Roy, Arundhati - Il dio delle piccole cose

alessandra

Lunatic Mod
Membro dello Staff
Estha e Rahel, due gemelli uniti da un tragico, ineluttabile vissuto comune segnato dal dolore e dal senso di colpa, si ritrovano dopo ventitrè anni. L'autrice, con profonda sensibilità, servendosi dei salti temporali ci narra, guardandole ora con gli occhi e con il linguaggio candido di Estha e Rahel bambini, ora dal punto di vista dei due gemelli ormai adulti rassegnati, le vicende di Ammu - la loro madre - a partire dai tardi anni Sessanta.
Ammu, divorziando e poi innamorandosi di un intoccabile, sfida con coraggio l'ipocrisia ed il razzismo che caratterizzano la società indiana, dominata dalla divisione in caste.
Sono rimasta letteralmente incantata da questo romanzo e soprattutto dalla straordinaria capacità dell'autrice di esprimere concetti profondi con il linguaggio semplice dei bambini.
Le prime 10-20 pagine contengono numerosi riferimenti semi-incomprensibili a fatti che verranno descritti in seguito, però consiglio di avere un po' di pazienza e di proseguire: andando avanti ho avuto la sensazione che tutti i pezzi tornassero al loro posto quasi a comporre uno splendido - anche se, avviso, piuttosto tragico! - puzzle.
Un romanzo che tocca il cuore e l'anima (che retorica, ma lo volevo dire...:D).
Riporto uno scorcio di tragedia con risvolti fashion:mrgreen: solo per dare a chi non l'ha letto un'idea dello stile.
Sophie Mol era la cugina di Estha e Rahel, la figlia dello zio Chacko. Era venuta a trovarli dall'Inghilterra. Estha e Rahel avevano sette anni quando Sophie Mol morì. Sophie Mol quasi nove. Aveva una bara speciale a misura di bambino. Foderata di raso. Manigliata di ottone lucido. Sophie Mol giaceva nella bara con i suoi pantaloni gialli di tessuto ingualcibile a zampa di elefante, i capelli legati da un nastro e la sua amata borsetta go-go made in England. ...Solo Rahel notò la capriola che Sophie Mol fece in segreto nella sua bara.
 

elena

aunt member
Devo dire che nonostante la magia dello sfondo indiano e l'accurata descrizione di questa variegata società (che, peraltro, io adoro), il romanzo non è riuscito a suscitarmi grande interesse.
Ho avuto difficoltà a seguire i diversi salti temporali proprio perché non sono riuscita ad essere coinvolta nella storia: mi è sembrata a tratti troppo "sdolcinata" quasi fosse stata costruita esclusivamente per ottenere un effetto "strappa-lacrime" :?.
 

elisa

Motherator
Membro dello Staff
quoto Elena, l'ho letto ma non mi ha lasciato niente, a parte il bellissimo titolo e l'altrettanto affascinante copertina
 

Alfredo_Colitto

scrittore
Quoto Elena e Elisa. L'ho letto dopo calda raccomandazione di un amico di cui mi fido molto, non posso dire che non mi sia piaciuto per niente, ma non mi ha preso.
 

Palmaria

Summer Member
Hmmmm ragazzi, ero intenzionata a prenderlo presto, ma i vostri commenti mi lasciano un pò dubbiosa...:?

Alla fine dei conti, però, penso che lo prenderò lo stesso, visto che io sono sempre un pò come San Tommaso....:mrgreen:
 

sun

b
l'ho letto parecchio tempo fa. Non lo giudico in maniera negativa come elena ed elisa, mi ricordo di un buon libro che soprattutto mi ha insegnato cose lontane da me che altrimenti non avrei mai saputo.
 

alessandra

Lunatic Mod
Membro dello Staff
Hmmmm ragazzi, ero intenzionata a prenderlo presto, ma i vostri commenti mi lasciano un pò dubbiosa...:?

Alla fine dei conti, però, penso che lo prenderò lo stesso, visto che io sono sempre un pò come San Tommaso....:mrgreen:

Prendilo, prendilo...Dai retta a zia Alessandra...:D
Ovviamente scherzo, non conosco i tuoi gusti e poi il mio giudizio è di parte perchè questo libro mi è rimasto nel cuoricino...

l'ho letto parecchio tempo fa. Non lo giudico in maniera negativa come elena ed elisa, mi ricordo di un buon libro che soprattutto mi ha insegnato cose lontane da me che altrimenti non avrei mai saputo.
Anch'io leggendolo ho imparato molte cose, purtroppo ancora attuali, sulla vita in alcune regioni dell'India.
 

Alfredo_Colitto

scrittore
Voglio precisare che il mio giudizio poco entusiasta è solo sul libro, e non sulla scrittrice, che ha usato la notorietà e una parte dei proventi del romanzo per combattere in nome dell'ambiente e dei contadini, contro le dighe che tolgono acqua a intere regioni dell'India per darla alle industrie.

Due miei amici (Angelo Fontana e Paolo Brunatto) hanno fatto un bel documentario su di lei, che è stato trasmesso su Rai 2. Mi ha colpito il fatto che Arundati Roy non ne abbia approfittato per parlare del suo libro. Le interessava parlare solo dell'ambiente e di quello che sta succedendo in India.

Insomma, è una persona che ha tutta la mia stima, e le auguro tanti altri best seller!
 

WilLupo

New member
Sdolcinato? :? Boh.
Mi è sembrato un crudo atroce ritratto della società indiana e di come gli individui coi loro sentimenti vengano facilmente stritolati da un mondo che è ancora o almeno lo era ai tempi di cui si palra (al di là di quanto immaginassi :OO) strettamente organizzato a caste...
 

isola74

Lonely member
Mi aspettavo molto da questo libro avendone letto recensioni entusiaste, invece niente. Non che non mi sia proprio piaciuto, ma ho avuto difficoltà a seguire la storia, svelare prima quello che succederà e poi svilupparla andando avanti e indietro nel tempo non è una scelta felice secondo me.....Non mi è sembrato sdolcinato, ma "costruito" direi. Voto:appena sufficiente.
 

velmez

New member
Questo libro ha iniziato a coinvolgermi molto dopo la seconda metà, quando iniziano a capirsi gli avvenimenti... per il resto mi è sembrato troppo confusionario, stile che avevo già ritrovato in Salman Rushdie e che mi aveva irritato parecchio: sono libri che dovrebbero passare da una lettura più razionale prima di essere pubblicati, vanno bene i flashback, ma qui spesso si fa fatica a orientarsi... però si intuisce che ci sono dei passaggi bellissimi, delicati, geniali e poetici... manca di raffinatezza tutto qui...
d'altra parte gli indiani sono incasinati forte e decisamente poco razionali (o con una ragione tutta loro :mrgreen: ) :HIPP
 

estersable88

dreamer member
Non è la prima volta, purtroppo, che un libro da molti definito “capolavoro” poi finisce per non piacermi. E’ il caso di “Il Dio delle piccole cose”, primo, famosissimo libro di Arundhati Roy, ambientato nell’India degli anni 60. In realtà i presupposti perché apprezzassi questo libro c’erano: c’è la cultura e la società indiana con tutte le sue contraddizioni, c’è l’ambientazione che di per sé è un’esperienza multisensoriale da fare, c’è la storia d’amore con differenza di classe, c’è anche un po’ di mistero.
Eppure, ciò che mi ha reso davvero indigesta questa lettura è stato, probabilmente, lo stile in cui è stata scritta: ho trovato il romanzo estremamente confuso, con una trama forse volutamente frammentata, difficile da seguire e da ricostruire, anche per via dei frequentissimi salti temporali spesso privi di alcuna indicazione per orientarsi. Risultato: ho fatto molta fatica per tre quarti del libro. Salverei, probabilmente, il finale, che però non basta per farmi consigliare questa lettura, neanche con il beneficio del dubbio.
Probabilmente è un mio limite personale, ma a me piacciono i libri con una trama visibile, magari con flash-back e salti temporali, ma comunque devo poter seguire la storia. Quindi, in questo caso, a malincuore non consiglio questo libro sul quale pure avevo buone aspettative. Peccato.
 

ayuthaya

Moderator
Membro dello Staff
Ho letto commenti molto contrastanti a proposito di questo libro e io stessa ero molto dubbiosa, soprattutto per paura di ripetere l’esperienza vissuta con I figli della Mezzanotte (libro che più di qualche volta ho sentito associare a questo), fra i peggiori romanzi che abbia mai letto.
A fine lettura posso dire di non aver scoperto un capolavoro, ma neppure di esser stata delusa. Anzi, il libro mi è piaciuto, e mi è piaciuto parecchio. E la parola chiave di questo mio personale gradimento è “equilibrio”. Lo stile è sicuramente particolare e leggermente artificioso. Cronologicamente, si basa su continui salti temporali fra il presente e uno stralcio di passato, lungo due settimane, di 23 anni prima, di cui un solo fatidico giorno è quello che segnerà in modo tragico e indelebile le vite di tutti i personaggi coinvolti; narrativamente, gioca sul ripetersi di alcune espressioni o frasi che a lungo andare assumono un significato quasi “rituale”: ogni volta che vengono pronunciate, ci svelano qualcosa di più, come se per penetrare il loro significato dovessimo ripeterle più e più volte . L’intrecciarsi di questi due espedienti dà vita al romanzo, che altro non è che il nostro progressivo e quasi mistico avvicinarci alla rivelazione di quel “fatidico giorno” in cui tutto è iniziato e tutto è finito, in cui l’Amore, che è una “Piccola cosa”, ha tradito la Storia, che è una “Grande cosa” e in quanto tale ha il potere di vendicarsi.
Un romanzo dalle caratteristiche simili correva tutti i rischi di fallire, di risultare troppo costruito e come tale poco efficace. Questa è la fine che ha fatto, a parer mio, il libro di Rushdie, il quale prometteva avventure mirabolanti in uno stile inutilmente pretenzioso: il risultato, dal mio personale punto di vista, è stato un assoluto fallimento.
Arunhati Roy, invece, è riuscita a mantenere un non facile equilibrio, ha osato senza strafare. Forse perchè ciò che le interessava non erano le avventure mirabolanti, ma le “Piccole cose” che osano sfidare le Grandi. E così, tutto quell’anticipare, autocitarsi, promettere che tanto mi aveva infastidito in Rushdie, qui mi ha convinta e, alla fine, conquistata. L’obiettivo è stato raggiunto: il Dio delle Piccole cose è stato sconfitto, ma loro – le Piccole cose – hanno vinto.
Cose normali piccoli fatti, sventrati e ricostruiti. Impregnati di significati nuovi. Tutto a un tratto diventano lo scheletro sbiancato di una storia. Eppure (...) si potrebbe sostenere (...) che tutto cominciò davvero nei giorni in cui furono fissate le Leggi dell’Amore. Le leggi che stabiliscono chi si dee amare, e come. E quanto.
 
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