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Discussione: La bellezza della Meccanica

  1. #1
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    Predefinito La bellezza della Meccanica

    La Bellezza della Meccanica

    Su Wikipedia trovo tre definizione diverse, che insieme riassumono ciò di cui vorrei parlare:
    A. Meccanica – studio che in fisica si fa del movimento e dell'equilibrio dei corpi in rapporto a forze
    B. Meccanica – nei veicoli a motore, l'insieme dei componenti in diretto rapporto con il movimento del mezzo
    C. Meccanica – settore industriale che produce macchinari e impianti in metallo, più propriamente definito come metalmeccanico

    Comunque inserirò anche altri argomenti come la Fluidodinamica, la Lubrificazione, l’Analisi Matematica, la Tecnologia Meccanica e quella dei materiali, e un po’ di esperienze personali.

    Per amor di precisione bisognerebbe iniziare dal punto A, cioè dalla teoria, per poi piano piano passare alla pratica, almeno così ci hanno insegnato a scuola.
    Solo che a scuola insegna gente che non ha mai lavorato fuori dalla scuola, (senza offesa) ma non ha mai prodotto nulla, non ha mai dovuto ingegnarsi aldilà dei libri, e perciò non hanno capito che bisognerebbe iniziare dalla fine, dalla pratica, perché se no gli alunni più intelligenti e intraprendenti si annoiano e si perdono per strada, e finiscono per rimanere sui banchi solo quello più calmi, rilassati, gestibili, spesso vicini alla deficienza, e che perciò meglio si confanno ai programmi della gelmini e di coloro che invece di sforzarsi di far imparare, si limitano a insegnare, che non è la stessa cosa; e chi non l’ha capito, i minorenni non dovrebbe nemmeno frequentarli.

    Ma non divaghiamo e torniamo alla meccanica, partendo da qualcosa di molto pratico.

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  • #2
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    Il tornio
    Non è possibile che non abbiate visto Ghost e non ricordiate la scena di lei e lui che lavorano la creta su un aggeggio che gira, il vaso s’ammoscia, e loro finiscono a rotolarsi nel fango.
    Ecco: l’aggeggio che gira è un tornio.

    Il tornio per la terracotta e la ceramica ha un asse verticale, in cima al quale c’è un piatto su cui si pone l’argilla, e ruotando, può essere conformata a piacere.
    Il tornio per la meccanica è simile ma un po’ più complesso: innanzi tutto l’asse non è verticale ma orizzontale, e il piatto viene sostituito con una morsa (mandrino) a tre ganasce.
    Se andate su google potete vedere tutte le immagini che volete.
    Aprite le ganasce del mandrino, ci mettete dentro un pezzo di metallo (ma anche pietra o legno), serrate la morsa, e avviate il tornio: il pezzo girerà intorno al proprio asse orizzontale.
    A questo punto, con un utensile che può essere immaginato come una lama molto resistente, andate a incidere la superficie esterna del pezzo, e a seconda di come muovete l’utensile (cioè la sua traiettoria rispetto all’asse orizzontale) potete ottenere un cilindro, un cono, una superficie sinusoidale (come le colonne di una ringhiera), eccetera.
    Poi potete mostrargli una punta e forarlo assialmente e una volta fatto il foro, con utensili appositi, lavorarlo dall’interno ricavando gole, incastri, sedi...
    In pratica, con un tornio, potete ricavare qualsiasi solido di rotazione.
    Per esempio potete fare dei cilindri, e perciò il semiasse di un automobile, la valvola di un motore a quattro tempi, l’albero di una nave, il tamburo o il disco di un freno, un bicchierino, una boccola… anche un anello di matrimonio!
    Con un tornio, da un cilindro, potete ricavare una solido con la forma della classica bottiglietta della Coca Cola: stretta che si allarga, poi si restringe ma non troppo, poi si riallarga e poi si restringe; infatti, di una donna con belle forme, si dice che è ben tornita.

    Tutto ciò che esce dal tornio è bello, persino gli scarti, detti trucioli.
    I trucioli dell’alluminio hanno una forma a spirale, come quando fate la punta a una matita di legno tenero, e sono di un color grigio ghiaccio, e al tatto ruvidi.
    I trucioli dell’acciaio invece, seguono spirali molto più strette e lunghe anche decine di metri, di colore sono di un grigio serio, ma con splendide tonalità dorate, cobalto, verdastre e persino nere.
    L’ottone invece, non produce trucioli, bensì schegge.
    Il tornio poi ha un suo odore particolare, dato dall’olio da taglio, ma del profumo della meccanica, ne parleremo più avanti.

  • #3
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    Bellissimo topic, io il tornio l'ho usato qualche volta (più che altro per fare lo scemo) per quanto riguarda la meccanica a me piace un sacco saldare, mi diverte moltissimo, ma ciò non vuol dire che sono pratico, anzi, tute le volte che lo faccio combino dei casini mostruosi

  • #4
    d'ya think i'm stupid?
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    D. Meccanica - essere umano di sesso femminile, dedita professionalmente o hobbysticamente a lavori meccanici. dicesi anche di donne che eseguono meccanicamente determinati lavori domestici, in tal caso Casalinghe.
    la bellezza della meccanica di questo tipo dipende molto dalle misure con cui é stata tornita, ma classicamente viene maggiormente apprezzata in esemplari caratterizzati da profili non rettilinei.
    nello svolgimento delle operazioni caratteristiche della sua specializzazione, é adusa a ricorrere agli effetti del calore; ma tra i prodotti che ama cucinare preferibilmente a fuoco lento si annoverano non di rado i loro sottomessi apprendisti, ammaliati tramite il noto profumo della meccanica, definiti altrimenti consorti.


  • #5
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    Predefinito Dal problema alla soluzione

    Immaginate che ci sia un problema.
    Lo studiate.
    Ne intuite una soluzione che può essere attuata con un componente di una certa forma e dimensione.
    Ne fate uno schizzo.
    Poi lo disegnate meglio e lo quotate.
    Quindi passate al progetto vero e proprio, alle viste, alle sezioni, alle proiezioni e al disegno d’insieme.
    Da lì a un campione che realizzate voi stessi al tornio.
    Lo rifinite bene in modo che sia lucido e brilli come di luce propria.
    Lo montate laddove deve adempiere alla sua funzione.
    Funge ma non è perfetto: bisogna accorciarlo di un millimetro e allargarlo di due,
    Allora modificate il progetto e rifate il pezzo e lo tirate a lucido come se dovesse finire esposto in un museo.
    Lo montate e ci calza a pennello. Avviate la macchine, rantola, parte, gira, sibila, fa quel che deve fino a raggiungere la sua armonia.
    A quel punto vi viene voglia di fermare la macchina, smontare il pezzo, ripulirlo e tenerlo con voi, per sempre.
    Ma quando la macchina si ferma e lo guardate, capite che non dovete farlo: ormai è stato serrato tra un perno e una staffa, è sporco d’olio e di grasso, fa parte di qualcos’altro, non è più vostro, ormai è uscito dal nido, è grande e deve fare la sua vita.

    Ora, capire che esistono i problemi è già qualcosa che differenzia dalla massa sorridente presa a parlare sempre del fuorigioco o dalla cellulite.
    Capire che potrebbero esistere soluzioni, è un secondo passo.
    Che ci si possa spremere le meningi per trovarle piuttosto che aspettare che padreterno ci mandi una app, è notevole.
    Spremersele fino a concepire la soluzione, come minimo lodevole.
    Presentare la soluzione, impressionante… ma poi, ricavarla, estrarla, scolpirla, tirarla fuori dalla materia grezza e vedere che funziona, constatare che siete stati così bravi di eseguire tutto il processo, magari anche da soli, è grandioso.
    Che poi vi ridimensionate e capite che proprio grandioso non è, anzi, è appena il vostro lavoro e magari siete precari; solo che prima o poi vi ritrovate a riflettere sul fatto che siete circondati da gente che va in paranoia perché perde l’autobus e non sa più cosa fare, che non sa fare un piatto di pasta al burro, che non riesce a chiudere la finestra a gennaio perché la guarnizione è uscita dalla sede, che non capisce se per chiudere il rubinetto del termosifone bisogna girare di qui o di là… e allora, appena vi siete coricati e avete spento la luce, pensate <<non sarò un genio ma se non c’ero io col cavolo che ne uscivano fuori! >> e allora, siccome le risposte scontate vi spaventano, per rifuggirle preferite porvi domande filosofiche che sapete essere senza risposta.

  • #6
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    Predefinito Libero

    Libero era un omone di quelli usciti da un libro di Guareschi: le spalle larghe come un armadio a due ante, il torace profondo che sembrava il ripostiglio delle scope, le braccia sproporzionatamente corte, ma ancor più sproporzionate le mani che sembravano vanghe, la testa semi calva con pochi e brutti capelli sotto la nuca, gli occhioni grossi, un po’ sporgenti e grassi, pieno di muscoli come un cavallo da tiro, e duro e coriaceo come una cima bagnata. Per carità, aveva anche la sua trippa, ma a quei tempi erano riserve buone per le carestie.

    Libero era un anarchico che rifiutò di fare la tessera del fascio, perciò dopo mille rinvii e scuse, i suoi capi furono costretti ad accontentare i fascisti e lasciarlo a casa. Era un problema per lui, per la sua famiglia con tre figli piccoli e il quarto in arrivo, ma era anche un problema per il cantiere perché colui che aveva tornito l’albero del Rex non lo sostituivi con quella mezza porzione raccomandata e servita da quelli col fez.

    Ma le cose si mettono male e finisce che invece di spezzare le reni alla Grecia, ci rompono il fondoschiena, e le parole, la retorica, la prosopopea, tutte quelle scemenze per gran parte prodotte da venerandi professori universitari, non bastano più, e allora ci vogliono i cannoni per l’antiaerea perché stanno radendo al suolo le nostre città; e tanta gente non acculturata che andasse a morire.

    Il cannone è un solido esternamente conico (a volte costituito da due o tre tronchi di cono in successione), e dentro cilindrico, ma talmente ben rifinito e lucidato (rettifica) che ci si potrebbe specchiare. Ora: tornire e rettificare un cono di 20cm è una cosa, ma tornirne uno lungo come un autobus e che pesa parecchie tonnellate, è un’altra; se poi la superficie interna deve avere una tolleranza (errore) di pochi centesimi di millimetro, è veramente dura. Ma infine, se per imprimere un effetto giroscopico al proiettile, e quindi maggior precisione di tiro e penetrazione del bersaglio, si devono ricavare all’interno della canna dei solchi elicoidali che… e allora ci vuole il Michelangelo del tornio, perché il cretinetti messo lì dal cugino scemo del federale non va più bene nemmeno per raccogliere i trucioli.

    Libero, tessera o non tessera, viene richiamato, accetta, si presenta alla visita medica dove incontra il dottor De Iezionis, messo lì dalle camice nere, si conoscono, si disprezzano, non si salutano nemmeno. Libero resta in mutande e canottiera, il dottore lo esamina bene e alla fine per dispetto lo rimanda a casa in quanto inabile al lavoro: la mano destra infatti, a seguito di un incidente alla pressa, ha un nervo reciso e il pollice è bloccato per sempre, inamovibile come un chiodo piantato nel basalto.
    << Mi dispiace, ma in quelle condizioni non può lavorare >> e intanto con gli occhi sorride.
    Libero si riveste, va verso la porta, si gira e umilmente fa per dargli la mano, il dottore fa altrettanto, ed è allora che Libero gli pianta il suo pollicione smisurato tra il pollice e l’indice, e con la sua manona ruvida, ingoia quella sudaticcia del dottore nella morsa di quattro ditacce e un perno arrugginito inutile per lavorare. Il dottore sbarra gli occhi, cerca di estrarre la mano, ma ormai è tardi, e tira, si dimena, urla, l’infermiera strilla, e Libero preme, chiude, stringe e serra, come un mandrino, meccanicamente, tutto senza nemmeno aggrottare i nervi del collo. Il dottore prova a cavar via il braccio torcendolo e tirandolo, ma capisce che lo sforzo della sua spalla non riesce a contrastare quella mano lesa di Libero, perciò si piega e finisce ginocchioni. Libero lo fissa negli occhi, ma il dottore rifugge sempre lo sguardo. Intanto continua a stringere folle deciso a spezzare quella mano viscida buona solo a firmare le carte. Intanto accorrono tutti, anche gli amici che gli si fanno addosso.
    << Pazzo! Cosa fai? Vuoi finire davanti a tedeschi? >>

    E così l’ha vinta e torna al suo tornio, un tornio talmente grosso che per metà è seminterrato, i pezzi glieli collocano dentro col carroponte, e li centrano con una mazza di legno da venti chili, anche se lui, per assestare gli ultimi colpetti, usa il suo pugno; magari è solo una spacconata, ma deve difendere il suo orgoglio con quel che gli rimane e comunque fa il suo effetto! Allora inizia a tornire levando un truciolo alla volta, come se accarezzasse le corde di un’arpa, e ricava il cannone, preciso e perfetto, come da disegno, anche perché se sbaglia di tanto così, ne risponderà ai tedeschi che allora presiedevano le fabbriche.
    Ma Libero è un anarchico e non può lavorare per il nemico, perciò di notte, coi suoi compagni, rischiando la vita, entrano di nascosto negli stabilimenti e sabotano le macchine in modo che il giorno dopo non si possa lavorare o capiti un imprevisto che comprometta il pezzo… e se proprio vogliono un cannone, se lo facciano da soli, che lui era lì prima di loro a fare le più belle navi del mondo!
    Poi arriva il 24 aprile del 1945, e gli ultimi nazifascisti asserragliati nel Castello Raggio di Sestri Ponente, si arrendono in cambio di aver salva la vita. Arrivano anche togliatti e i democristiani che fanno un bel condono, valido anche per il medico. E in fine arriva un infarto, rapido, fulminante, che si porta via tutti i 130 chili di libertà. Intanto il Rex, era finito in fondo al mare da un pezzo.

  • #7
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    Predefinito Dadi e relative chiavi

    Il dado sarebbe la femmina filettata internamente che si avvita sul bullone, che essendo filettato esternamente, è il maschio.
    Per favore, evitiamo di confondere il bullone che adoperano i meccanici, con le viti dei falegnami: sono due cose e due mondi diversi!

    Il dado ha generalmente sei lati, e non è un caso, infatti:
    1. sotto i quattro lati non si può andare altrimenti non c’è verso di serrarli con un utensile;
    2. man mano che aumenta il numero dei lati, diminuisce la loro lunghezza e quindi la superficie di presa, ovvero: tanti lati rendono la presa sfuggente;
    3. man mano che diminuisce il numero dei lati, diminuisce la rotazione che gli si può imprimere prima di rimuovere la chiave e rimetterla, perciò pochi lati fanno perdere tempo.
    4. 6 è il primo dei numeri perfetti, perciò è l’ideale di sicuro!

    Una volta ero a Livorno, nel porto petroli, e vidi dei vecchi serbatoi ancora in funzione fatti con dadi quadrati: un orrore, un pugno in un occhio, roba da star male che me li ricordo ancora adesso. Chiesi come mai e mi dissero che li avevano fatti gli americani dopo la guerra.

    I dadi possono avere diverse fogge:
    1. a farfalla: si vedevano ancora negli anni 70 nelle macchine da cucire e sulle automobili inglesi che - appunto - avevano la stessa tecnologia;
    2. a calotta: si vedevano sulle biciclette fino agli anni 80, poi spariti anche loro (per fortuna!).
    3. tradizionali: un esagono forato e filettato; basta! Senza fronzoli inutili, che la meccanica è bella per quanto è pura.
    4. autobloccanti: come i precedenti ma dotati di un sistema che ne impedisce l’auto svitamento; in genere, un anello di nylon o una moletta di lamiera.

    Il controdado è una cosa bellissima!
    In pratica, un dado serrato su un bullone, a causa delle vibrazioni potrebbe allentarsi da solo. Per evitare ciò, si ricorre a un altro dado che si avvita fino a premere sul primo. A questo punto, mentre continuate a premere il secondo, controruotate di un nulla il primo. In pratica, il primo dado mette in trazione il bullone fino a se stesso, mentre il secondo dado, rimette in trazione il bullone dal primo dado al secondo. Se calcolate gli sforzi a trazione e ne disegnate i grafici, vedete la distribuzione delle tensioni: veramente bello.

    Poi ci sono le chiavi per rimuovere i dadi esagonali.
    La chiave che non manca mai nel porta attrezzi di un incapace, è la chiave a pappagallo: è una cosa che non si può vedere. Non fanno altro che deformarne gli spigoli compromettendone poi la presa con chiavi più nobili. Capisco che un idraulico la adoperi, anche perché quando c’hai la zucca sotto a un lavandino che puzza di acqua di risciacquo, detersivi, spazzatura e fondi del caffè, vai proprio di fretta, ma infilarne un paio nel cofano di un automobile è proprio da bestie; mi dispiace. OK… a volte uno è disperato e non sa cosa fare, perciò anche un buon meccanico può adoperarla, ma non più di una volta al mese.
    La chiave inglese non è un bell’attrezzo: in genere non chiude bene, lavora sugli spigoli dei dadi smussandoli, e poi può scappare e ci si può fare male alla mano, ma un tempo era essenziale perchè quelle schifezze di Mini, Leyland, Jaguar, Rover… avevano tutto in pollici e in qualche modo bisognava arrangiarsi. Ma ora che son stati comprati dai tedeschi non è più così, perciò, per favore, adoperiamola il meno possibile, anzi, lasciamo che finisca pure in fondo al cassetto.
    Poi ci sono le chiavi con una loro dignità, come quelle a bussola, sempre che abbiano un’impugnatura fissa o a snodo, ma non col cricchetto: infatti queste ultime ne sanno proprio di set da 12 euro tutto compreso da ferramenta.
    Sempre con una loro dignità, le chiavi tradizionali aperte, se ben fatte, snelle, indistruttibili, al cromo-vanadio.
    Poi c’è quella nobile, nobile davvero, ovvero la Chiave a Stella, a cui Primo Levi dedicò uno dei più bei libri del ‘900. Una chiave semplicemente perfetta concepita da uno che doveva essere pratico, efficiente e amante del bello.

    Un bel pannello a muro con tutte le chiavi ordinate dalla più grande alla più piccola, pulite, lucenti, sono un ottimo spettacolo.
    Ogni uomo che si rispetti dovrebbe averne uno, magari in salotto per la gioia della famiglia.
    Invece magari c’ha la moglie che ha ereditato 27 corredi di cucchiaini d’argento o peggio: silver-plate!
    << Sono preziosi! >> te lo senti menare.
    << Sì, peccato che non ce ne sia uno diritto e versino tutti la metà dello zucchero per terra >>
    << Ma erano della zia, del nonno, della bisnonna… >>
    << e chissenefrega: all’IKEA con sei euro ne prendo un cassetto pieno nuovi e funzionanti. Bleah!
    I carrelli porta utensili invece, saranno praticissimi, ma non sono affatto belli.
    Avere una bella serie di chiavi ordinate e pulite, è come avere una bella libreria, e avere un amico che ti chiede in prestito la 16, è come avere un amico che ti chiede in prestito Il giocatore di Dostoevskij: per non perdere né l’uno né l’altro, gli dai 15 euro e gli dici di comprarseli, ma che il tuo non lo presti a nessuno. Se è un vero amico, capisce.

  • #8
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    Chi l'avrebbe detto che mi sarei divertita tanto a leggere di meccanica, anzi pardon Meccanica
    Ad esser onesti capisco 1/3 di quello che leggo, più o meno come quando faccio da assistente a mio cognato mai capito perché invece di dirmi "passami uno di quei cosi storti vicino ai tuoi piedi" debba dirmi "passami una chiave torx" a volte mi chiedo perché voi uomini dobbiate essere così complicati, prendete invece esempio da noi donne

  • #9
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    Citazione Originariamente scritto da bouvard Vedi messaggio
    Chi l'avrebbe detto che mi sarei divertita tanto a leggere di meccanica, anzi pardon Meccanica
    Ad esser onesti capisco 1/3 di quello che leggo, più o meno come quando faccio da assistente a mio cognato mai capito perché invece di dirmi "passami uno di quei cosi storti vicino ai tuoi piedi" debba dirmi "passami una chiave torx" a volte mi chiedo perché voi uomini dobbiate essere così complicati, prendete invece esempio da noi donne
    Passami quel coso di metallo temperato sottile e robusto, di solito in tungsteno, con il manico rosso in materiale sintetico oppure giallo sempre in materiale sintetico e con la punta a forma di stella di dimensioni medio piccole e poi gia' che ci sei quell'affare con il manico di legno e che ha sul lato opposto del manico un pezzo di metallo a forma di parallelepipedo nero molto simile ad un trapezio dal peso di 150 grammi..... (in realta' mi serviva un banale cacciavite a stella e un martello).
    Passami quel coso che assomiglia ad un asciugacapelli ma che non e' un asciugacapelli e che quando lo accendi fa il rumore di un frullatore e quella scatoletta di plastica con degli affari in metallo che sembrano dei fusilli ma piu' lunghi. (in realta' sto parlando di un trapano e delle sue punte)...

  • #10
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    Citazione Originariamente scritto da apeschi Vedi messaggio
    Passami quel coso di metallo temperato sottile e robusto, di solito in tungsteno, con il manico rosso in materiale sintetico oppure giallo sempre in materiale sintetico e con la punta a forma di stella di dimensioni medio piccole e poi gia' che ci sei quell'affare con il manico di legno e che ha sul lato opposto del manico un pezzo di metallo a forma di parallelepipedo nero molto simile ad un trapezio dal peso di 150 grammi..... (in realta' mi serviva un banale cacciavite a stella e un martello).
    Passami quel coso che assomiglia ad un asciugacapelli ma che non e' un asciugacapelli e che quando lo accendi fa il rumore di un frullatore e quella scatoletta di plastica con degli affari in metallo che sembrano dei fusilli ma piu' lunghi. (in realta' sto parlando di un trapano e delle sue punte)...
    Sulle prime due definizioni che hai dato avrei capito al volo cosa volevi sull'asciugacapelli ero andata un po' in crisi, ma solo perché sei stato fuorviante se vuoi che qualcuno ti passi un trapano basta che dici "passami l'attrezzo del dentista" sfido chiunque a non capire che si tratta di un trapano
    Comunque stavo solo ironizzando sulle differenze uomo/donna sull'argomento, anche se poi ci sono donne che parlano ed usano i trapani e i cacciaviti con più competenza degli uomini, così come ci sono uomini che parlano di abbigliamento e di moda meglio di tante donne

  • #11
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    Ho spostato qui, mi sembrava più pertinente.
    Car, non ti ho dato i like solo perché vorrei prima leggerli tutti per intero, ma tanto lo sai che è come se te li avessi già dati .

    Mi sono piaciuti soprattutto un paio di finali, quello sulle domande filosofiche senza risposta (quante me ne faccio!) e quello sui soldi al posto del prestito (concordo).

  • #12
    d'ya think i'm stupid?
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    Citazione Originariamente scritto da bouvard Vedi messaggio
    Sulle prime due definizioni che hai dato avrei capito al volo cosa volevi sull'asciugacapelli ero andata un po' in crisi, ma solo perché sei stato fuorviante se vuoi che qualcuno ti passi un trapano basta che dici "passami l'attrezzo del dentista" sfido chiunque a non capire che si tratta di un trapano
    Comunque stavo solo ironizzando sulle differenze uomo/donna sull'argomento, anche se poi ci sono donne che parlano ed usano i trapani e i cacciaviti con più competenza degli uomini, così come ci sono uomini che parlano di abbigliamento e di moda meglio di tante donne
    mitticca Bou


  • #13
    d'ya think i'm stupid?
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    Citazione Originariamente scritto da Carcarlo Vedi messaggio
    Il dado sarebbe la femmina filettata internamente che si avvita sul bullone, che essendo filettato esternamente, è il maschio.
    Per favore, evitiamo di confondere il bullone che adoperano i meccanici, con le viti dei falegnami: sono due cose e due mondi diversi!

    Il dado ha generalmente sei lati, e non è un caso, infatti:
    1. sotto i quattro lati non si può andare altrimenti non c’è verso di serrarli con un utensile;
    2. man mano che erciò, per favore, adoperiamola il meno possibile, anzi, lasciamo che finisca pure in fondo al cassetto.
    Poi ci sono le chiavi con una loro dignità, come quelle a bussola, sempre che abbiano un’impugnatura fissa o a snodo, ma non col cricchetto: infatti queste ultime ne sanno proprio di set da 12 euro tutto compreso da ferramenta. il numero dei lati, diminuisce la loro lunghezza e quindi la superficie di presa, ovvero: tanti lati rendono la presa sfuggente;
    3. man mano che diminuisce il numero dei lati, diminuisce la rotazione che gli si può imprimere prima di rimuovere la chiave e rimetterla, perciò pochi lati fanno perdere tempo.
    4. 6 è il primo dei numeri perfetti, perciò è l’ideale di sicuro!

    Una volta ero a Livorno, nel porto petroli, e vidi dei vecchi serbatoi ancora in funzione fatti con dadi quadrati: un orrore, un pugno in un occhio, roba da star male che me li ricordo ancora adesso. Chiesi come mai e mi dissero che li avevano fatti gli americani dopo la guerra.

    I dadi possono avere diverse fogge:
    1. a farfalla: si vedevano ancora negli anni 70 nelle macchine da cucire e sulle automobili inglesi che - appunto - avevano la stessa tecnologia;
    2. a calotta: si vedevano sulle biciclette fino agli anni 80, poi spariti anche loro (per fortuna!).
    3. tradizionali: un esagono forato e filettato; basta! Senza fronzoli inutili, che la meccanica è bella per quanto è pura.
    4. autobloccanti: come i precedenti ma dotati di un sistema che ne impedisce l’auto svitamento; in genere, un anello di nylon o una moletta di lamiera.

    Il controdado è una cosa bellissima!
    In pratica, un dado serrato su un bullone, a causa delle vibrazioni potrebbe allentarsi da solo. Per evitare ciò, si ricorre a un altro dado che si avvita fino a premere sul primo. A questo punto, mentre continuate a premere il secondo, controruotate di un nulla il primo. In pratica, il primo dado mette in trazione il bullone fino a se stesso, mentre il secondo dado, rimette in trazione il bullone dal primo dado al secondo. Se calcolate gli sforzi a trazione e ne disegnate i grafici, vedete la distribuzione delle tensioni: veramente bello.
    ...
    alea iacta est

    ovvero: il dado come filosofia di vita ...


  • #14
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    Questo topic sarebbe piaciuto ad Ideale, vero M6?

  • #15
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    Grazie a Tutte / Tutti per la partecipazione: è un piacere stare con voi.


    Citazione Originariamente scritto da bouvard Vedi messaggio
    a volte mi chiedo perché voi uomini dobbiate essere così complicati, prendete invece esempio da noi donne
    Bene: allora i prossimi post parleranno delle Donne e della Meccanica… e ne vedremo delle belle!


    Citazione Originariamente scritto da apeschi Vedi messaggio
    Passami quel coso che assomiglia ad un asciugacapelli ...
    Per la gioia delle amanti dei bigodini, esiste il fon industriale, che appunto è un fon ma che scalda per davvero.
    Scalda talmente tanto da sciogliere il frena-filetti o dilatare le femmine consentendo l'estrazione o l'inserimento di un maschio per interferenza.
    L'inserimento per interferenza avviene quando il maschio possiede un diametro maggiore della femmina, perciò una volta dentro, non esce più.
    In genere, si scalda la femmina, che si dilata lasciando entrare il maschio; quando poi la femmina si raffredda, il maschio non scappa più.
    Un po' come il matrimonio.


    Citazione Originariamente scritto da Minerva6 Vedi messaggio
    Ho spostato qui, mi sembrava più pertinente.
    Grazie: è un onore!

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