Balzano, Marco - Resto qui

estersable88

dreamer member
Quando arriva la guerra o l'inondazione, la gente scappa. La gente, non Trina. Caparbia come il paese di confine in cui è cresciuta, sa opporsi ai fascisti che le impediscono di fare la maestra. Non ha paura di fuggire sulle montagne col marito disertore. E quando le acque della diga stanno per sommergere i campi e le case, si difende con ciò che nessuno le potrà mai togliere: le parole.
«Se per te questo posto ha un significato, se le strade e le montagne ti appartengono, non devi aver paura di restare».
L'acqua ha sommerso ogni cosa: solo la punta del campanile emerge dal lago. Sul fondale si trovano i resti del paese di Curon. Siamo in Sudtirolo, terra di confini e di lacerazioni: un posto in cui nemmeno la lingua materna è qualcosa che ti appartiene fino in fondo. Quando Mussolini mette al bando il tedesco e perfino i nomi sulle lapidi vengono cambiati, allora, per non perdere la propria identità, non resta che provare a raccontare. Trina è una giovane madre che alla ferita della collettività somma la propria: invoca di continuo il nome della figlia, scomparsa senza lasciare traccia. Da allora non ha mai smesso di aspettarla, di scriverle, nella speranza che le parole gliela possano restituire. Finché la guerra viene a bussare alla porta di casa, e Trina segue il marito disertore sulle montagne, dove entrambi imparano a convivere con la morte. Poi il lungo dopoguerra, che non porta nessuna pace. E cosí, mentre il lettore segue la storia di questa famiglia e vorrebbe tendere la mano a Trina, all'improvviso si ritrova precipitato a osservare, un giorno dopo l'altro, la costruzione della diga che inonderà le case e le strade, i dolori e le illusioni, la ribellione e la solitudine. Una storia civile e attualissima, che cattura fin dalla prima pagina. Il nuovo grande romanzo del vincitore del Premio Campiello 2015, già venduto in diversi Paesi prima della pubblicazione.

Questa storia comincia poco dopo la fine della Prima Guerra Mondiale, in una terra, il Sud-Tirolo, in cui l'arroganza del potere si appropria di tutto, vorrebbe colonizzare tutto, anche la lingua, il modo di parlare e di pensare. Così uomini e donne che fino all'altro ieri erano austriaci ora si ritrovano italiani senza volerlo, con un futuro incerto e alla mercè dei potenti di Roma. E come se non bastasse, gli italiani vogliono anche cambiare il loro paesaggio, la loro terra: si sono messi in testa di costruire una diga e non sembrano pensare al fatto che due paesi – Resia e Curon – verrebbero isolati o peggio, sommersi dall'acqua. Il progetto della diga prosegue lento e inesorabile, ma ben presto passa in secondo piano, spazzato via dall'avvento dei fascisti, che mettono gli abitanti di fronte a una scelta, la prima di molte scelte: restare a Curon o andare in Germania a unirsi al Reich? E tra chi va e chi resta si creano spaccature insanabili che a volte coinvolgono e spaccano famiglie intere, come quella di Trina ed Erich che pagheranno la scelta di restare con un dolore lungo una vita. Ma loro non lasciano Curon, non lasciano la loro terra neanche quando tutto sembra sgretolarsi; se ne allontanano solo quando non possono farne a meno, durante la guerra, la seconda, per scappare dai tedeschi, ma poi tornano. Ed ora, quando la guerra non sembra più un problema, la pace così duramente conquistata di nuovo è messa in pericolo da quel fantasma antico: la diga che minaccia di sommergere Curon.
Questa è una storia di forza d'animo, di sopravvivenza ad ogni costo, ma è anche una storia intima, di famiglia, di dolore ed unione al di là di tutto. Marco Balzano tesse la trama di un racconto sobrio, ma intenso che avvince ed emoziona e dal quale non vorremmo staccarci. Così, mentre non riusciamo a lasciar andare le pagine e le vicende ci sembra di conoscerli Trina, Erich, Padre Alfred, ci sembra di vederlo il paesino di Curon abbarbicato ai piedi dell'Ortles, ci sembra di camminare insieme a Trina al freddo di un inverno del cuore…
"Resto qui" è una storia struggente e bellissima di coraggio ed amore per la propria terra e le proprie radici. Un libro che non posso che consigliare caldamente.
 

qweedy

Well-known member
Sono rimasta colpita dall'articolo di Estersable sul Giornalino natalizio, perciò ho deciso di leggere questo libro, di cui avevo notato la copertina con la torre del campanile che emerge dal lago. Ammetto che non conoscevo la storia di questo paese né sapevo con precisione le vicende vissute dagli altoatesini ai tempi del fascismo. Questo paesino del Sud Tirolo durante l’epoca fascista si ritrova “invaso” dagli abitanti soprattutto del sud Italia che privano dei vari impieghi pubblici i tirolesi perché la regione doveva essere italianizzata, vietano l'insegnamento del tedesco, e danno a queste famiglie, che sono più tedesche che italiane, la possibilità di trasferirsi in Germania quale risultato dell’accordo tra Mussolini e Hitler (opportunità sfruttata solo da una parte degli interessati con l’unico scopo di fuggire dall’oppressione italiana).

Un libro profondo e commovente su una pagina di storia per lo più sconosciuta. Siamo a Curon in Val Venosta, dove durante il ventennio fascista e negli anni della seconda guerra mondiale la popolazione si sentiva più affine e vicina alla Germania che all’Italia ma insegnare il tedesco ai bambini era reato, veniva fatto di nascosto nelle cantine e nelle stalle con grandi rischi. Paradossalmente il Reich veniva visto come garante di libertà e benessere.

Curon e Resia nel 1950 vennero sommersi per permettere la realizzazione di un lago artificiale, per la produzione di energia elettrica, nonostante l'opposizione degli abitanti dei masi, che difendevano le loro case. Solo la torre del campanile, così come oggi la si può ammirare, emergerà infine dalla valle allagata, simbolo eterno della violenza dell’uomo sull’ambiente.

Assolutamente ben scritto, con stile asciutto, senza una parola di troppo, dal contenuto storico frutto di minuziose ricerche ma dal respiro di un romanzo. Marco Balzano, visitando questo luogo nel 2014 mentre era in vacanza, rimane enormemente colpito dall'immagine del campanile affiorante dall'acqua. Non riesce a sorridere e farsi un selfie vedendo quel paesaggio surreale e dopo ritornare alla sua vita di tutti i giorni. Inizia così a studiare il passato di questo luogo sfortunato, e che, una volta finito l'orrore della guerra, è stato volontariamente sommerso dall'acqua e cancellato dalla storia perché vi si potesse costruire una diga, e decide di scrivere un romanzo ambientato in questa realtà.

Consigliatissimo!

«Anche le ferite che non guariscono prima o poi smettono di sanguinare. La rabbia, persino quella della violenza inflitta, è destinata come tutto a slentarsi, ad arrendersi a qualcosa di più grande di cui non conosco il nome. Bisognerebbe saper interrogare le montagne per sapere quello che è stato. La vicenda della distruzione del paese è riassunta sotto una pensilina di legno, nel parcheggio degli autobus delle agenzie di viaggi. Ci sono le fotografie della vecchia Curon, dei masi, dei contadini con le bestie, di padre Alfred che guida l’ultima processione. In una si vede Erich con i compagni del comitato. Sono vecchie foto in bianco e nero infilate sotto il vero di una bacheca, con qualche didascalia in tedesco tradotta in un italiano approssimativo. C’è anche un piccolo museo che apre di tanto in tanto per pochi turisti curiosi. Di quello che eravamo non rimane altro.
Guardo le canoe che fendono l’acqua, le barche che sfiorano il campanile, i bagnanti che si stendono a prendere il sole. Li osservo e mi sforzo di comprendere. Nessuno può capire cosa c’è sotto le cose. Non c’è tempo per fermarsi a dolersi di quello che è stato quando non c’eravamo. Andare avanti, come diceva Ma’, è l’unica direzione concessa. Altrimenti Dio ci avrebbe messo gli occhi di lato. Come i pesci.»
 
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Spilla

New member
Le vostre recemsioni mi hanno convinto (anche la spettacolare copertina ha avuto il suo ruolo...) e l'ho appena ordinato :wink:
 

alessandra

Lunatic Mod
Membro dello Staff
Anch'io ho scoperto questo libro grazie all'articolo di estersable sul giornalino e ne sono felice. L'ho trovato bellissimo, profondo ed emotivamente coinvolgente. Un racconto minuzioso, senz'altro frutto di un intenso studio, ma mai noioso; all'interno della Storia di un popolo - per me la storia di quei luoghi in quell'epoca era completamente sconosciuta, perciò quest'aspetto è stato particolarmente interessante - si svolgono le vicende delle persone, le storie individuali. In questo caso, storie di dolore e di perdita; di lotta, anche. Il fantasma vivente della figlia permea la vita di Trina e di suo marito - il quale vive il suo dolore in maniera cupa e rassegnata e trova un modo tutto suo per sentire vicina la bambina -, una vita, anche al di là di questa perdita, dura e costellata di ulteriori, continue tragedie, sebbene i coniugi siano anche testimoni e protagonisti di episodi di solidarietà umana che rendono più calda la lettura. Sullo sfondo, lo spettro incombente della diga, quella diga che per loro rappresenta la paura di perdere il poco che resta, di scomparire.
Bravissimo autore, che sa raccontare i fatti e i sentimenti e sa addentrarsi bene nell'animo di una protagonista donna.
 
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