Aprile, Pino - Terroni

Ci sono i libri di Giustino Fortunato, di Gaetano Salvemini, c'è questo libro di Aprile, ma nessun testo ha l'immediatezza di Massimo Troisi riguardo all'Unità d'Italia, espressa a Non stop nel lontano 1977.

 
Non c'era internet qualche anno fa, non vivevo in un centro ove ci fossero delle biblioteche e dunque la mia conoscenza storica si è formata soprattutto sui libri di Camera e Fabietti.
E fino a qualche anno fa io ero convinto che al Sud fossimo tutti analfabeti prima che arrivasse Garibaldi a portarci il Regno illuminato dei Savoia. Ero convinto che l'aggettivo: borbonico, fosse sinonimo di arretratezza, di indisciplina, di povertà e di miseria, di sfruttamento delle masse contadine, ero convinto che i briganti fossero da sempre una delle peggiori piaghe del mezzogiorno, ero convinto che fossero delle belve feroci e come scrivono Camera e Fabietti a pag. 918 del loro libro la guerriglia condotta da queste "bestie" fu coraggiosamente sedata dai valorosi militi dell'esercito piemontese e dai carabinieri. Non c'è paese al sud che nelle sue caserme non abbia una lapide che ricorda il Valor Militare di qualche eroico carabiniere che ha perso la vita per la gloria dell'Unità d'Italia. Tra l'altro Camera e Fabietti scrivono che i caduti da una parte e dall'altra fossero in totale 7000, più 2000 fucilazioni (queste ovviamente sebbene non specificato erano tutte da una sola parte). Ero convinto che il processo unitario fosse irreversibile e consideravo sciocchi coloro che vi si opponevano. E perché opporsi poi? Con i nuovi regnanti saremmo stati tutti meglio.

Poi arriva Internet e scopro Salvemini, Fortunato, Russo, Sonnino e Franchetti. Scopro che solo a Pontelandolfo e Casalduni i morti furono oltre 2000, che a Gaeta c'è una fossa comune con altri 2000 morti, che nel 1863 si parlava di 15000 morti fucilati (ma non erano 2000?).
Poi scopro che l'agricoltura del Meridione non era arretrata, ma esportava nel resto d'Europa, scopro che i cantieri di Pietrarsa furono copiati mattone su mattone da Kaliningrad e Kalininigrad fu copiato dalle mirabolanti officine di Kronstadt. Officine di Pietrarsa che i nuovi padroni d'Italia smontarono pezzo per pezzo. Scopro che il maggiore impianto siderurgico d'Europa si trovava in uno sperduto luogo calabrese e dava lavoro a 3000 persone, ma i nuovi padroni decisero che non avendo vie di comunicazione sul mare era meglio trasferirle sulla costa, difatti furono trasferite a Terni che ha uno dei mari più belli d'Italia.

Anch'io come Giustino Fortunato sono per l'Unità d'Italia, ma perché l'abbiamo pagata con sangue e soldi.
E' difficile accettare di essere chiamati ladri da coloro i quali ti hanno fregato il portafoglio.

E' ciò che ho trovato scritto sul libro di Pino Aprile.




Anche il mio borgo contava circa 15000 anime verso la fine dell'800, ora siamo meno di un terzo.
 
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lettore marcovaldo

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Non c'era internet qualche anno fa, non vivevo in un centro ove ci fossero delle biblioteche e dunque la mia conoscenza storica si è formata soprattutto sui libri di Camera e Fabietti.
E fino a qualche anno fa io ero convinto che al Sud fossimo tutti analfabeti prima che arrivasse Garibaldi a portarci il Regno illuminato dei Savoia. Ero convinto che l'aggettivo: borbonico, fosse sinonimo di arretratezza, di indisciplina, di povertà e di miseria, di sfruttamento delle masse contadine, ero convinto che i briganti fossero da sempre una delle peggiori piaghe del mezzogiorno, ero convinto che fossero delle belve feroci e come scrivono Camera e Fabietti a pag. 918 del loro libro la guerriglia condotta da queste "bestie" fu coraggiosamente sedata dai valorosi militi dell'esercito piemontese e dai carabinieri. Non c'è paese al sud che nelle sue caserme non abbia una lapide che ricorda il Valor Militare di qualche eroico carabiniere che ha perso la vita per la gloria dell'Unità d'Italia. Tra l'altro Camera e Fabietti scrivono che i caduti da una parte e dall'altra fossero in totale 7000, più 2000 fucilazioni (queste ovviamente sebbene non specificato erano tutte da una sola parte). Ero convinto che il processo unitario fosse irreversibile e consideravo sciocchi coloro che vi si opponevano. E perché opporsi poi? Con i nuovi regnanti saremmo stati tutti meglio.

Poi arriva Internet e scopro Salvemini, Fortunato, Russo, Sonnino e Franchetti. Scopro che solo a Pontelandolfo e Casalduni i morti furono oltre 2000, che a Gaeta c'è una fossa comune con altri 2000 morti, che nel 1863 si parlava di 15000 morti fucilati (ma non erano 2000?).
Poi scopro che l'agricoltura del Meridione non era arretrata, ma esportava nel resto d'Europa, scopro che i cantieri di Pietrarsa furono copiati mattone su mattone da Kaliningrad e Kalininigrad fu copiato dalle mirabolanti officine di Kronstadt. Officine di Pietrarsa che i nuovi padroni d'Italia smontarono pezzo per pezzo. Scopro che il maggiore impianto siderurgico d'Europa si trovava in uno sperduto luogo calabrese e dava lavoro a 3000 persone, ma i nuovi padroni decisero che non avendo vie di comunicazione sul mare era meglio trasferirle sulla costa, difatti furono trasferite a Terni che ha uno dei mari più belli d'Italia.

Anch'io come Giustino Fortunato sono per l'Unità d'Italia, ma perché l'abbiamo pagata con sangue e soldi.
E' difficile accettare di essere chiamati ladri da coloro i quali ti hanno fregato il portafoglio.

E' ciò che ho trovato scritto sul libro di Pino Aprile.




Anche il mio borgo contava circa 15000 anime verso la fine dell'800, ora siamo meno di un terzo.


Quoto tutto perchè , semplicemente, risponde alla realtà dei fatti. Però , ci sono delle cose che non mi tornano ...
Mi sembra che si sottovaluti il fatto che quando arrivò il buon Peppino Garibaldi in Sicilia, non portò "la rivoluzione" ma in qualche modo approfittò (ci contava) di un clima da guerra civile che aveva accesso speranze e aspirazioni contrapposte.
E non si trattava del movimento di soli gruppi mazziniani o filo sabaudi.
Ci sono piccoli particolari, di cui si parla poco, ma secondo me significativi :
1) Ho letto in più di un occasione che le truppe borboniche sarebbero state poco preparate ad affrontare i veterani garibaldini perchè provate solo in occasionali campagne anti-brigantaggio ( Ma allora c'erano già "briganti" che richiedevano l'intervento dell'esercito per essere affrontati ? )
2) Quando Pisacane sbarca a Sapri, le autorità borboniche per aizzare i contadini parlano di una banda di "briganti" (perchè non di "piemontesi" o "stranieri" ? Evidentemente l'idea di una grossa banda di briganti non era qualcosa di remoto o inattuale )
3) A Bronte in Sicilia nel 1860 i contadini massacrano i possidenti appena vengono a conoscenza delle prime vittorie di Garibaldi.
4) Più che per conservare il trono a Francesco II, molti contadini si ribellano appena vengono confiscate (in ossequio alla politica anticlericale che il governo aveva già applicato in Piemonte pochi anni prima) le terre delle chiesa , spesso sottoposte agli "usi civici" con diritti di uso per i contadini. Senza quelle terre, messe all'sta e ben presto accaparrate da possidenti di ogni orientamento politico, tanti contadini poveri si trovarono in gravi difficoltà.
5) Ho letto una volta un libro che riportava la testimonianza di un capitano dei carabinieri, che partecipò alla repressione del brigantaggio in basilicata, che in sostanza dice ( pur con tutte le cautele dettate dalla "convenienza" ) : " Ok, questi briganti saranno "belve feroci" e i contadini che li sostengono "corrotti" dal passato malgoverno, però quì c'è gente che appartiene alle classi dirigenti (galantuomini) che non si fanno scrupolo di fomentare lo scontro. Tanti possidenti hanno addirittura dei gruppi di guardie del corpo (squadriglieri) che escono ed entrano dalla bande di briganti !! "
6) In diverse occasioni alti ufficiali borbonici sembra che più che alle cariche dei garibaldini, non abbiano saputo resistere alla valuta straniera che gli veniva offerta. Il problema è che , per interesse o per convinzione, passarono d'altra parte non pochi generali sparsi, ma moltissimi ufficiali ( non una maggioranza schiacciante nelle marina borbonica ad esempio).
Inoltre già 2 o 3 anni prima della spedizione dei mille c'era stata una rivolta dei soldati svizzeri arruolati nell'esercito. In crollo dello stato borbonico non era stato qualcosa di così improvviso ...
7) anche questo , secondo me, rende bene l'idea del vero clima del momento http://www.forumlibri.com/forum/showthread.php/6332-Pagine?p=141094&viewfull=1#post141094

... e molto altro ancora ...

Alla fine i filo borbonici non avevano interesse a denunciare la guerra sociale e civile in atto per mostrare una realtà di unione e solidità dello stato infranta solo dalla violenza venuta dall'esterno e dal tradimento all'interno.
I filo sabaudi per contro attribuivano il brigantaggio e le tensioni sociali ad un generico malgoverno e all'arretratezza culturale delle popolazioni senza voler incidere nella struttura di potere di quella parte di classe dirigente che li aveva appoggiati (E come faceva timidamente notare il capitano dei caribineri, anche per il 1860, era inaccettabile il sistema gestito da tanti "galantuomini" )
 
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Su alcuni punti ho trovato una risposta nel libro di Aprile, su altri in sincerità non saprei cosa dirti.

I briganti esistevano anche prima dell'Unità d'Italia, erano frange rurali che vessate dai proprietari terrieri si costituivano in bande per operazioni di guerriglia. Il problema era marginale nel Regno delle Due Sicilie, ma molto vasto nello Stato Pontificio.
Negli anni successivi all'Unità d'Italia il fenomeno assunse proporzioni molto vaste proprio nel Mezzogiorno, ma ai "soliti" diseredati si aggiunsero anche ex soldati e ufficiali dell'esercito borbonico e molti lealisti.

E' ormai pacifico che il Piemonte riempì il Meridione di sobillatori, molti focolai di guerriglia contro i Borboni furono accesi da queste persone.

La codardia degli ufficiali borbonici spiazzò gli stessi soldati dell'esercito del Regno delle Due Sicilie, codardia dovuta, come ben dici, al prezzolamento dei sabaudi, tanto presto avrebbero messo le mani sulla cassa e potevano permettersi queste spese.
 

lettore marcovaldo

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Negli anni successivi all'Unità d'Italia il fenomeno assunse proporzioni molto vaste proprio nel Mezzogiorno, ma ai "soliti" diseredati si aggiunsero anche ex soldati e ufficiali dell'esercito borbonico e molti lealisti.
Ci fu anche il caso di qualche soldato "piemontese" passato con i rivoltosi.

E' ormai pacifico che il Piemonte riempì il Meridione di sobillatori, molti focolai di guerriglia contro i Borboni furono accesi da queste persone.
Beh.. in Sicilia non ci fu bisogno di molti sobillatori. A Palermo la lotta fu ferocissima. A Corleone ci fu una carneficina tra rivoltosi e soldati borbonici. Scontri molto duri anche a Catania. E' un fatto che i generali borbonici temessero di rimanere tagliati fuori dal resto del regno e costretti e correre da una parte all'altra dell'isola per evitare le insurrezioni.

La codardia degli ufficiali borbonici spiazzò gli stessi soldati dell'esercito del Regno delle Due Sicilie, codardia dovuta, come ben dici, al prezzolamento dei sabaudi, tanto presto avrebbero messo le mani sulla cassa e potevano permettersi queste spese.
In alcuni casi come in Calabria sembra proprio che l'accordo sia stato evidente. In molti altri casi bisogna dire che l'insperienza dei comandi borbonici fu clamorosa. In fondo gl ufficiali più alti in grado, con esperienza di guerra "grossa", ( a parte i pochissimi che avevano partecipato in qualche modo alla prima guerra di indipendenza) erano quelli che avevano combattuto durante le guerre napoleoniche e quindi superavano tranquillamente i settanta anni !
Nella battaglia del Volturno, quando ormai i ranghi dell'esercito erano stati "ripuliti", i borbonici perdono pur avendo più uomini e artiglieria e conoscendo meglio il terreno. In quel caso Garibaldi ,ottiene la vittoria senza aiuti esterni ...
 
Fenestrelle, storia di un lager.

"Ognuno vale non in quanto è, ma in quanto produce"

Questa è l’iscrizione che il visitatore può leggere ancora oggi su un muro della fortezza, entrando a Fenestrelle.

Fenestrelle è appunto una fortezza ubicata sulle montagne piemontesi dove, dal 1860 al 1870, furono deportati migliaia di meridionali che si opposero all'unità d’Italia e alla colonizzazione piemontese. Gli internati erano soprattutto poveri contadini ed ex soldati borbonici, i quali morirono di stenti e vessazioni perpetrati da chi si reputava un liberatore!

Al tempo si trattava di un insieme di forti, protetti da altissimi bastioni ed uniti da una scala, scavata nella roccia, di 4000 gradini. Era una gigantesca cortina fortificata resa ancor più spettrale dalla naturale asperità dei luoghi e dalla rigidità del clima.

I prigionieri erano assassini, sacerdoti, giovanetti, vecchi, miseri popolani e uomini di cultura. Senza pagliericci, senza coperte, senza luce sopravvivevano in condizioni disumane, perfino i vetri e gli infissi venivano smontati al fine di rieducare con il freddo i segregati. Laceri e poco nutriti era usuale vederli appoggiati a ridosso dei muraglioni, nel tentativo disperato di catturare i timidi raggi solari invernali, ricordando forse con nostalgia il caldo di altri climi mediterranei.

Pochissimi riuscirono a sopravvivere: la vita in quelle condizioni non superava i tre mesi, anche perché spesso i carcerati venivano uccisi arbitrariamente, o solo per aver proferito ingiurie contro i Savoia. Dunque nessuna spiegazione logica era alla base della loro misera prigionia e molti non erano nemmeno registrati, di conseguenza non si può avere oggi un preciso riscontro del numero dei morti, processati e non, e quindi delle motivazioni logiche di quanto accaduto.

E proprio a Fenestrelle furono vilmente imprigionati la maggior parte di quei valorosi soldati che, subito dopo la resa di Gaeta, sarebbero dovuti essere liberati al termine delle ostilità. Dopo sei mesi di eroica resistenza dovettero, invece, subire un trattamento infame: vennero disarmati, derubati di tutto e vigliaccamente insultati dalle truppe piemontesi.

Infine, i detenuti tentarono di organizzare una rivolta il 22 agosto del 1861 per impadronirsi della fortezza, ma fu scoperta in tempo ed il tentativo ebbe come risultato l'inasprimento delle pene tra cui la costrizione di portare al piede palle da 16 chili, ceppi e catene.

La liberazione, dunque, poteva avvenire solo attraverso la morte ed i corpi (non erano ancora in uso i forni crematori) venivano disciolti nella calce viva, collocata in una grande vasca situata nel retro della chiesa che sorgeva all'ingresso del Forte.



A scanso di equivoci, io sono per l'Unità d'Italia, quella vera però. Dove ad un km di strada ferrata al Nord ne corrispondesse uno al Sud.
Ma se Moretti nello spendere 1,2 mld di euro per le ferrovie mi dice che la priorità è il nord, allora qualcosa che non c'è, sussiste ancora.
 
La verità rafforzal'Unità

A Pontelandolfo e Casalduni, ogni anno, per l'anniversario della strage, si inscena
la battaglia fra "briganti" e "piemontesi". Racconta Nicola Bove, presidente della Pro
Loco di Casalduni che al recupero della storia scomparsa si dedica, ormai a tempo
pieno, da una ventina di anni: «Gli anziani avvertono i figuranti guerriglieri borbonici:
"Non andare di là, ci stanno i soldati! "» come se lo scontro fosse vero, e si potesse
correggere la storia.
«Ci viene qualche migliaio di persone, dalla Campania, dalla Basilicata, dalla
Calabria» dice Bove. Ma svicola diplomaticamente sul fatto che i due paesi celebrano
la giornata della memoria recuperata ognuno per conto suo (da Pontelandolfo
qualcuno avrebbe chiesto a Casalduni il risarcimento dei danni, perché la rappresaglia
coinvolse i due paesi, ma i soldati piemontesi in fuga da Pontelandolfo vennero uccisi
a Casalduni). Bove era commerciante di mobili. Sentì parlare del massacro in alcuni
convegni, era il 1990. Volle saperne di più. I vecchi ricordavano che «qualcosa di
brutto era successo»; brandelli slegati di racconti. E poi, documenti incompleti a
comporre, piano piano, una storia raccapricciante. «Cerchiamo negli archivi
comunali, parrocchiali dei paesi intorno,» spiega ora lui, aiutato da ragazzi del
servizio civile «perché qui a Casalduni tutto fu distrutto.» Di Pontelandolfo tre case
rimasero, di Casalduni nulla. Né si sa quanti furono uccisi. Oggi il paese ha
millecinquecento abitanti; prima della strage, tremila. Sull'esempio di Bove, anche nei
centri vicini si organizzano convegni, manifestazioni per ricordare.
Andiamo a pranzo a Pontelandolfo, in un ristorante di tradizione. Appena entri,
sulla sinistra, una parete-bacheca, con libri e documenti storici; alcuni si direbbero
inediti! «Bisogna tradurli» dice l'oste, Gaudenzio Di Mella, un ex autotrasportatore,
che li recupera e li studia, con l'aiuto di esperti. E bandiere, stemmi. «Il tempo della
vergogna è finito. Di quella nostra», borbotta il ristoratore. Osservo che un paese
rinasce se riacquista la memoria. Lui scuote la testa; mi porge un foglio; il tema di un
allievo delle scuole medie per il centenario dell'Unità, nel 1961: «Tutti i parenti miei
stanno in America e io pure ci andrò, appena finita la scuola. Il mio paese, qua in
Italia, è solo provvisorio: il vero Pontelandolfo sta oltre oceano, nel New Jersey degli
Stati Uniti. Mio zio ha fatto la guerra del Pacifico nei marines e un altro zio sbarcò a
Salerno e venne pure a trovarci portando ogni ben di Dio. Qua tutti vanno in America,
per tradizione, e mi hanno raccontato i nonni che una volta Pontelandolfo fu distrutto
e messo a fuoco perché i paesani erano briganti. Da quella volta tutti furono
emigranti. Molti fecero fortuna come cittadini americani, però non hanno mai
dimenticato l'origine e il paese. Per noi New York è più vicino di Milano e sappiamo
l'inglese meglio dell'italiano. A scuola ci hanno detto che cent'anni son passati
dall'unità d'Italia. Cent'anni sono tanti e noi non ce ne siamo accorti».
«L'ho trovato fra le macerie di un edificio pubblico» dice l'oste.
Ha ragione lui: potranno forse recuperare la memoria, ma l'identità di
Pontelandolfo è morta con la strage. Nel paese (della subregione sannita in cui i
Romani deportarono i Liguri irriducibili) si erano stabiliti esuli senesi in fuga dalle
guerre fra guelfi e ghibellini. Dopo la rappresaglia fu ripopolato, ma da cognomi che
portarono altre storie, radici di posti diversi, non condivise. Pontelandolfo c'è, ma è
altro.E non tutti hanno interesse a ristabilire i fatti: ci terreste, se fosse vostro avo
Achille Jacobelli (usurpatore di terre demaniali; figlio di un delinquente comune
condannato a morte, ma graziato dai Borbone) che, per ingraziarsi i piemontesi,
chiede loro di «radere al suolo ogni casa di luoghi infausti come Pontelandolfo e
Casalduni» («Bruciate, uccidete, togliete dalla faccia della terra ogni abitante di questi
paesi»)? O se fosse il sindaco che lascia il paese alla vigilia del massacro, forse
sapendo e non avvertendo, per porsi al sicuro a Napoli? Quei nomi ci sono ancora; i
risentimenti pure (il dottor Ferdinando Melchiorre Pulzella, discendente del sindaco,
ha querelato Antonio Ciano, autore di / Savoia e il massacro del Sud, e ha scritto un
saggio, per sostenere che le vittime della rappresaglia per l'azione dei briganti furono
solo tredici).
«Lei ricorda gli Stormy Six?» chiede l'oste. Come no (è uno dei rari e discutibili
privilegi dell'età): un complesso musicale fine anni Sessanta. «E ricorda il loro album
del 1972, Unità?» No. «Racconta quello che accadde. Una delle canzoni è
Pontelandolfo: "Era il giorno della festa del patrono / E la gente se ne andava in
processione... Pontelandolfo la campana suona per te / Per tutta la tua gente / Per i
vivi e gli ammazzati / Per le donne ed i soldati / per l'Italia e per il re".»
Sono passati centocinquant'anni. E non se ne vuole parlare. «Nel 2008, al festival
delle Pro Loco a Montesilvano, Pescara, c'erano millecinquecento persone e il nostro
gruppo folk partecipò, con lo sbandieramento del vessillo borbonico. Si ribellò la
delegazione piemontese: "Ancora!". "Ma perché, vorreste che cancellassimo la nostra
storia?" replicai. "Ma la conoscete? Se volete, ci incontriamo e ne parliamo." Ci siamo
dati appuntamento a Roma.»
Ogni anno, a Vicenza, il Comune deponeva una corona dinanzi alla lapide che
ricorda un grande eroe del Risorgimento italiano, medaglia d'oro al valor militare, due
volte medaglia d'argento: il colonnello Pier Eleonoro Negri. Nel 2004, un tenace
cacciatore di documenti storici, Antonio Pagano, scoprì che fu lui a guidare l'eccidio
di Pontelan-dolfo (in un primo tempo, si pensava fosse stato Gaetano Negri, pure lui
del Sesto Reggimento, altro "sterminatore di briganti", poi sindaco di Milano).
E ora?
Ogni anno, il Comune di Vicenza continua a deporre una corona dinanzi alla lapide
di Pier Eleonoro Negri. In nome del popolo italiano, inclusi Pontelandolfo, Casalduni,
Campolattaro. I soldati blu per building a country, "costruire un paese", rubarono
vita e terra agl'indiani. Questo ancora ci indigna. I soldati del Nord Italia, per costruire
un paese, sterminarono e depredarono il Sud. Questo non vi indigna? Carcere a vita
per Reder e Kappler e medaglia d'oro per Negri che, come loro e più di loro, fece
massacrare italiani inermi per rappresaglia. Cosa direste, se il Comune di Vicenza
deponesse ogni anno una corona d'alloro sulle tombe di Reder e Kappler?
Ma quanti meridionali avete visto, a Vicenza, a ostacolare la cerimonia? Quanti
lanci di vernice rosso-sangue segnano sulla lapide il disonore del nobile vicentino?
Questa è l'accettazione della minorità: al più ti lamenti e non reagisci. Uno
sterminatore è onorato come eroe, e non lo si impedisce. «Una ventina di anni fa,»
dice Nicola Bove «l'allo-ra sindaco chiese che a Pontelandolfo fosse assegnata la
medaglia d'oro, visto il sangue versato per l'Unità. Era presidente della Repubblica
Sandro Pertini. Fu negata.» Alle vittime no, al massacratore sì. Strano paese, in cui
non importa come vinci, ma se perdi.
Quando accetti la minorità, accetti tutto. Lo dico con un'immagine tratta dal
racconto del filosofo meneghino Ferrari sulla mattanza di Pontelandolfo. I superstiti lo
accolsero con dignità, lo ospitarono in una delle tre case rimaste. Fra le macerie
fumanti e i sopravvissuti che vi rovistavano per cercare tracce dei loro cari e beni da
recuperare, lo condussero da Antonio Rinaldi, già possidente (gli avevano distrutto e
rubato tutto), liberale e unitarista, come i suoi figli Francesco e Tommaso, che erano
andati incontro ai bersaglieri, facendosi riconoscere, ma furono ugualmente costretti a
pagare un riscatto, poi fucilati, finiti alla baionetta (i meridionali pro-Savoia erano
utili, ma quando non più utili, meridionali come tutti gli altri; trattati alla stessa
maniera). All'onesto deputato del Nord che gli andava incontro, il padre dei due
filopiemontesi ricattati e uccisi disse soltanto: «Non domando niente, non mi lamento
di nulla».

Qualunque cosa ci facciano sarà meno di quel che ci hanno già fatto; la memoria
tradita di un eccidio è meno dell'eccidio;
scatta persino l'immonda gratitudine della
vittima per il carnefice, ché potrebbe farti più male e si contiene. E l'irrinunciabile,
subdolo bisogno di giustizia può indurti all'inversione della colpa: Negri è onorato,
perché meritavi la pena. È stato scritto: «I perseguitati piansero al funerale dei
persecutori».
 
La siderurgia calabrese era troppo grande, troppo a Sud. Costituiva elemento di
squilibrio nei pregiudizi e nei piani. L'industria italiana doveva essere settentrionale.
Gli altiforni di Mongiana, che erano i più grandi e tecnologicamente più avanzati
d'Italia, vennero ribattezzati «Cavour» e «Garibaldi» (invece che «San Francesco» e
«San Ferdinando», dal nome dei re napoletani che li avevano voluti e pagati). E poco
dopo furono spenti. Le rotaie che servivano al trasporto dei minerali estratti dalle
miniere della zona furono divelte e vendute a peso, come ferro vecchio. L'intero
stabilimento fu messo all'asta e ceduto a un ex sarto, garibaldino, poi divenuto
parlamentare e già coinvolto in una colossale truffa ai danni dello stato. Nel prezzo, il
maggior valore (i quattro quinti) fu attribuito ai boschi che erano in dote alla fabbrica
e non agl'impianti. Un inutile, estremo insulto.
Quando chiuse, Mongiana aveva 1.200 operai, ma nei momenti di maggior
produzione giunse a 1.500 (nel 1845, tutti gli stabilimenti di Liguria, Piemonte e Val
d'Aosta insieme, una quindicina, raggiungevano lo stesso numero di addetti dei soli
impianti di Mongiana e Pietrarsa, ma ne erano distanti per qualità e quantità di ghisa e
acciai prodotti; come tutta la siderurgia settentrionale, del resto, con l'unica eccezione
dello stabilimento Rubini a Dongo del Lario, poi passato ai Falck).
Ufficialmente, Mongiana fu condannata perché le nuove teorie industriali
ritenevano sorpassati gli impianti siderurgici in zone di montagna e non sul mare, con
fonti energetiche derivanti da salti idrici e da carbone vegetale. Ma, chiusa Mongiana,
si iniziò a costruire l'acciaieria di Terni, sempre fra i monti, e ancora più lontana dal
mare, «spendendo molto di più di quanto sarebbe bastato alla ferriera calabrese per
essere rimessa in sesto», scrivono Brunello De Stefano Manno e Gennaro Matacena,
che all'argomento hanno dedicato un prezioso e solido studio, Le Reali Ferriere ed
Officine di Mongiana. I sostegni alle aziende erano una bestemmia solo se si trattava
del Sud. E la bontà delle teorie economiche variava con la latitudine.
 
Pippo Callipo

Pippo Callipo (conserve alimentari, specie pesce, in particolare tonno, di celebrata
qualità) in un incontro pubblico con i rappresentanti delle istituzioni regionali e
nazionali, fece l'elenco degli ostacoli che un imprenditore deve superare al Sud,
avendo contro non solo la geografia e la mafia che impone appalti, pizzo, e personale
(con Callipo non ci è riuscita, ma a che prezzo!), ma persino lo stato, per la politica
che si allea con il malaffare e il governo che sottrae incentivi alla trincea meridionale,
per devolverli al sofà settentrionale. Ma, mentre ne parlava, quest'omone indomito fu
tradito dal senso di impotenza e dall'altrui sostanziale disinteresse, mentre lui si
esponeva pubblicamente, nonostante fosse già sotto tali attacchi mafiosi da prendere
in considerazione la chiusura e il trasferimento altrove delle sue aziende. E pianse.
Non cedette, però. Poi, piuttosto che attendere ancora che la politica e lo stato si
emendassero, si mise in gioco e si candidò alla presidenza della Regione, assoluto
outsider.
Gli chiedo di ricordare quel suo cedimento all'emozione. «Quando uccisero il
vicepresidente della Regione, Fortu-gno,» dice «il ministro dell'Interno, Pisanu, venne
in Calabria. Ci fu un incontro al Consiglio regionale, a Reggio; intervenni, come
presidente della Confindustria. Al nostro tavolo, solo i funzionari che avevano
accompagnato il ministro, impegnato in un'altra riunione, nello stesso edificio.
"Peccato," dissi "avrei voluto chiedergli cosa devo rispondere a mio figlio, quando lo
accompagno in aeroporto e lui, prima di partire per l'università, mi chiede
: Papà, devo
tornare?"
.» Fu allora che non riuscì a fermare i singhiozzi.
Callipo ha costruito un'azienda gioiello, duecento dipendenti, la maggioranza
donne; il suo nome su un'etichetta è la garanzia migliore. Quale altro orgoglio deve
trasmettere un padre a un figlio? Ma, contro lo stabilimento, hanno anche sparato
colpi d'arma da fuoco; e un assessore regionale ha inviato i suoi funzionari alla ricerca
di una qualsiasi irregolarità. Nelle intercettazioni telefoniche, finite in una indagine
della magistratura, gl'ispettori riferiscono all'assessore che alla Callipo è tutto
spaventosamente perfetto, a norma e più, non ci sono appigli. Ma ricevono l'ordine di
tornare (e lo faranno, inutilmente) e la promessa delle promozioni a direttore per chi
darà fastidio all'azienda del tonno di Pippo Callipo. Ecco, se sei così, e tuo figlio ti
chiede se deve tornare, cosa gli dici: «Vieni a rovinarti la vita contro la mafia e la
politica?».
E lei cosa rispose a suo figlio?
«Niente.» E la voce gli si spezza. Ancora. Lo pensi e non lo dici: ma chi te lo fa
fare, perché? Poi, ti racconta il resto e hai lo stesso la risposta: il figlio ha venticinque
anni; si è laureato con onore alla Bocconi, ha fatto un prestigioso master in
management industriale a Barcellona. È tornato, ha chiesto di essere assunto
nell'azienda del padre. Ha iniziato come operaio, a inscatolare filetti di tonno.
Ho parlato con Callipo una sola volta in vita mia, per questo libro. Chi crede di
essere imprenditore, al Nord, veda se ci riesce nelle condizioni in cui devono farlo
Callipo e i suoi colleghi: devi pagare l'energia elettrica, persino se prodotta in impianti
del Sud, più cara che al Nord, ma devi sopportare che i tuoi impianti possano
fermarsi, senza preavviso, per insufficienza della rete; devi accettare che il credito
bancario sia più costoso del 30 per cento, con tempi di lavorazione più lenti, e che i
mutui abbiano un sovrattasso di tre punti percentuali; che alle spese di produzione si
aggiunga, se cedi, il pizzo alla mafia (se basta e si accontenta); che collegamenti e
trasporti incidano molto di più per arretratezza della rete viaria e inesistenza di quella
ferroviaria (il più grande porto-container del Mediterraneo, quello di Gioia Tauro non
smista né in entrata, né in uscita merci della regione o nazionali e ha avuto una
connessione funzionante con la ferrovia, nonostante esista da decenni, solo nel 2007 e
a binario unico! L'economista Cersosimo lo ha definito «porto vicinissimo al mondo
intero, lontanissimo dalla Calabria»); devi aspettarti che il ministro dell'Economia e
Finanza, Tremonti, tolga le agevolazioni per le aziende del Sud, il credito d'imposta, e
ne scodelli altre, a favore di quelle del Nord; devi sapere che non potrai contare sul
tuo governo.
 
Debito

Napoli è uno scrigno; re Francesco se ne va a Gaeta lasciando tutto: l'oro del regno,
opere d'arte, musei ricolmi di tesori, milioni di ducati del patrimonio personale e la
dote della moglie (quando i Savoia furono costretti all'esilio, nel 1946, diciotto treni
partirono per la Svizzera: solo bagaglio a mano...). Angela Pellicciari riporta la
denuncia del deputato Boggio, massone, amico e collaboratore di Cavour: «Somme
ingenti, somme favolose scompaiono colla facilità e rapidità stessa colla quale furono
agguantate dalle casse borboniche».
Che fine fa quella montagna d'oro? E quanto grande era davvero? Francesco
Saverio Nitti, che ebbe accesso ai documenti, contò più di 443 milioni di lire-oro (dei
664 di tutta l'Italia messa insieme): quasi metà dello spaventoso deficit del Piemonte.
Per capire di cosa stiamo parlando, ho chiesto al professor Vincenzo Gulì (è
l'argomento da lui maggiormente studiato): a cosa corrisponderebbero, oggi? Ecco la
sua risposta: «A circa duecento miliardi di euro, applicando la rivalutazione e
l'interesse legale. Se poi si aggiungono i 33 milioni di ducati del conto personale del
re Borbone si arriva a 270 miliardi di euro. In materia economica, però, è doveroso
non fermarsi al mero interesse legale. Anche perché il tasso di rendimento per i
capitali dell'ex regno era stato ben superiore, sino al 1861. Un plausibile raddoppio
dei soli interessi dei capitali iniziali porta al valore più realistico di circa cinquecento
miliardi. Non basterebbero le entrate del bilancio statale 2009 ("appena" 463 miliardi
di euro), per estinguere questo primo debito con i popoli meridionali».
Riuscite a immaginare la somma (che ti compri con quei soldi)? Io no. Per dire: la
ricchezza stimata della famiglia Agnelli è di qualche miliardo di euro; quella del
gruppo Berlusconi di una decina. Ma ne parliamo poi, ché il conto è incompleto: non
sono considerati i beni che vennero razziati in enti, case, chiese, regge (e quello,
ormai, lo sanno Dio e i ladri). Ma, soprattutto, non viene calcolato l'oro circolante. Di
che si tratta? Gli altri stati emettevano carta-moneta, il cui valore era garantito dalle
riserve in oro accumulate. Il sistema si reggeva sulla convertibilità: quando vuoi, vai
in banca, gli ridai la loro carta e ti prendi l'oro equivalente. In teoria. Nel regno delle
Due Sicilie, la moneta in circolazione portava con sé il suo valore: era d'oro. E le
riserve servivano al ripascimento del circolante che andava fuori dal giro, usato per
altri scopi o perso. A quanto ammontava quest'altra quantità di oro? «Alcuni parlano
del doppio dei famosi cento milioni di ducati-oro della riserva; e soltanto la metà
(dato verificato) sarebbe poi passata per il cambio in lire. Si tratta, quindi, di circa altri
mille miliardi di euro {e il totale dell'oro sottratto sale a millecinquecento; nda), che
furono assorbiti dal Nord negli anni seguenti, con il drenaggio fiscale antimeridionale,
come accadde pure alla nuova ricchezza prodotta a Sud in lire. Bisognerebbe andare a
vedere le entrate fiscali del bilancio dello stato e la parte versata dal Mezzogiorno; ma
il tutto sarebbe molto approssimativo. Sono senz'altro superiori altri danni; e lì si parla
di migliaia di miliardi di euro.»
 

Brigante Duosiciliano

Steve Workers
Qualche anno fa iniziai a nutrire una certa curiosità a proposito del Regno delle due Sicilie.
Davo per scontato che questo Regno fosse arretrato e che la mafia provenisse dal fenomeno del brigantaggio. Ricordavo quando la mia insegnante di italiano e storia della scuola media diceva che il gap economico ed industriale tra nord e sud iniziò nel momento in cui mentre al sud permaneva l'esistenza del Regno al nord si sviluppavano i Comuni. Ma questa nozione, che ritenevo vera, da sola non mi soddisfaceva.
Volevo saperne di più e quindi iniziai ad indagare su internet, anche perchè ignoro tuttora in quale angolo polveroso dello scantinato si possa trovare il Camera-Fabietti.
La verità alla quale giunsi mi lasciò davvero esterrefatto e Pino Aprile ha il merito, con questo libro, di raccontarla non limitandosi alla semplice descrizione dei massacri e dei furti perpetrati ai danni delle popolazioni del sud, ma raccontando anche tutto quello che è stato fatto, perfino con le leggi, affinchè il gap nord-sud fosse mantenuto ed incrementato (“Tutto quello che è stato fatto perché gli italiani del Sud diventassero «meridionali»”, come è scritto sulla copertina del libro in questione). Perchè come disse il bandito El Indio nel film “Per qualche dollaro in più” dopo aver rubato la cassaforte da una banca: “Difficile non è fare un colpo. Difficile è conservare il bottino”.
E per “bottino”, nel caso dell'Unità d'Italia, si intende non solo i soldi rubati al Regno invaso ma anche lo stato di minorità nel quale il sud è stato premeditatamente gettato per favorire lo sviluppo del nord (il sud non era affatto meno sviluppato del nord) e, appunto, conservarlo. Il libro è ricco di informazioni sulle scelte politiche fatte da 150 anni a oggi per impedire che il gap con il nord fosse colmato, del resto chi ti crea un problema per potersene avvantaggiare non te lo risolverà mai e ti impedirà di risolvertelo.
Pino Aprile spiega bene come il Risorgimento (del Piemonte indebitato) sia stato fatto per :

-drenare forti somme di denaro dal ricco Regno borbonico, che aveva il doppio dei soldi di tutti gli altri stati della penisola italiana messi assieme, verso le esangui casse del Regno dei Savoia,

-strozzare l'economia del sud a vantaggio di quella del nord (aumento delle tasse, chiusura di importanti fabbriche come il polo siderurgico di Mongiana, mafia al potere ecc.)

-aumentare le infrastrutture, e quindi anche la competitività, ed il tessuto industriale al nord quasi abbandonando il sud affinchè quest'ultimo non potesse fare concorrenza al nord,

-sfruttare l'aumento della disoccupazione al sud per attrarre lavoratori al nord

-far credere che i problemi creati siano endemici (“Lo stato italiano è stato una dittatura feroce che ha messo a ferro e fuoco l'Italia meridionale e le isole, squartando, fucilando, seppellendo vivi i contadini poveri che scrittori salariati tentarono d'infamare col marchio di briganti.”-Antonio Gramsci)

Insomma, un contributo importante allo sviluppo del nord negli ultimi 150 anni è dovuto proprio alla questione meridionale iniziata con il Risorgimento, evento storico che ha segnato l'arricchimento del nord a scapito del sud.
Interessante nel libro la cura dell'aspetto psicologico legato a queste vicende. Per esempio il pregiudizio che la causa dei mali del sud siano proprio i meridionali.
Alla fine del libro l'autore cita due possibili soluzioni della questione meridionale. Ma, per quanto tali soluzioni siano intuibili, non voglio rubarvi la sorpresa. Perchè sono un brigante non un ladro.
Infine, in un sito ho letto un commento nel quale viene citata la crescita economica annuale del nord, che supera il 2%, contro il misero “ zero virgola” del sud. L' autore del commento conclude dicendo che il problema è sempre il sud. Evidentemente, invece, quel 2% è dovuto anche a quello “zero virgola”.
 

isola74

Lonely member
In genere non prediligo i saggi, ma questo libro mi ha letteralmente trascinato, costringendomi a leggerlo. Forse perchè in fondo parla anche di me e io non lo sapevo, parla di cose che non conoscevo e che invece avrei dovuto conoscere.
Pino Aprile scrive in maniera molto travolegente, perchè è lui stesso che si fa travolgere, da meridionale, nel mare di cose sconvolgenti che man mano scopre. Come è successo a me.
Non vorrei che si riducesse tutto al solito, banale, contrasto Nord-Sud perchè non è questo il tema centrale. Sarebbe troppo superficiale dire : il nord ha rubato al sud il suo futuro, perchè ci saranno stati rappresentanti politici del sud ai quali ha fatto comodo lasciare le cose in stallo. E ce ne sono ancora oggi.... Non è semplicemente rivangare il passato che serve, ma conoscerlo per ripartire da qual passato e trasformarlo in qualcosa di buono. E il libro si chiude con una speranza della quale, oggi più che mai, non si può fare a meno.
E' un libro da leggere, a prescindere dalla vostra posizione geografica, perchè conoscere solo un pezzo di storia significa non conoscerla affatto.
 
La Cassa per il Mezzogiorno spendeva finché ha speso, lo 0,5% del Pil, per fare cosa? Interventi straordinari, gli interventi straordinari quali erano? [..] fogne, strade, scuole, etc., dove è la cosa straordinaria del fare in un paese con i soldi pubblici le strade, le fogne, le scuole? Perché deve essere intervento straordinario al sud questo? Al nord con quali soldi hanno fatto le strade? Le scuole? Le fogne? Perché è un’immensa rapina lo 0,5 del Pil, spero per interventi straordinari al sud e si tace sul 99,5%? [Pino Aprile]
 

EgidioN

New member
Il libro è interessantissimo ed è un compendio di riflessioni e fatti sul risorgimento italiano del 1860. Dal lì parte un viaggio che ripercorre 150 anni di storia e di problemi inter connessi ad una mal ripartita politica economico-sociale (toccando punti salienti di ieri e di oggi), chiudendo con l'aspetto psicologico della differente condizione italiana. Un libro da leggere per completare la conoscenza della propria storia e trovare spunti interessanti.

Non saprei nemmeno dire quale capitolo mi ha colpito di più, ho letteralmente scarabocchiato tutto il libro. Nel "percorrere" le pagine si assiste ad un cambio di approccio dello scrittore che lascia trasparire il fatto che sia stato scritto in momenti differenti, ma proprio questa sua svolta ad un fluire più discorsivo, pur mantenendo riferimenti storici, dati ed avvenimenti, lancia il lettore nella seconda parte più riflessiva. C'è della partecipazione emotiva, capisco che per il dott Aprile sia stato difficile mantenere le dita sul computer e far passare dall'imbuto della tastiera tutta la sua rabbia, la sua voglia di renderci partecipi, di risolvere il problema o di iniziare a capirlo perlomeno.

Ecco ripensandoci magari il capitolo sui patriarchi ha in se quel tocco di poesia e di nozione scientifica, che resta comunque in tema. Una introduzione per il capitolo che seguirà sul problema dei padri e sulla solidità della società. Nulla resta intentato.

5/5

Avete citato parecchio di questo libro, io non posso esimermi:

"L'uomo è quel che gli viene permesso di essere" citazione di Amartya Sen, premio Nobel, docente di Harvard. Pino la cita per ovvi motivi.
 
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