Carver, Raymond - Cattedrale

Apart

New member
Splendidi questi 12 racconti. In tutti c'è la sensazione che sia accaduto qualcosa, ma non si sa mai bene cosa. E' qualcosa di indecifrabile, che sfugge al senso comune. Come la vita. Bisogna lasciarla parlare. Dargli forma, dargli senso, sembra è impossibile per Carver. La vita sfugge ad ogni tentativo di ordinarla. Cattedrale, il racconto più bello, che chiude il libro, sembra raccoglierli tutti. Carver scrive in maniera semplice, asciutta, concisa. Ci si innamora del suo stile. Si vorrebbe imparare da lui a scrivere: saper raccontare la realtà con il cuore, mettendola giù bene, in maniera ordinata, senza troppi giri di parole. Carver sa rendere affascinanti certe figure di perdenti che, nonostante le sconfitte, sono sempre pronti a rimettersi in viaggio, speranzosi di poter trovare, altrove, in futuro, un'altra, l'ultima occasione. La lezione, se ce n'è una, è che nonostante tutto non si debba mai rinunciare a vivere.
 
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elena

aunt member
Forse è un periodo che ho particolari problemi comunicativi con gli scrittori nord americani, ma questi racconti mi hanno lasciato un pò perplessa.
Carver ha decisamente una bella penna: con brevi tratti riesce a cogliere il senso di alineazione e frustrazione dei personaggi che rappresentano "l'altra America", mettendo in luce problematiche (molte delle quali decisamente autobiografiche) quali l'alcolismo, la disoccupazione, la disgregazione della coppia.......ma alla fine tutto resta praticamente immobile, nel senso che al termine del racconto (che giunge sempre inaspettato) al lettore rimane un profondo senso di vuoto, tanto che viene spesso da chiedersi ....."e poi?", "esiste una speranza per questi oppressi/depressi o sono destinati alla perenne inerzia?".
Ripeto, probabilmente è un mio problema interpretativo, ma questi racconti sono, a mio parere, paragonibili a fotografie che si limitano a cogliere un attimo contigente della compessa e dura vita dei suoi protagonisti.
 
Un libro stupendo, perfetto. Racconti struggenti e pieni di vita, di realtà. Consigliato a tutti. Uno dei migliori scrittori di racconti di tutti i tempi.
 

Jessamine

New member
A volte credo di dare troppa importanza a quello che leggo. Non fraintendetemi, non sono certa di riuscire a spiegare al meglio quello che vorrei dire: nella mia vita ho pochissimi punti fermi, ma una delle poche certezze, una delle poche cose su cui non ho mai avuto dubbi è proprio l'importanza che per me ha la letteratura, e non credo di voler cambiare questo fatto. Quello che intendo dire è qualcosa che probabilmente non riuscirò a dire, e allora faccio un passo indietro e provo a ricominciare da un'altra prospettiva. Ho sempre avuto un rapporto particolare con i racconti: pensavo non mi piacessero, pensavo fossero solo la seconda scelta di un romanzo, qualcosa di più piccolo e più facilmente trascurabile. Poi è arrivato Richard Yates, con le sue*Undici solitudini*, e ho capito quanto fossi stata superficiale ed ingenua a pensare una cosa del genere. E proprio nel periodo in cui ero ancora stupita dall'epifania generata da Yates diverse persone mi hanno consigliato caldamente di buttarmi su Carver, perché se avevo amato Yates sarei letteralmente impazzita per Carver; se avevo apprezzato il minimalismo e il realismo di Yates avrei adorato quello di Carver; se avevo provato una solitudine e un dolore immensi leggendo dei personaggi di Yates, sarei sicuramente stata annientata da quelli di Carver. Ebbene, ho pensato che l'incontro con un autore tanto grande, un autore che sembrava avere tutte le carte in regola per diventare uno dei miei autori preferiti, non potesse avvenire così, in un momento qualsiasi, senza importanza, senza che ogni cosa fosse al suo posto. E così ho rimandato, e rimandato, e ho letto altri autori, ho letto altri racconti, sempre pensando di non essere pronta per Carver.
Qualche settimana fa, senza troppe aspettative, sono stata travolta dai*Nove racconti*di Salinger, e il giorno stesso in cui ho terminato quell'ultimo racconto, ho prenotato*Cattedrale*in biblioteca. Ho deciso di non viverlo in maniera bulimica, come faccio sempre con le raccolte di racconti, ma di centellinarne la lettura, di leggere piano, di immergermi in ogni racconto con lentezza, profondamente, senza passare subito ad un altro racconto. E ho cercato, ho disperatamente cercato di farmi spazzare via da Carver. Ecco, ho dato troppa importanza a quello che stavo leggendo - ho cercato di dare troppa importanza a quello che stavo leggendo - e qualcosa si è rotto. C'ero io che leggevo lentamente ogni frase, fermandomi a pensare alla maestria insita in una costruzione (e non è un caso parlare di costruzione in*Cattedrale*), c'ero io che mi ripetevo quanto fosse bravo Carver, quanto sapesse rendere reali personaggi fittizi, quanto le storie parlassero di solitudine e desolazione, ma non c'è stato molto altro. Quando ho scritto il mio commento ai*Nove racconti*di Salinger ho parlato di barriere abbattute, qui posso parlare solamente di costruzioni: Carver è un costruttore (e forse qui dovrei fermarmi e fare dell'ironia, dal momento che il racconto di Yates che più mi è piaciuto è stato proprio “I costruttori”), costruisce con una perizia e una maestria innegabile edifici semplici, lineari, che ricordano in tutto e per tutto*la vita vera*- questa fantomatica entità -, costruisce edifici stranianti e pieni di una desolazione, una solitudine, una distruzione intrinseca da lasciare ben poca speranza, ben poca luce (proprio quella luce che, invece, sapeva filtrare dalle imprecisioni del racconto di Yates>), ma a ben guardare si tratta pur sempre di costruzioni. Costruzioni solide, fredde, realistiche, ma quando qualcosa è realistico non può essere reale. E allora forse avrei preferito qualcosa di meno solido e curato, qualcosa che mi facesse temere che tutto si potesse sgretolare ad un tocco troppo vigoroso, perché essere travolti e sommersi, almeno in letteratura - almeno nella mia esperienza della letteratura - è sempre meglio della quieta ammirazione di quando si resta a guardare.*
Devo dire che ci sono stati momenti in cui, per un attimo, ho smesso di pensare alla costruzione, e ho provato quella sensazione di perdita di coscienza e razionalità che mi accompagna durante la lettura dei libri che preferisco, ma si è trattato solo di momenti: “Una cosa piccola, ma buona”, “Attento” e “Febbre”. Poi l'ammirazione (e attenzione, si tratta pur sempre di ammirazione, per cui è naturale che sto parlando solo del mio personale e soggettivo modo di fruire di un'opera letteraria) per la costruzione è tornata a prendere il sopravvento, ponendo una barriera che, nonostante tutti i miei sforzi - e sono stati tanti - non sono riuscita ad abbattere.
 

alessandra

Lunatic Mod
Membro dello Staff
Premetto che ho letto solo il racconto "Cattedrale". E' la storia, solo in apparenza poco movimentata, di un totale stravolgimento interiore raccontato in tre pagine.
Non sono d'accordo con chi ha scritto che i racconti di Carver non lasciano speranza. O io non ci ho capito niente, o questo è un racconto illuminante, che sembra dimostrarci come un evento apparentemente insignificante - in questo caso l'incontro quasi casuale del protagonista con uno sconosciuto, tra l'altro a lui sgradito per puro cinismo e ignoranza, e non voglio svelare altro - può trasformare la nostra visione delle cose, e/o cambiare la nostra vita.
 

qweedy

Well-known member
Anch'io ho ascoltato in audiolibro solo il racconto "Cattedrale" e mi è piaciuto nonostante la voce dell'attore fosse a mio parere sgradevole e con un marcato accento.

Il protagonista è dapprima ostile e restio ad accettare l’altro, l'amico cieco della moglie, ma alla fine si lascia andare permettendo alla fantasia e alla comunicazione di erompere nel suo piccolo chiuso mondo.
Con poche descrizioni e tanti dialoghi la paura iniziale di un irrazionale disagio verso l'intruso cieco viene superato con un tipo di comunicazione diverso che permette di vedere le cose in una luce differente.
Alla fine del racconto si ha la sensazione che tutto si sia spostato ma nello stesso tempo sia rimasto immobile.

"Tenevo gli occhi ancora chiusi. Ero a casa mia. Lo sapevo. Ma avevo la sensazione di non stare dentro a niente."
 
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