Sorrentino, Paolo - E' stata la mano di Dio

estersable88

dreamer member
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Napoli, anni '80. Nella vita di Fabietto s'intrecciano gioie inattese come l’arrivo di Diego Maradona e una tragedia improvvisa che gli indica la strada per il futuro.
Con: Filippo Scotti,Toni Servillo,Teresa Saponangelo

Lo so, quelli di Netflix non sono mai prolissi con le trame... si tratta dell'ultimo film di Paolo Sorrentino, presentato all'ultima mostra del cinema di Venezia e da poco distribuito su Netflix. Si tratta di un film autobiografico, diverso dagli altri di questo regista, meno narcisistico (paradossalmente), meno studiato per stupire e più sincero, intimo, personale. Se negli altri film di Sorrentino mi colpiva il genio, l'audacia nelle scelte non sempre popolari, l'arguzia, lo sguardo ironico quando non sarcastico sul mondo, qui mi sono emozionata per la vicenda umana. Mi è piaciuto, come tutti gli altri di quello che è ormai in modo acclarato il mio regista preferito insieme ad Almodovar e, un gradino più sotto, Ozpetek.
 

Minerva6

Monkey *MOD*
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E invece io non amo particolarmente questo regista, di lui sono riuscita a vedere e ad apprezzare solo il film con Sean Penn (ora non ricordo il titolo). Però questo mi è piaciuto, anche se devo dire che l'ho trovato piuttosto strano. Ero partita prevenuta perché un amico mi aveva detto di averlo visto al cinema e trovato noioso invece, soprattutto grazie agli attori (tranne il ragazzo protagonista che forse è alla sua prima apparizione oppure io non lo conoscevo) che già avevo visto in altri film e serie tv, a me la storia è piaciuta e pure io mi sono emozionata.
 

estersable88

dreamer member
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"Quando sono morti non me li hanno fatti vedere!".

Al di là delle vicende autobiografiche, questo è anche un film che dà un messaggio: come prendere il proprio dolore, toccarlo con mano, affrontarlo, fronteggiarlo, fino a crearne arte. Ce l'hai qualcosa da dire? Ce l'hai qualcosa da raccontare, o no?
 

alessandra

Lunatic Mod
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Bello questo film in cui il regista si espone umilmente mostrando quello che suppongo sia stato il dolore più grande da lui vissuto, come se parlandone e condividendolo potesse in qualche modo esorcizzarlo; immagino sia stato un processo emotivamente arduo. Una storia di crescita e di formazione, seppure tristemente anomala; interessante vedere la differenza tra l'evoluzione di Fabio/Paolo e quella del fratello, dapprincipio più propenso ad andare avanti, nonché della sorella, la quale appare solo una volta ed esce molto poco dal bagno (in un'intervista al regista ho letto che quest'ultima, molto più grande di lui, si è risentita nel vedere il film perché in realtà ha avuto un ruolo importante nella sua vita contribuendo, soprattutto dopo la morte dei suoi, alla sua crescita). La prima parte mi ha divertito moltissimo: i genitori, soprattutto la madre e la sua propensione agli scherzi, la zia con la pelliccia che prende tutti a parolacce, la zia Patrizia...pare che ci sia molto di vero.
 

Roberto89

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Questo è uno dei film che sto trovando più difficile recensire. Forse perché è uno di quei film "diversi", specie comparato con quelli che vedo solitamente. Tolti alcuni particolari che lascio per dopo, il film è tutto sommato una storia di crescita, oltre che uno spaccato di vita quotidiana nella Napoli di qualche decennio fa. Il film è più o meno autobiografico, ma alla fine ho deciso di non approfondire più di tanto quanto ci sia di vero (magari lo farò più avanti, dopo aver guardato altri film dello stesso regista).
Protagonista della storia è Fabio, da tutti chiamato Fabietto, ma da subito si intuisce che in qualche modo protagonista è tutta la famiglia; anche perché è abbastanza naturale che per un ragazzo di quel periodo avere una vita separata dalla famiglia, o se vogliamo raccontarsi senza includere la famiglia, sarebbe stato impossibile. E poi Fabietto non ha una fidanzata, non ha amici, quindi è naturale che i suoi familiari siano parte integrante della sua vita quotidiana e della storia. E questo non lo disturba, anzi, all'inizio non sembra porsi domande su questo.
La storia non ha una trama vera e propria. Gli unici punti che muovono la storia, e quindi il protagonista, in avanti sono l'attesa e poi l'arrivo di Maradona, la vita quotidiana con i suoi alti e bassi, poi il compleanno di Fabio, che segna in qualche modo (assieme alle vicende con la zia Patrizia) l'inizio del passaggio verso l'età adulta; poi un evento che cambierà tutto e porterà Fabietto ad abbandonare una volta per tutte la spensieratezza del ragazzo e iniziare a diventare un uomo.
E' un film abbastanza lento che invita a riflettere senza però imporsi. E in tutto questo il regista racconta sé stesso e probabilmente la nascita del suo interesse verso il cinema. Sarà un evento tragico infatti a portare Fabio, che prima non aveva idea del futuro ma viveva un po' giorno per giorno, a maturare una sua visione del mondo, rappresentata nel film dal bisogno impellente di dire qualcosa, di parlare al mondo che lo circonda. E Fabio capisce che il suo modo è il cinema, e ciò che lo motiva sono le forti emozioni che nascono dal trauma che ha vissuto.
E mentre un altro regista, Capuano, lo invita a restare col monito "Non ti disunire" Fabio decide di partire verso Roma, verso una nuova vita.

Oltre tutto questo ci sono alcuni particolari che mi hanno lasciato il dubbio che ci sia qualcosa in più nel film rispetto a quello che si riesce a percepire dopo una prima visione, in particolare l'uso del suono (o del silenzio) e alcuni simboli (o eventi simbolici) che forse segnano dei punti chiave nella crescita del protagonista. Un esempio fra tutti è la sorella che è sempre in bagno ed esce solo alla fine del film, quando resta sola. Inizialmente può sembrare un dettaglio di poca importanza, volendo anche un cliché tipico di molte famiglie. Ma mi viene da pensare a un contrasto fra lei, che non ha nessun ruolo attivo nella storia, e Fabio, che invece cambia man mano che il mondo intorno a lui va avanti. In altre parole la sorella sempre chiusa in bagno potrebbe essere uno stratagemma che in qualche modo pone l'accento sul protagonista e sul suo percorso di crescita, mentre la sorella esce allo scoperto solo quando lui ormai se n'è andato. Lei è sempre la stessa, nulla in lei sembra essere cambiato (a parte l'ovvio dolore), mentre Fabio ha deciso che direzione dare alla sua vita. Un altro elemento che richiama la stessa simbologia potrebbe essere il contrasto fra il prima, durante l'attesa nella speranza dell'arrivo di Maradona, e il dopo, quando le partite non hanno più importanza per Fabio, tanto che ignora completamente i festeggiamenti per la vittoria del Napoli.

Tornando al film nel suo insieme, mi è piaciuto molto il modo in cui il regista ha presentato la famiglia, con tutte le sue caratteristiche, in particolare l'interpretazione dei genitori. I temi del film invece restano un po' in secondo piano rispetto al percorso del personaggio. L'unica cosa che mi viene da chiedermi è: cosa vuole dirci il regista? Perché questo film? E' solo un modo per raccontarsi? Non credo, perché il lato biografico se vogliamo è anche abbastanza nascosto, il protagonista "viene allo scoperto" solo nella seconda metà del film. Penso che il messaggio sia qualcosa legato alla nostra voce, al nostro posto nel mondo. Perché ognuno di noi vive, ma non tutti riescono a trovare la propria voce, la propria individualità. E non tutti ne sentono il bisogno. Ma quando succede, quando quella voce viene fuori e inizia a farsi sentire, non puoi fare a meno di ascoltarla, di assecondarla, la tua vita non è più la stessa. E a quel punto non puoi più restare a guardare la vita solo da lontano.

Voto complessivo: 4 stelle su 5.
 

alessandra

Lunatic Mod
Membro dello Staff
Ragazzi, ricordiamoci che questo film è uno dei protagonisti dell'attuale Cineforum, potremmo scrivere i nostri commenti anche lì e discuterne :)
 

Pathurnia

lovecraftian member
<<E' stata la mano di Dio>>
L'ho visto ieri sera.
Dura due ore e dieci, no? Bene, ho passato all'incirca un'ora di sofferenza, poi cinquanta minuti di piacevole interessamento e infine venti minuti di decisa soddisfazione sia dal punto di vista estetico che da quello del contenuto.
La prima parte, secondo me eccessivamente impressionistica, mi ha infastidita e annoiata.
Capisco che dove c'è autobiografia c'è anche una descrizione del contesto e dei personaggi, ma per i miei gusti l'autore/regista ha calcato un po' troppo la mano. Gli aspetti per me sgradevoli sono l'eccesso di fisicità ingombrante e l'esasperazione delle esternazioni emotive, che mi sembrano insistere troppo sugli stereotipi più grossolani della "napoletanità".
A parte ciò mi è sembrato poco approfondito il rapporto fra i genitori del protagonista, rapporto che non basta qualche fischiatina a rivelare intimo, complice o tenero. E in fondo anche le relazioni fra fratelli sono accennate al volo, anzi appena sfiorate.
Sembra quasi che al regista non importi di farci entrare nella storia e nei suoi ricordi, ma che li stia raccontando a se stesso per farli rivivere tali e quali.
L'unico aspetto che mi convince, in questa prima parte, è la storia della zia Patrizia che rivela un dramma familiare ben delineato e una figura di donna complessa e malinconicamente aggrappata alla propria sconfitta.
SPOILER
Nella seconda ora, a seguito dell'evento che stravolge gli equilibri precedenti, entrano in gioco l'assenza, il vuoto, la mancanza di prospettive. Il giovane protagonista indugia nel suo bozzolo di tristezza lasciandosi trasportare dalla routine di nuove amicizie, e senza che se ne accorga gli viene offerta quell'iniziazione da tempo desiderata. Non è un'esplosione, è piuttosto un granellino che fa invertire l'ingranaggio della sua discesa nel nulla e lo riporta a contatto della realtà.
E così, lasciandosi vivere un po', Fabietto inciampa nel proprio destino, rappresentato dal cinema e dal teatro. Attraverso l'arte drammatica ciò che gli si rivela è la possibilità di un altrove rispetto a ciò che ha sperimentato fino a quel momento.
Inizialmente interessato e incuriosito, lentamente inizia a prefigurarsi una nuova vita.

Questa parte del film, meno caotica e molto più intimista, riesce farmi sognare insieme all'autore.
E mi sembra che egli riesca a trascendere la propria vicenda personale per accedere alle immagini che ognuno di noi ha quando pensa al salto fra l'adolescenza e la maturità: il mare, nel quale immergersi nudi ( e nuovi); la capannina fragile fatta di foglie e di canne, delicata come il nuovo io che si sta formando, non solida casa ma incorporea cornice che lascia passare il cielo.
Ed è ancora il mare, simbolo di mutamento, che fa da sfondo al confronto fra le incerte speranze di Fabietto e la scelta di inerzia e fatalismo del fratello.

L'incontro significativo con il regista ammirato dal giovane rappresenta un punto di svolta. Capuano non ha riguardi, non ha delicatezze, vuole dal ragazzo la sua verità, lo scrolla con le parole, lo provoca e lo induce a urlare il proprio dolore. Solo attraverso la verità Fabio (non più Fabietto) potrà scoprire se ha qualcosa da dire, e solo allora potrà fare dei film.
"Altrimenti è solo cinema consolatorio" dice senza mezzi termini il regista. Qui si scontrano due diverse visioni della vita: per l'anziano, indurito dall'età e dal coraggio, vivere è calarsi nel profondo della propria esperienza, collegarsi alla realtà, non "disunirsi" da essa.
Per Fabio, amaro e ancora occupato a sfuggire alla sofferenza, "la realtà è scadente", e quindi il suo compito sarà riinventarla attraverso il cinema.
Però l'adulto sa che ovunque andrai, qualunque sia la storia che (ti) racconterai, "non puoi sfuggire al tuo fallimento."
Il giovane partirà ugualmente, salvo poi , diventato regista, tornare sui suoi passi con questo film per affrontare ciò che si è lasciato alle spalle.
E come dice un antico proverbio: non importa se esci dalla porta o dalla finestra, prima o poi dovrai tornare a prendere le tue valigie"

....
 
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