La bellezza della Meccanica

Carcarlo

Well-known member
I personaggi descritti in questo e altri post, così come anche in altre discussioni, sono spesso tratti da storie reali, ma nei racconti di poche righe qui offerti appare solo la punta dell'iceberg, perciò onde evitare malintesi, secondo me sarebbe meglio specificare di quale caso stiamo parlando, così magari approfondisco meglio le situazioni vissute (che poi a distanza di anni, più che di fatti posso parlare di ricordi).
Altrimenti tu parli di quello che hai letto e io rispondo di quello che ho vissuto, tu di una parte e io di un insieme, e finiamo per parlare di cose diverse.

Detto quanto sopra:

In questo "mi amareggia" trovo quello che non mi sembra di aver trovato nel resto del discorso, cioè il dispiacere per degli esseri umani che sono costretti "a viver come bruti". Era l'assenza di questo sentimento, che mi lasciava perplessa....
La Grammatica mi scuserà, ma a volte alcune situazioni vissute (per esempio in Africa o in Sud America) mi hanno amareggiato per gli altri, perchè gli altri erano delle vittime impotenti; qui in Europa invece, se certe situazioni mi hanno amareggiato, mi hanno amareggiato per me, non per gli altri, perchè abolita la servitù della gleba, vinte (o vincendo) tutte le battaglie per i diritti civili possibili e immaginabili, se uno lavora e vive come una bestia, magari è perchè qualche errore lo sta facendo lui; se poi l'errore è non aver spremuto mai le meningi se non per sciocchezze, veramente non so cosa farci.

Eppure dietro l'angolo ho sempre sentito il rischio di credersi migliore, ed è difficile non cascarci, quando sembra che tutti intorno siano pazzi o zombie. Era solo questa la mia perplessità, ovvero come evitare il rischio dell'orgoglio e della superbia.
Faccio molta fatica a risponderti, ma non perchè non sappia cosa dirti, bensì perchè ogni volta che c'ho provato sono venute giù pagine e pagine di discorsi.
Perciò, dopo aver cancellato pagine e pagine, per essere stringati, mettiamola così:
1. stavolta non parliamo di racconti allo stato puro ma di esperienze personali, perciò facciamo qualche esempio per capirci meglio, se no rischiamo di fare dei danni.
2. comunque reputo di non peccare di superbia al sentirmi superiore rispetto ad alcuni stupratori seriali dei propri neuroni incontrati nella mia vita.

E non c'è niente da fare, per evitare l'arroganza c'è solo da mettersi nei panni degli altri e spegnere qualche volta il cervello ipercritico e iperassertivo.
Qui non siamo d'accordo.
Io mi rifiuto di spegnere il mio cervello ipercritico e iperassertivo per mettermi nei panni di quei miei excolleghi che:
- pur essendo nato e vissuto a pochi Km da Venezia, non l'aveva mai vista;
- pur essendo ingegnere, prima di mangiare scaricava l'energia negativa dal panino preso nella mensa aziendale (lo giuro);
- pur essendo ingegnere, si faceva fare l'oroscopo dalla mamma (ok, è incredibile, non posso portarvelo qui per mano e farvelo consocere, ma è vero!);
- pur essendo ingegnere, si era fatto fare una casa a forma di C per concentrare l'energia positiva del sole
- è andato in trasferta a Dubai portandosi tutta l'attrezzatura da sci
- è venuto con me in Turchia portandosi dietro quasi 1.000 litri d'acqua (viaggiavamo con un camioncino) perchè non era sicuro che la ce ne fosse
- pur essendo il rappresentante sindacale della FIOM, faceva raccolta di cimeli nazisti e se li portava a letto
- pur essendo il rappresentante sindacale della CGIL e organizzatore dello sciopero in azienda contro il governo berlusconi, era anche il fondatore del club dei milanisti aziendali;
- .....
Abbi pazienza: mi rifiuto di spegnere il mio cervello e mettermi nei panni di certe persone perchè non avrei più la certezza di riattivarlo.
 
D

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Guest
Abbi pazienza: mi rifiuto di spegnere il mio cervello e mettermi nei panni di certe persone perchè non avrei più la certezza di riattivarlo.
Va bene, @Carcarlo, questa è la tua idea. In ogni caso in questo campo non c'è niente di dimostrabile, non ci sono verità assolute così come non c'è da vincere niente.
Quindi, non c'è problema, io mi fermo qui e ti auguro di conservare sempre la tua energia.
🙋‍♀️
 

Carcarlo

Well-known member
Da un estremo all'altro!!!

Il Lavoro riserva sorprese.
Io mi sono specializzato, come ho già raccontato, nell’insegnare agli altri a riparare scaldabagni, accendini e visiere di berretti piegate… diciamo, poi fate voi: il cosa non importa, importa il resto della storia che è tutta vera.

Un bel giorno ricevo la richiesta di un cliente straniero nuovo di pacca, ci aveva cercato lui, che vuole capire come riparare uno scaldabagno che non ho mai visto in vita mia e di cui non avevo nemmeno sentito parlare.
Mandamene uno rotto – dico io – così capisco qual è il problema e ti faccio sapere. –
Dopo un po’ mi arriva un aggeggio un po’ strano.
Sì che è uno scaldabagno, ma perché gli hanno messo questo affare qui? E perché non ha quello là? E questo? Uhm…….
Allora sento il cliente che vedo che gira intorno alle mie domande fino a quando stringi stringi, è costretto a dirmi a malincuore che è un’applicazione militare.
Eh sì, perché guarda caso anche sulle corazzate, sulle portaerei e nei sottomarini nucleari, si fanno la doccia con l’acqua calda, si riempiono di calcare, gli salta il termostato, si intasa il regolatore… e insomma, fare la guerra in quelle condizioni è un problema!
Mi ci metto con un collega e dopo un mesetto abbiamo pronti i ricambi, la procedura di prova e il suo campione funzionante.
Pagano e spediamo la roba.

Dopo una settimana il cliente chiama dicendo che il cliente finale (i militari s’intende) sono contentissimi, e ci spediscono 20 boyler da riparare.
Perfetto.
Procediamo, pagano e spediamo.

Dopo qualche mese, il cliente richiama e ci dice che i militari non hanno mai fatto una doccia (per così dire…) così volentieri come con gli scaldabagni riparati da noi, e ce ne spediscono 100.
Ripariamo, pagano e spediamo.

Dopo un mese il cliente chiama che c’è un problema.
Dimmi –
Come puoi immaginare, i Militari hanno delle procedure… -
- Eh!? –
Ci chiedono di formalizzare la procedure di riparazione –
- Va bene –
- ma la vorrebbero in inglese -
- don't worry my friend! -
Mi metto lì, carta e penna, cioè World e qualche foto, tiro giù la procedura di riparazione e collaudo in inglese e gliela spedisco per e-mail.

Dopo qualche giorno il cliente mi chiama e mi dice che i militari voglio un incontro, ma per skype che c’è ancora il covid e poi non è l’Esercito Italiano e diventa problematico andare fino là.
- Va bene – e facciamo un incontro via skype a cui aggiungo altre informazioni.
Anche quella un'esperienza perchè - giuro! - erano in divisa mimetica, col berretto, sotto una tenda da campo che pioveva a dirotto: mancava Rambo e poi eravamo al completo!

Dopo qualche settimana il cliente chiama dicendo che la ns procedura – quella che avevo fatto io su word - è stata accettata e ufficializzata dalla NATO, perciò tutti gli scaldabagni di quel tipo potranno essere riparati solo con la mia procedura.
Resto un po’ lì, per me è una cosa strana considerando che per non fare la naja ero passato per zoppo, sordo, esaurito e esaurito gay (erano altri tempi).
- Cioè, fammi capire - domando io - ma adesso esiste un foglio in carta intestata della NATO in cui io dico come fare? –
- Praticamente sì – risponde il cliente
- Posso averne una copia? Che se no non ci crede nessuno. –
- No, no, è materiale riservato –
- Ma l’ho fatto io! –
- No, no, non possiamo averla! –

Passano i mesi, un altro cliente (diciamo messicano) mi chiede lumi su come si monta una certa valvola che gli abbiamo venduto.
Glielo spiego (in spagnolo, mettiamo) ma a distanza di qualche giorno mi risponde con domande senza senso.
La cosa va avanti per un po’ fino a quando capisco che c’è qualcosa che non va.
Chiedo lumi e mi spiega che non riesce a tradurre le mie spiegazioni tecniche in inglese al suo cliente americano che perciò fa casini.
- Va bene, non importa, lasciamici parlare direttamente, ti tengo sempre in copia, tranquillo, mica ti scavalco, per me il cliente sei tu –
A quel punto il cliente crea il contatto e mi ritrovo che il cliente era la Disney che doveva costruire non so che aggeggio per qualche parco divertimenti.
In fondo alla loro e-mail poi, c’è sempre Topolino che si leva il cappello.
Gliel’ho fatto vedere a mia figlia.
Guarda un po’ per chi lavora papà! –
E lei si è messa ridere.

Lunedì poi, il colmo.
Il cliente che mi ha fatto fare una procedura NATO, mi chiede di aiutarli a fare una procedura per la riparazione e il controllo qualità di un componente per un cannone.
- No guarda, non è proprio il mio settore – rispondo io, comunque incuriosito dalla richiesta - che la Meccanica è sempre la meccanica! - e la cosa è finita lì, che il mio sono gli scaldabagni, dalla NATO a Topolino, ma gli scaldabagni!!!
 
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Carcarlo

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Oggi ho aperto l'ultima edizione del catalogo di una azienda cinese e...c'ho trovato dentro una copia dei pezzi che abbiamo progettato e costruito per fare un lavoro che ci siamo inventati noi.

Devo bermi una bottiglia di vino e decidere se arrabbiarmi o considerarlo un Oscar alla Carriera.
 

Carcarlo

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A cena con colleghi e clienti alla Fattoria Natalino (1)

La Fattoria Natalino è in cima a un colle che son tutti faggi e per arrivarci devi fare capolino dalla nebbia padana per rivedere il sole, o a seconda dell’ora, le stelle.
La Fattoria Natalino è un’enorme agriturismo con locanda, ristorante e bestie.
La locanda è modesta ma pulita.
Il ristorante ha un menù un po’ striminzito ma discreto, e i salumi e i formaggi di loro produzione sono molto buoni.
La fattoria è immensa, tenuta come un hotel a 4 stelle e comprende tutti gli animali da fattoria (vacche, tori, bufale, maiali...), cortile (oche, anatre, galle, galline, polli, tacchini...), selvatici (cinghiali, caprioli, daini...) ed esotici (alpaca, lama e non so cos’altro).
Tutti gli animali sono protetti, nel senso che moriranno di vecchiaia: da Pasqualino tutta la carne viene da fuori perchè si rifiuta di uccidere le sue bestie che al massimo devono dare uova e latte.
La pulizia poi, è proprio un must, soprattutto in bagno.
La prima cosa che si apprezza da Natalino è la quiete che regna sovrana, soprattutto quando osservi cani e gatti larghi come le vacche che dormono o nel loro fieno o attaccati alla stufa.

A me piace andare da Natalino con i clienti ed i colleghi perchè anche il più bruto, grezzo e grebano di loro, non so perchè, lì smette di fare i soliti discorsi di pallone e battutacce.
Ti siedi, ordini e aspetti sorseggiando una bonarda.
Poi, tra un sorso e l’altro, dai un’occhiata ai camerieri e prima o poi ti accorgi che tutti hanno qualcosa di particolare, cioè, per dirla con delicatezza, qualche problema, e proprio per delicatezza (che non è da me) non farò esempi.
Cioè, no, ne posso fare uno, perchè avendo fatto il cameriere per tanti anni, uno che zoppica come quello lì non lo avrebbe assunto nessuno!
Ecco, la conclusione a cui arrivi guardando i camerieri di Natalino, è che li avrebbe potuti assumere solo lui, e che se è così amorevole per le bestie, chissà che occhio di riguardo deve avere per le persone, e non solo quelle che pagano ma anche per quelle che lavorano.

Io ci capito infrasettimanalmente che gente ce n’è il giusto, ma mi dicono che di sabato e domenica, soprattutto se c’è bel tempo, non riesci a entrarci da quanta gente c’è seduta dappertutto, anche ai lati della fattoria, dietro alla fattoria, giù per il pendio...
I camerieri però sono sempre gli stessi, anche perchè non è che quando esce il sole li puoi fotocopiare, perciò fanno quello che possono, che però – soprattutto nelle condizioni di alcuni - non è sufficiente, perciò quelli che sono seduti intorno o dietro alla fattoria, o giù per il pendio o sullo scoglio in mezzo al fiume... per un po’ aspettano, poi si scocciano e infine lasciano delle recensioni che non ti dico.
Natalino non risponde ad alcuna recensione, evidentemente ha la coscienza pulita di chi sa che i propri collaboratori non possono fare di più, e poi è così sereno che non credo prenda nemmeno in considerazione l'esistenza della polemica in se.
Le uniche risposte le lascia ogni tanto una cameriera quando le lamentele riguardano il servizio, in particolare quello ricevuto (appunto) da una certa cameriera un po' troppo nervosa che proferisce irripetibili bestemmie, e la cameriera, appunto, si scusa dicendo di avere problemi di nervi e che quando va sotto pressione... sfiata!
Cioè, sfiata l’ho scritto io che sono un meccanico e lavoro coi fluidi, ma rende l’idea.
Ora, io credo che nessuno darebbe una recensione negativa perchè il cameriere zoppo ha fatto colare un po’ di minestra sul vassoio, (no?) e allora perchè dare addosso alla cameriera esaurita?
E’ che evidentemente, gli esauriti non hanno ancora fatto la loro battaglia per i loro diritti civili e non essere discriminati, non dico alle olimpiadi, ma almeno sul luogo di lavoro.
Gli esauriti non vengono compatiti, anzi, se poi sei esaurito dal lavoro o dai figli, sotto sotto vieni guardato male proprio da colleghi (spesso inesauribili proprio perchè loro non lavorano) e altri genitori (che non alzano mai la voce perchè i loro figli, completamente assorbiti dal cellulare, non lo richiedono).
A volte credo che l’ignoranza di alcuni miei colleghi e clienti, benchè censurabile, sia perdonabile, se non altro perchè si limitano a bisbigliare senza farsi sentire, mentre le rimostranze di educati e scandalizzati avventori siano molto peggio perchè umiliano per davvero, per iscritto, davanti a tutti e per sempre.
Certo, uno può anche obiettare che le bestemmie della cameriera durante il banchetto di una comunione piena di bambini (magari c’è anche il parroco!) ci stanno proprio di troppo.
Senza dubbio, ma evidentemente Natalino non giudica nessuno, proprio come Colui che la comunione l’ha inventata.

(1) Nome di fantasia
 
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Carcarlo

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Di nuovo in trasferta

Non faccio in tempo a tornare dalle ferie che mi tocca partire di nuovo.
In pratica, un nuovo cliente, il Museo Navale di Genova, scrive in azienda dicendo che stanno restaurando una vecchia nave dove hanno trovato uno scaldabagno non funzionante che riporta la nostra targhetta di avvenuta riparazione risalente al 2031.
Girano tutto a me e siccome scopro che è uno scaldabagno cinese che ancora non conosco, mi ci fiondo di corsa, così non solo scopro come funziona ma anche come ripararlo.
Mi preparo il bagaglio e gli attrezzi da lavoro, che chissà se lì hanno ancora chiavi inglesi, cacciaviti e martelli e quando finalmente sono pronto per partire, Martina e Franco – i miei figli - vengono ad abbracciarmi e a raccomandarsi che gli porti qualcosa.
Salgo in macchina, vado all’aeroporto di Genova, lo trovo bello scassato come al solito, passo dal duty-free shop senza degnarlo nemmeno di uno sguardo, raggiungo il gate, m’imbarco, parto e dopo un paio d'ore riatterro sempre a Genova.

L’aeroporto è tutto bello luccicoso, pieno di luci soffuse che non si capisce da dove provengano e il pavimento bello morbido, come una specie di nuvola che si apre ai miei piedi man mano che cammino: una sciccheria.
Noto con piacere tanti viaggiatori seduti a leggere i soliti e-book che proiettano il testo in aria, ma poi noto anche che sono per lo più donne, tutte velate.
Esco e trovo la scritta Carcarlo fluttuante sopra ad un tale che mi aspetta.
Ci presentiamo: lui si chiama Marco, è un tecnico manutentore del museo che è venuto a prendermi e col quale lavorerò alla riparazione.
- Andiamo? – domanda porgendomi un braccialetto e facendomi vedere che ne ha uno uguale pure lui al polso.
- Avete il teletrasporto? – sbotto io.
- Ma quale teletrasporto? – risponde lui – vedevate troppi film di fantascienza! E’ l’abbonamento per i mezzi pubblici, no? –
- Ah – rispondo mesto io.
Comunque è molto interessante perché c’infiliamo ognuno in una specie di capsula e, come se fosse la posta pneumatica di un tempo, in un attimo arriviamo al Museo e andiamo a vedere il nostro scaldabagno a bordo di una nave in restauro.

Anche lì però, noto che tutte le donne camminano velate, ma insomma, sono lì per lavoro, non per far domande, perciò salgo sulla scala, inizio a smontare lo scaldabagno e a osservarlo pezzo per pezzo. Noto che non è per niente fatto male: i pezzi sembrano di qualità, ma a causa dell’uso si sono consumati e io li avrei riparati tanti anni dopo, cioè, no, li avevo riparati tanti anni prima. Osservo bene, prendo nota di tutto e apprezzo che avevo fatto un bel lavoro. Mi metto a smontare le ghiere, a sostituire le guarnizioni, a controllare che facciano tenuta, a sostituire il termostato, a carteggiare dove c’è ruggine, il tutto spiegando le cose passo per passo a Marco che osserva curioso e scherza sui miei attrezzi per lui preistorici.
- Intanto servono – rispondo gagliardo io – che voi non ce l’avete più e non riuscite a levarvici le gambe di mezzo! – e ci mettiamo a ridere come si fa tra lavoratori.
- Cosa c’è da ridere? – domanda secca una donna tutta velata.
- E’ la direttrice del museo – dice Marco presentandomela con voce tremolante.
Allora scendo dalla scala, mi pulisco la mano con uno strofinaccio e le porgo il polso come si fa tra quelli che non sempre abbiamo le mani monde, ma lei – e uno sgarbo così non me l’aveva mai fatto nessuno – rifiuta sdegnosamente il saluto rispondendo che eravamo lì per lavorare e non per divertirci.
Io ci rimango malissimo, ma insomma, sono lì per conto del mio titolare, non certo per fare una lite con la direttrice del museo, perciò abbozzo e mi rimetto al lavoro scocciato, senza più spiegare niente a nessuno; insomma, sono sì pagato per lavorare, non per litigare, ma nemmeno per insegnare, perciò zitto per davvero e non dico e spiego più nulla a nessuno.
Poi però il tempo passa e non è bello lavorare in cima a una scala con uno sotto a tenerci i musi, perciò con la scusa di farmi passare un attrezzo o un bullone, si riprende la confidenza.
- Marco – domando io facendo una pausa – ma perché le donne sono tutte velate? Siete diventati tutti musulmani? –
- No, cosa c’entra? Si vestono così. –
- Ma perché? –
- Da quando impera il DFN, va così. –
- E cos’è il DFN? –
- Il DFN, cioè il Dolce Femminismo Novo, è il nuovo femminismo… nuovo quando lo inventarono, adesso non è più nuovo ma è ancora lì, imperante –
- Vabbè, ma cos’è? –
- In pratica, circa cento anni fa, una femminista, qui di Genova oltretutto, se ne venne fuori dicendo che le donne dovevano smettere di competere tra loro in bellezza per farsi scegliere dagli uomini, che tra diete dimagranti e complessi di ogni tipo sarebbero impazzite tutte, e che la cosa migliore era essere solidali tra loro, unite, non dare più confidenza agli uomini e coprirsi. Fu così che piano piano iniziarono a girare sempre di più tutte intabarrate, a parlarci il meno possibile e ad escluderci… -

(continua sotto)
 

Carcarlo

Well-known member
(continua da sopra)

- Di nuovo a parlare? – ci riprende malamente la direttrice.
- Scusi – dico io – sto lavorando da quattro ore su una scala: sono sceso a sgranchirmi e a parlare un attimo. Non si può? –
- E cosa voleva sapere? – domanda lei – cos’è che non le va? –
- Nulla, solo chiedevo per capire. –
- E allora sì, adesso ci copriamo. E allora? –
- Niente, chiedevo… -
- Sa? Ai suoi tempi uno studio aveva rivelato che un uomo pensa al sesso almeno venti volte al giorno – mi grida la direttrice.
- Sì, me lo ricordo –
- Poi presero delle cavie come lei, gli piazzarono degli elettrodi nel cervello, le mandarono a casa, al lavoro, alla guida – anche di un aereo – e sa cosa si scoprì? –
- No… -
- Si scoprì che gli uomini pensate sempre al sesso, solo al sesso e smettete solo quando vi distraete: per quello leggete meno di noi donne. Avete un solo obiettivo nella vita: siete dei maniaci! –
- Mah… - rispondo io – probabilmente è vero, ma proprio perché perseguo un solo obiettivo durante la giornata che lavoro dodici ore al giorno, porto i soldi a casa e quando smetto mi porto i bambini a fare la spesa, e preparo la cena, e… -
- E lo dice così? E non si vergogna nemmeno? Mi fa schifo! Pena e schifo –
- Per fortuna – riprende lei dopo aver preso fiato – che da un secolo tutto è cambiato, ci copriamo tutte tutto, così non vedete più niente –
- Ma tu non hai mai visto una donna in minigonna? – domando stupito a Marco – o con i leggins? –
- Cos’è la minigonna? E i leggins? – risponde Marco.
- La minigonna è come il vestito della direttrice ma inizia sotto all’ombelico e finisce a metà gamba – e mentre parlo, vedo Marco che si porta la mano alla bocca.
- I leggins invece, sono dei pantaloni attillatissimi e semitrasparenti che vedi tutto, anche se c’ha il tanga – e nel dirlo, Marco si porta sconvolto le mani ai capelli.
- Il tanga? – domanda lui – e che cos’è? –
- Come le mutande, solo che davanti c’è un francobollo e dietro nemmeno quello –
- Ma allora è vero che eravate dei depravati! – risponde Marco.
- E scommetto che lei costringe sua moglie a metterselo, vero? – mi sento accusare di nuovo dalla direttrice – bel depravato! –
- Veramente mia moglie si veste come le pare e il più delle volte sembra una vedova, altro che tanga –
- Certo – incalza la direttrice – perché la costringe: bel depravato! –
- Ma se le dico che si veste come le pare, perché io dovrei essere un depravato sia se lei si mette il tanga, sia se si veste quasi come lei? –
- Perché ci guardate! – risponde la direttrice
- E se sono depravato io che guardo le donne col tanga, chissà cosa sono loro che se lo mettono per farsi guardare! –
- Appunto adesso ci copriamo, così non ci guardate più! Basta competere sessualmente tra noi donne per voi maschi –
- Ma io, veramente, mia moglie che compete sessualmente con le altre donne per avermi, non me la ricordo mica! Comunque, non è che così gli uomini non vi desiderano più: è che se non vi vedono nemmeno il viso e non vi riconoscono, non possono innamorarsi di voi! –
- E vuol dire che lei non ne valeva la pena di competere, era un avanzo: si guardi lì che trippa si porta appresso nei viaggi nel tempo! E comunque, chi se ne importa se non possono più innamorarsi di noi? Meglio! –
- Come sarebbe a dire meglio? – domando io – come fate a conoscervi, innamorarvi, uscire insieme, sposarvi, avere figli, riprodurvi… Io ho fatto quello che ho fatto perché per me il sesso è fondamentale, che se pensavo solo al pallone, andavo tutto il giorno a vedere le partite al bar e i figli me li faceva un altro che invece al sesso ci pensava eccome! -
- Mi dispiace per lei, ma adesso invece non è più così – risponde maligna e scandendo ogni sillaba la di-ret-tri-ce – vero Marco? – e lui mesto annuisce.
- E come funziona adesso? –
- In passato, dopo aver soldalizzato tra di noi - inizia a parlare con disprezzo la direttrice - vennero abolite ed eliminate la pornografia e la prostituzione, perciò bastava proiettare una volta all’anno un vecchio porno al banco del seme, e avevamo scorte per tutte –
- Ma che squallore – rispondo io.
- Infatti, appena possibile, grazie alla produzione di seme sintetico non ce ne fu più bisogno e si eliminò anche quello schifo lì. Adesso possiamo rimanere incinte quando vogliamo e senza il vostro aiuto, e soprattutto, da qualche anno, facciamo solo figlie femmine, così nel giro di un paio di generazioni la vostra razza sarà completamente estinta. –
- Be’ – trovo la forza di rispondere anche se sconvolto – gli uomini possono sempre ricorrere all’utero in affitto: costa un botto ma meno di un divorzio –
- Niente affatto – risponde lei – l’utero viene affittato solo alle donne: agli uomini niente – e dopo una pausa – da quando siamo tutte unite e compatte, per voi non c’è più trippa per gatti: siete finiti. Out! E adesso la pausa è finita: a lavorare! –
Io non dico nulla – che è meglio - e risalgo sulla scala a tirar fuori componenti arrugginiti, a ripulirli e a rimetterceli dentro riaccomodati.

A lavoro ultimato, visto che è ancora presto, chiedo a Marco di riaccompagnarmi all’aeroporto.
- Scusa Marco – gli domando – ma sta cosa qui del Dolce Femminismo Novo, chi l’ha inventata? Hai detto una di Genova? –
- Si, una certa de Carcarlo, proprio come te –
- E di nome, di grazia, come faceva? – domando tremante.
- Martina credo… sì, sì, proprio Martina –
- Vabbè, grazie – rispondo io sudando – se si rompesse qualcosa, fammi sapere per e-mail: va bene? –

Passato il controllo sicurezza, avendo ancora una buona mezzora prima dell’imbarco, passo a prendere un ricordino nell’area giocattoli per i bambini.
Salgo a bordo e dopo un paio d’ore atterriamo di nuovo a Genova, nel solito squallido aeroporto, prima della ristrutturazione.
Prendo la macchina e torno a casa.
- Papà! Papà!! – gridano i bambini abbracciandomi; mia moglie invece, vestita come una vedova di guerra, ci guarda dalla porta di casa.
- Cosa mi hai portato? Cosa mi hai portato? – domanda frenetica mia figlia.
- Per te ho preso questo: guarda che bello! –
- Ma è una Barbie con le scarpine di cristallo e un set completo di spazzole per pettinarle i capelli! –
- Ti piace? –
- Ma non hai mai voluto che avessi una bambola quando avevo cinque anni, e me la regali adesso? –
- E guarda: non è tutto – dico porgendole un altro pacco.
- Un tutù rosa? E le scarpine con la punta di gesso? –
- E sì eh! Basta andare a fare arti marziali. A natale voglio venire a vedere un tuo saggio di danza –
- E per me cosa mi hai portato dal futuro? – domanda mio figlio.
- Per te? – e dopo aver deglutito rispondo – per te niente: goditi il presente, va, che è meglio…anzi, in futuro, quando non ci sarò più, tieni un po’ d’occhio tua sorella che mi sembra un po’ troppo convinta.
 
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Minerva6

Monkey *MOD*
Membro dello Staff
Devo ricordarmi di leggerti dalla tv che dal telefono faccio fatica. Se non vedi i miei like nei prossimi giorni ricordamelo su wapp 😉.
 
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