’altro, tutti capitolano di fronte a questa donna che sempre più si mostra insensibile, priva di scrupoli. Sono uomini che, indipendentemente dalla posizione, dall’età, dalla pretesa autorevolezza, accettano di essere dilapidati del loro patrimonio e della loro dignità (l’uno e l’altra vanno di pari passo, sesso e denaro sono indissolubilmente legati): chi incoscientemente, chi lottando contro la propria coscienza, chi rincorrendo la propria rovina quasi fosse un onore.
E così, il “morbo” della debolezza umana si diffonde pericolosamente e dal singolo individuo finisce per intaccare ogni cosa: la famiglia, la classe sociale, la società intera. “In quell’attimo di lucidità (il conte Muffat) si disprezzava. Era proprio così: in tre mesi lei aveva corrotto la sua vita, si sentiva già infettato fino al midollo da sozzure che non avrebbe mai immaginato. Dentro di lui tutto sarebbe marcito. Per un istante ebbe coscienza degli effetti del male, vide la disgregazione causata dal quel fermento: lui avvelenato, la sua famiglia distrutta, un pezzo di società che scricchiolava e crollava.” Ed è quello che puntualmente accade.
Il fatto che la corruzione, la depravazione coinvolgano trasversalmente ogni classe sociale sembra sottolineare che è la debolezza del singolo uomo a trascinare con sè nell’abisso il sistema di valori che credeva di aver costruito e in cui si illudeva di essere al sicuro.
In quest’opera Zola celebra l’immenso potere del desiderio e del piacere, contro cui sembra non esista difesa; un potere indecente, certo, ma che non per questo non merita di vedersi riconosciuto: “(Nanà) aveva un’altra cosa, una bazzecola di cui si rideva, un po’ della sua nudità delicata, e con quella quisquilia, vergognosa ma molto potente, la cui forza sollevava il mondo, da sola, senza operai, senza macchinari inventati dagli ingegneri, aveva fatto tremare Parigi e costruito quella ricchezza sotto la quale riposavano cadaveri.
Insomma, se non si è ancora ho capito, questo libro per me è stata una rivelazione (nonostante avessi già letto e apprezzato Thérèse Raquin) e a differenza di Nanà che, riferendosi evidentemente al suo creatore, con grande ironia di quest’ultimo, afferma di provare “un’indignata ripugnanza verso quella letteratura immonda che aveva la pretesa di rappresentare la natura, come se si potesse mostrare tutto, come se un romanzo non dovesse essere scritto per passare un’ora piacevole”, io ringrazio Emile di averci regalato questo pezzettino di “letteratura immonda”.
 
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