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Discussione: diari di viaggio

  1. #136
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    Ciao a tutti! Nuovo periodo di vacanze, nuovo viaggio! ...per noi è sempre così! qst volta abbiamo speso i 15 giorni fra natale e epifania in un viaggio in malaysia e singapore, con scalo andata e ritorno a dubai (per nn far pesare troppo volo e fuso al nostro bimbo di quasi 2 anni)!
    devo dire che dubai si è riconfermata una meta eccezionale, anche se l'effetto "sorpresa" -dato da un ambiente distante anni luce da ciò a cui siamo abituati in italia- è stato ridotto rispetto all'anno scorso, quando abbiamo visitato dubai per la prima volta. quella volta siamo rimasti davvero sbalorditi da quanto tutto risulta "perfetto", quasi finto... in ogni caso l'impressione resta altamente positiva, oltre al fatto che trovo il Burj Khalifa, il grattacielo più alto del mondo (e qst volta ci siamo anche saliti: 124 piani a una velocità di 10 metri al secondo!!!) di una bellezza ineguagliabile!

    alla malaysia abbiamo dedicato relativamente poco tempo e qst fatto, oltre al fatto che qst periodo, di forti piogge, è il peggiore per visitare la costa orientale, ci hanno fatto decidere di eliminare completamente il mare e dedicarci a un viaggio itinerante. risultato: siamo rimasti un po' delusi... devo ammettere che anche alcuni posti molto rinomati, come Melaka o Georgetown, non è che ci abbiano entusiasmato più di tanto... Mi sono piaciute molto le piantagioni di tè alle Cameron Highlands e ho trovato molto bella e ordinata Kuala Lampur. Di solito in un Paese asiatico la capitale non è certo uno dei luoghi più belli da vedere (o almeno non è tra i più "vivibili") e invece siamo rimasti colpiti da qst città, immensa eppure efficientissima, piena di parchi e di grattacieli, fra cui spiccano le bellissime Petronas Towers. Forse se avessimo avuto una settimana in più da dedicare solo alle rinomate spiagge, o a esplorare un po' più di natura (il non plus ultra sarebbe stato poter andare al Borneo, ma chissà, un'altra volta...) allora l'impressione generale sarebbe stata diversa! diciamo che la malaysia non è un Paese di cui vedere solo le zone "urbanizzate", come noi siamo stati costretti a fare anche per andare incontro al nostro piccolo viaggiatore!
    Ultima modifica di ayuthaya; 01-17-2012 alle 10:31 AM.

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  • #137
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    Infine Singapore, che io volevo saltare per dedicare più tempo alla Malaysia (mio marito ha insistito, dicendo che era un'occasione molto ghiotta e...aveva ragione!!!). Singapore è uno dei posti che ci è piaciuto di più in qst vacanza: avevamo letto che 2 gg bastavano ed avanzavano per visitarla, ma la verità è che almeno ultimamente sta puntando moltissimo sul suo aspetto turistico e ricettivo, per cui ci sono molte cose da visitare/fare, che fino a pochi anni fa neanche esistevano!
    Imperdibile la poco pubblicizzata minicrociera sul fiume, da cui si gode una vista insuperabile dello skyline cittadino, con l'avvenieristico complesso dell'Esplanade, la ruota panoramica, il gruppo di grattacieli e, isolato da tutto il resto, il fantascientifico Marina Bay Sands (per intenderci, tre grattacieli su cui poggia un'enorme... "barca"!) Davvero magnifico. Di notte pure, con giochi di luci dalla piattaforma del Marina Bay e fontane a tempo di musica (ma in quanto a fontane, quelle di Dubai ai piedi del Burj Khalifa sono, semplicemente, ineguagliabili!).
    Unica nota semi-negativa il famosissimo zoo: l'unica differenza con la nostra peggiore idea di zoo, tutto gabbie e cemento, è che qui le gabbie sono abbellite da una rigogliosa vegetazione, ruscelli e cascatelle a godimento esclusivo dei turisti! Tenuto benissimo per carità (come del resto tutta Singapore, al cui confronto perfino Dubai impallidisce in quanto a rigore, ordine e pulizia!), e contiene fra l'altro una quantità di specie davvero impressionante ma... come dire? Sembra che la preoccupazione maggiore sia accontentare il visitatore (compresi gli indecenti spettacoli con gli elefanti o le frotte di bambini che danno da mangiare ai canguri...): alla fine quei poveri animali in gabbia sono e in gabbia restano!
    Insomma, consiglio di dedicare tempo soprattutto alla città, che merita....
    Arrivederci al prossimo viaggio!!!
    Ultima modifica di ayuthaya; 01-18-2012 alle 01:24 PM.

  • #138
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    che bello il tuo viaggio ayuthaya! invidia, invidia, invidia

  • #139
    giovaneholden
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    Cara Ayutthaya,anche io non ho avuto una grande impressione dalla Malesia,ma ci sono stato poco,ho visto Kuala che effettivamente è carina, e la zona nord,dove ho trovato favoloso un resort dove c'erano gli Orang-utan.Singapore la vidi moltissimi anni fa,mi aveva impressionato per la pulizia,come a te,e ricordo le attrazioni dell'isola di Sentosa,tra cui un bell'acquario.

  • #140
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    Citazione Originariamente scritto da giovaneholden Vedi messaggio
    Cara Ayutthaya,anche io non ho avuto una grande impressione dalla Malesia,ma ci sono stato poco,ho visto Kuala che effettivamente è carina, e la zona nord,dove ho trovato favoloso un resort dove c'erano gli Orang-utan.Singapore la vidi moltissimi anni fa,mi aveva impressionato per la pulizia,come a te,e ricordo le attrazioni dell'isola di Sentosa,tra cui un bell'acquario.
    parli di bukit merah? anche noi li abbiamo visti, è stato molto carino anche se immagino che nel Borneo sia tutta un'altra cosa! per l'acquario forse col senno del poi abbiamo sbagliato, ma avendo poco tempo abbiamo preferito lo zoo, che mi pareva più "famoso"... Singapore negli ultimi anni dev'essere cambiata moltissimo, se nn altro molti degli edifici che ho citato sono piuttosto recenti! è un po' come per dubai... da quando esiste il Burj Khalifa e la Dubai Fountain, è tutta un'altra storia!!!
    cmq conto di tornarci perchè avevamo poco tempo e abbiamo saltato tante cose!!!

  • #141
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    Sotto suggerimento di elisa, sposto qui tutti i pezzi tratti dal mio diario di viaggio in India che avevo iniziato a postare su "prosa e racconti brevi" visto che, pezzo dopo pezzo, sto "pubblicando" quasi tutto il diario!!!

    Prima di proseguire quindi riporto i pezzi precedenti!!!

    (...)
    Appena arrivata ho vomitato. Il viaggio è durato più di dieci ore e le mie pasticche contro il mal d’aereo non sono state sufficienti…
    All’uscita ci aspetta un tassista, ha in mano un cartello con su scritto “Mr. Palazzi”: siamo noi. È un po’ seccato perché sono le quattro di mattina e lui è in piedi ad attenderci da più di un’ora e mezza. Sapesse quanto siamo più stanchi noi! Comunque sia finalmente ci avviamo; l’aeroporto internazionale dista dalla città quasi tre quarti d’ora e, mettendo la testa fuori dal finestrino, non riesco a credere ai miei occhi! Anzi, non solo ai miei occhi…
    L’India non è un Paese che possa essere vissuto, e neanche intuito, solo guardandolo. È una realtà che cattura la totalità di una persona, ogni angolo del suo corpo e della sua anima. È uno scatenarsi dei sensi, una vertigine di colori, odori, rumori, sapori… E neanche il tatto è risparmiato. Non solo perché la gente tocca: tocca sbandando coi propri instabili veicoli, tocca per convincere a vendere, tocca per chiedere l’elemosina, tocca per meglio vedere… Ma è soprattutto l’aria indiana che tocca. Avvolge, penetra, accarezza o sfinisce, ma non allenta mai la presa. Dare la colpa al caldo è riduttivo... Certo, quando il termometro supera i quaranta e l'umidità raggiunge livelli spaventosi, l’aria si fa sentire! Ma è tutto ciò che è dentro quest'aria: gli odori -di spezie e di vacche, di smog e di uomini- e perfino le voci, che si confondono e diventano materia viva, fa sì che non si possa comprendere l’India se non respirandola.
    Di tutto questo mi sono resa conto pienamente solo il giorno dopo, quando alla densa aria notturna si sono aggiunti anche i rumori e il brulicare della folla, ma già il primo impatto con questa realtà, che mi sono immaginata migliaia di volte nella mia testa e a cui credevo di essermi preparata, ha buttato all’aria tutti i miei schemi, i miei programmi. Ma chissà, forse è il mio sogno che viene realizzato: l’India mi ha accolto sconvolgendomi fin dal primo istante.
    (...)

  • #142
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    (...)
    Mi metto a letto sperando che il senso di nausea che mi ha preso nuovamente mi passi… Mik va in centro a comprarmi qualcosa da mangiare, ma tutto ciò che riesco a mandare giù è qualche biscotto e un succo di frutta. Questa volta il riposo non è sufficiente, mi sento sempre peggio. La nausea aumenta e quando finisco di vomitare quel poco che ho nello stomaco, i conati continuano, e vomito saliva. La situazione peggiora col passare del tempo, ho l’impressione di rimettere l’anima. A tutto mi ero preparata fuorché a questo! Mik mi aveva avvisato che avrei potuto essere vittima dei tipici disturbi intestinali, ma a questo non avevamo proprio pensato! Per cui fra tutti i medicinali che ci siamo portati dietro, non c’è nulla che possa andar bene: non c’è altra soluzione che chiamare un medico.
    Arriva una donna che dopo avermi visitato, mi tranquillizza: è un disturbo frequente per chi non è abituato all’ambiente e all’altitudine elevata. Mi prescrive delle compresse e mi raccomanda di contattarla nel caso stia ancora male. La mia speranza viene immediatamente disillusa: vomito la compressa come ho fatto con tutto il resto. Richiamato il medico, ci dice che l’unica soluzione è l’ospedale, e così alle dieci di sera ci dirigiamo con un taxi verso l’unico ospedale della città.
    Al malessere fisico è subentrata la paura: e se la mia vacanza finisse qui? Tutti i nostri progetti, le aspettative, i tentativi di organizzare le cose nel miglior modo possibile, gettati all’aria da una nausea che non dà cenni di voler passare… L’impatto con la realtà dell’ospedale peggiora la situazione: basta un’occhiata per capire che non siamo certo in Italia (il che è tutto dire), e nemmeno a Delhi. Ma almeno sono nelle mani di medici! Dopo avermi fatto un’iniezione del medicinale che non sono riuscita a ingerire, mi prescrivono tre bottiglie di flebo. Non ho mangiato nulla per tutto il giorno, sono debole e disidratata.
    Comincia una notte da incubo. L’agitazione che mi ha assalito all’arrivo in ospedale (singhiozzi, tremore alle gambe,…) pian piano mi abbandona, ma dormire è impossibile. Hanno permesso a Mik di restare accanto a me; siamo soli in una stanza, un privilegio dovuto forse al nostro essere stranieri. Se non ci fosse stato lui, non so cosa avrei fatto. È lui a controllare quando finisce la flebo, chiuderla e chiamare l’infermiera perché me la cambi. La mia ansia che finisca senza che ce ne accorgiamo, gli fa mettere la sveglia ogni quarto d’ora. Ma le bottiglie sono da più di un’ora e mezza l’una, il tempo sembra non passare mai… Verso le quattro di notte riesco a chiudere gli occhi per brevi intervalli. A un certo punto, quando un sonno un po’ più profondo pareva avermi colto, un suono acuto mi sveglia di soprassalto. È un gatto! È ai piedi della mia branda e miagola! Infine, come se non bastasse, ci si mette anche il suono citofonato che proviene dalla piccola moschea della città, richiamo alla preghiera per tutti i musulmani di Leh… Ma possibile anche in piena notte?!
    Per fortuna anche le cose più terribili prima o poi finiscono, e verso le sei di mattina si svuota anche l’ultima bottiglia. Possiamo riposare qualche ora prima della visita del medico. I medicinali hanno fatto effetto: ora mi sento davvero bene, tanto che ogni tanto mi alzo per passeggiare lungo il corridoio e nel cortile esterno, dove incontro qualche bambino che mi sorride intimidito.
    I ladakhi sono molto diversi dagli indiani di giù e assomigliano piuttosto a dei tibetani. Hanno gli occhi a mandorla, gli zigomi alti, la faccia tonda e piena, le guance arrossate dal sole. Anche nel carattere ho l’impressione che siano diversi dai loro connazionali di “bassa quota”: sembrano più timidi e schivi, cordiali come tutti gli indiani, ma anche temprati dal difficile clima e dalla condizione di isolamento che devono aver vissuto per molti secoli prima che questa regione fosse aperta al turismo. I loro profondi sguardi e i dolci sorrisi mi conquistano immediatamente.
    Ogni volta che qualcuno entra nella mia stanza, che faccia parte del personale ospedaliero o no, mi chiede cos’ho, come sto, da dove vengo… E tutti se ne vanno sorridendomi e augurandomi buona guarigione. Anche gli infermieri sono simpatici. Forse più simpatici che efficienti, ma non posso pretendere l’impossibile! Devo capire che non è per maleducazione che perfino i medici sputano o fanno dei “gargarismi” davanti a noi! E che non è per sporcizia che non cambiano le lenzuola o non lavano la mascherina per l’ossigeno una volta usata… Anche ai bagni devo abituarmi: alla turca e senza carta igienica… Eppure gli inservienti non mancano di lavare per terra tutti i giorni, dimostrazione questa che anche l’igiene è una questione di punti di vista!
    (...)

  • #143
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    La giornata in ospedale è un susseguirsi di alti e bassi, momenti in cui mi sento pronta a uscire, momenti in cui sono assalita nuovamente dalla nausea. Per questo motivo i medici decidono di farmi restare una seconda notte. L’idea non mi entusiasma, ma credo anch’io sia la cosa migliore: se tornando in albergo mi sentissi di nuovo male? Per fortuna l’assenza di flebo fa sì che riusciamo a dormire più o meno tranquillamente. Mik, che ha il sonno leggero, viene disturbato dall’arrivo di altri pazienti. Non sono fortunati come noi, il trattamento loro riservato è meno premuroso (possibile che siamo davvero una casta di “privilegiati”?) e la moglie del malato anziché usufruire di una branda come ha fatto lui, si accuccia per terra avvolta da una pesante coperta. Comprendere l’India significa comprendere anche questo.
    Il giorno dopo ci svegliamo presto, ansiosi di uscire, ma è necessario il permesso del medico che alle undici non si è ancora fatto vivo. Poi inspiegabilmente mi dimettono senza visita, ma munita di una lunga lista di medicinali che mi accompagnerà per tutto il resto della vacanza.
    La vacanza, già. Finalmente può cominciare. Ci rechiamo in centro e passeggiamo per le vie principali. Leh è una città piccola ma molto turistica: essendo il capoluogo del Ladakh, la più importante regione himalayana dell’India, è il luogo da cui partono quasi tutte le escursioni. La maggior parte dei turisti che vengono qui sono appassionati di trekking, per cui il centro è pieno di gente in scarponi e ben attrezzata, e la quasi totalità dei negozi sono agenzie di viaggio, ristoranti, Internet point e centraline telefoniche. Ne approfitto per chiamare i miei e dire naturalmente che sono in splendida forma, tutto sta andando per il meglio e il posto è bellissimo.
    Un portale particolarmente decorato ci conduce all’interno di un gompa, nome che indica il tipico santuario buddista tibetano; ho così modo di osservare dal vivo gli oggetti visti decine di volte in foto, in particolare i grandi o piccoli mulini contenenti rotoli di preghiere. Mentre mi guardo intorno estasiata e riprendo tutto il possibile con la telecamera, da un autoparlante interno al gompa si diffonde un canto tradizionale, dai toni profondi e continui. Quasi a completare un “quadro vivente” (davanti ai miei occhi vibranti di emozione è come se qualcuno stesse modellando l'immagine di un sogno) a un certo punto ci voltiamo verso l’ingresso e vediamo due bambini che si dirigono verso di noi. Sono vestiti di una tunica in due pezzi, rossa e gialla, e hanno i capelli tagliati molto corti: sono piccoli monaci!
    Ed è un istante: con la stessa forza con la quale ero stata presa e catapultata nel vivacissimo universo indiano di bassa quota qualche giorno fa, vengo ora immersa in un’altra realtà, quella dei monasteri al confine col cielo e dei monaci in cammino verso la beatitudine, degli scenari maestosi e delle distanze insormontabili, dei silenzi profondissimi e della solitudine invocata… Quanto l’aria di Delhi era inquinata, densa e pregna di vita, tanto l’aria che si respira qui è pura, rarefatta, assente… è un’aria che non parla dell’uomo, ma di Dio. Un senso di benessere e di eccitazione mi pervade: tutto questo potrà diventare mio, anche se solo per pochi giorni.
    (...)

  • #144
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    (...)
    Pare che io mi sia completamente rimessa, per cui decidiamo di partire la mattina dopo per un’escursione di due giorni che ci spingerà fino a Lamayuru, a oltre cinque ore di strada da Leh. Il viaggio è lungo, ma straordinario. La maggior parte del tragitto si snoda lungo l’Indo, il fiume più importante della regione, e gli scenari di cui godiamo sono di inestimabile bellezza.
    Ciò che più mi colpisce è la varietà delle rocce che compongono questo stralcio di Himalaya. Non sono mai stata un’appassionata di geologia (anzi), ma è impossibile non restare a bocca aperta davanti a certi prodigi della natura! La roccia è dove solida e compatta, dove sul punto di sgretolarsi in sabbia sottile; dove modellata in morbide rughe, dove frastagliata in punte aguzze e lame affilate; dove evocatrice di un paesaggio lunare, dove plasmatrice di profondi canyon… E i colori! Dal bruno al giallo intenso, dal grigio al dorato. Decine sono le figure che mi suggeriscono le montagne, centinaia le differenze fra l'una e l’altra… Ma una cosa le accomuna: l’assenza di vegetazione. Tutte sono nude, brulle, come se la sola essenza di pura roccia bastasse a dare un senso alla loro presenza sulla terra. Come se nessuna forma di vita avesse il diritto di mitigare il senso di gravità e perennità da esse emanato… Anche il paesaggio è molto vario: ci sono punti in cui la strada corre lungo il fianco della montagna a picco sul fiume, altri in cui attraversa distese immense e quasi pianeggianti, e le montagne sembrano lontane.
    Dopo molte ore giungiamo finalmente a Lamayuru. La mia gioia è tanto più grande in quanto gli ultimi venti minuti di viaggio sono stati un vero incubo. Per raggiungere questo importante e antichissimo monastero, infatti, bisogna percorrere un pezzo di strada non asfaltato, caratterizzato da una notevole pendenza e da continui tornanti. La strada, appena sufficiente per il passaggio di un automezzo, è molto trafficata e succede spesso di incrociare jeep o camion diretti nel senso opposto: quando questo accade, il veicolo più facilitato si deve fermare presso una delle piazzole ricavate allo scopo e attendere che l’altro lo superi. Il problema è che gli sfortunati che vengono a trovarsi sul lato esterno al momento del sorpasso, provano l’ebbrezza di trovarsi a pochi centimetri dal bordo… con centinaia di metri di strapiombo! Insomma, ad ogni curva e ad ogni sorpasso, sento lo stomaco che mi si stringe in una terribile morsa e ringrazio tutti i santi del Paradiso quando la nostra auto si ferma all’ingresso del tanto sospirato gompa.
    La scena a cui assistiamo al nostro arrivo ci ripaga in parte dell’angoscia provata: due piccoli monaci stanno giocando, rincorrendosi e girando un grande mulino di preghiere. La freschezza e la spontaneità delle loro risate mi ricordano che, prima di essere monaci, sono bambini, uguali a tutti i bambini del mondo.
    (...)

  • #145
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    (...)
    Non ci resta che organizzare i nostri ultimi giorni in Ladakh. Il programma prevedrebbe un’escursione nella Nubra Valley, luogo di interesse prevalentemente naturalistico da poco aperto al turismo, e una visita a Phyang, nel giorno del suo festival annuale. Il problema è che solo la prima dura tre giorni e a noi ne restano due! Dopo lunghe trattative con l’impiegato dell’agenzia, riusciamo a compattare tutto in due giorni, e a noi resta il dilemma: partire e rischiare, o rinunciare? Il problema è il volo di ritorno per Delhi: qualsiasi cosa mi succeda, fra due giorni dobbiamo essere all’aeroporto di Leh. D’altra parte, sappiamo entrambi che non avremo una seconda possibilità di vivere l’Himalaya… Prendere o lasciare, e noi decidiamo di partire comunque, ripromettendoci di tornare indietro ai primi eventuali sintomi di malessere.
    Un ultimo ostacolo da superare (e che ci dà non pochi problemi) è il visto necessario per visitare la Valle: quando finalmente abbiamo preso la nostra decisione, veniamo a scoprire che è scaduto il termine per la richiesta. Fortunatamente anche questo inconveniente viene risolto, e la mattina successiva alle sette e mezza siamo in jeep diretti verso il monastero di Phyang. La festa è cominciata alle cinque e sono già arrivati alcuni turisti. Su uno spiazzo che funge da palco dei monaci ballano al ritmo di un tamburo e di altri strumenti a percussione, suonati da un secondo gruppo di monaci seduti a lato. Gli uni e gli altri indossano abiti tradizionali. I danzatori hanno ai piedi dei curiosissimi stivali di lana e pelo di yak, alti e ingombranti. Sono i pabbu. I cappelli assomigliano a piatti di metallo rovesciati e gli abiti sono un’esplosione di colori. I musicisti, invece, indossano la semplice tunica rossa e i copricapo tradizionali.
    (...)
    Mentre io vengo assorbita dalla musica e dai colori, Mik si è addentrato dietro le quinte e mi invita a raggiungerlo. È un’impresa, perché nel frattempo i turisti sono aumentati notevolmente, fino ad invadere lo spazio laterale riservato ai monaci. Quando lo raggiungo, condivido con lui il fascino di trovarsi “dall’altra parte”: qui, dove i monaci si vestono e si spogliano, è tutto un fermento... un continuo muoversi, parlare, dirigere, zittire. Mik non si fa scappare l’occasione di scattare qualche foto.
    Sono oltre le undici, è ora di andare. Dobbiamo tornare a Leh per prendere il visto e avviarci verso la Nubra Valley. Il viaggio previsto è lungo più di quattro ore. La Nubra è una regione a nord del Ladakh, più vicina quindi al confine col Pakistan e, per questo motivo, a turismo limitato. Sulla strada per Khardung- La, incontriamo diverse postazioni militari e in alcune di esse dobbiamo fermarci perché ci controllino il visto. Khardung- La è il passo carrozzabile più alto del mondo, a ben 5.600 metri d’altitudine! Il pensiero che arriveremo ad un’altezza così elevata mi fa rabbrividire dall’emozione! La strada è migliore di quanto non osassi sperare: forse il fatto che sia l’unica a collegare le due regioni fa sì che la tengano in considerazione! Il problema sono i bagni, la cui mancanza mal si accorda con la mia incontinenza (e con la necessità che abbiamo di bere moltissimo a causa dell'altitudine)! Per cui sono costretta a chiedere all’autista di fermarsi e a fare la pipì lungo la strada!
    (...)
    Il paesaggio che si mostra al nostro sguardo è imponente e selvaggio: qui, ancor più che nella zona di Leh, si sente quanto l’uomo rispetto alla natura costituisca l’infinitamente piccolo e debole. Stiamo percorrendo i tornanti di una montagna; centinaia di metri sotto di noi si apre un’immensa distesa di sabbia percorsa da un fiume dalle acque grigiastre. Sono talmente immobili le sue acque e talmente insolito è il suo andamento, che all’inizio lo scambiamo per della sabbia più scura. Questa distesa piatta divide due lunghe catene di monti e sembra estendersi all’infinito. È a quella quota che dobbiamo arrivare per raggiungere Diskit, ma prima superiamo un'altra postazione militare dove ci controllano per l’ennesima volta il visto.
    (...)

  • #146
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    rieccomi qui!!!
    riprendo il racconto da Delhi, dove siamo tornati al termine della decina di giorni dedicata al Ladakh (vero "cuore" del nostro viaggio in India)...

    (...)
    Dobbiamo rivolgerci a un’agenzia e nostro malgrado finiamo per cedere all’abbordaggio di un procacciatore di clienti, il quale dopo averci condotto all’interno di una stanzetta con aria condizionata corre a chiamare il "boss". Dopo alcuni minuti si presenta un omaccione dal viso simpatico, che ci accoglie con gran calore e ci invita a bere qualcosa di fresco; accettiamo con piacere e cominciamo le trattative. Dagli ampi sorrisi che ci rivolge intuiamo subito che il suo lavoro lo sa fare: sicuramente ci fregherà!!! Ma è troppo divertente e non riesco a non ridere alle sue frequenti battute! Dopo una lunga dialettica riassumibile nei motti “you kill me” (da parte sua) e “finished the holiday, finished the money” (da parte di Mik), finalmente concordiamo il prezzo e partiamo immediatamente. Il tempo non promette bene: il cielo è nuvoloso e a tratti piove. Speriamo che ad Agra, pur non molto distante da Delhi, sia meglio.
    Il viaggio è di circa quattro ore lungo un'ampia strada a scorrimento veloce, ma neanche qui mancano le divine vacche: a un certo punto sterziamo con tanta violenza da rischiare un incidente, e tutto per non prenderne sotto una che stava attraversando beatamente la strada!
    Per raggiungere Fatehpur Sikri, prima meta della nostra escursione, l’autista attraversa villaggi poverissimi: bambini giocano a fare l’altalena sulla gomma di una ruota appesa a un albero, donne sono sedute davanti alle proprie baracche con i figlioletti in braccio… Scorci intimi di un vita misera e ricchissima… Mentre siamo fermi davanti a un passaggio a livello chiuso, ho un’ulteriore conferma della stranezza che provoca negli indiani la vista di noi turisti. Un ragazzo, per potermi osservare meglio, si attacca con le mani al mio finestrino e resta così a fissarmi fino al momento di ripartire. Siamo praticamente a dieci centimetri di distanza, ma a quanto pare questa situazione mette in imbarazzo solo me! Non so davvero dove guardare…
    Giungiamo a destinazione che è quasi il tramonto. Mi irrito subito quando un uomo, che pretende di farci da guida, insiste nel seguirci nonostante il nostro rifiuto. Sto per mandarlo a quel paese quando decide di lasciarci in pace. È così che un micromondo misterioso e affascinante si dischiude davanti a i miei occhi.
    Sarà l’ora tarda, il paesaggio naturale che circonda il sito, o il silenzio, il canto degli uccelli, la sensazione di essere lontana da tutto e da tutti… quel che è certo è che la visita di questa piccola città fortificata, un tempo capitale dell’impero Moghul, è uno dei ricordi che più mi sono rimasti dentro. Mentre passeggio fra le vie quasi deserte, la mia immaginazione popola questi luoghi dei suoi storici abitanti: e la città fantasma prende vita, la frenetica vita di corte che ruotava intorno al grande Akbar. Un’ aura di fascino che sfiora la leggenda avvolge questo luogo, abitato per soli quattordici anni prima di essere consegnato alla Storia per sempre.
    Il gioco dei colori è pura magia: le prime tinte di violetto che macchiano il cielo si sposano con il verde delle colline e l’arenaria rossa, con la quale è costruita l’intera cittadella. Mi siedo sulle mura di cinta per permettere allo sguardo di spaziare fino all’orizzonte. Che pace!
    Conclusa la visita all’interno del palazzo, ci spostiamo nella Moschea, simile a quella di Delhi ma meno maestosa. Lasciata alle nostre spalle questa piccola oasi, l’assalto dei venditori ci ricorda che siamo ancora in India! A stento raggiungiamo la macchina e supplichiamo l’autista di portarci via. Arriviamo ad Agra che è praticamente buio. Mi diverte Mik che a un certo punto esclama “il mio albergo!”: siamo passati davanti all’albergo in cui aveva alloggiato durante la sua prima vacanza in India! Lui infatti ha già visto il Taj Mahal, ma sono io che non posso andare via da questo Paese senza averlo contemplato!
    L’albergo da noi scelto è davvero carino e decidiamo di restarvi per la cena. In una bellissima terrazza pavimentata con piastrelle di ceramica sono collocati alcuni tavolini molto bassi; per sedersi ci sono dei cuscini, alla maniera orientale. Trovo il tutto molto grazioso, ma Mik non sa dove mettere le sue lunghe gambe! Quasi certa, ormai, di non avere più ricadute oso ordinare un piatto di riso con le verdure, ma sono un po’ piccanti, ragion per cui decido di mangiarne solo metà.
    Soddisfatta della cena e dell’atmosfera romantica, vado a dormire, emozionata al pensiero di poter vedere finalmente lo straordinario Taj Mahal.
    (...)
    Ultima modifica di ayuthaya; 04-13-2012 alle 05:04 PM.

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    Se ti dico bello, brava, va a finire che ti gasi troppo...

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    Citazione Originariamente scritto da maurizio mos Vedi messaggio
    Se ti dico bello, brava, va a finire che ti gasi troppo...
    no, no, che dici? continua pure! prometto che nn mi gaso!!!!

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    L’albergo è abbastanza vicino al mausoleo, per cui la mattina dopo ci avviamo a piedi di buon’ora (ma non all’alba come avrei voluto io!). Purtroppo il cielo è completamente coperto e durante la notte ha persino piovuto!
    Una lunga trafila di controlli (compresa la perquisizione individuale) ci aspetta prima di poter entrare; le guardie sono severissime: è vietato introdurre qualsiasi oggetto pericoloso (a me sequestrano il taglierino che per sbaglio avevo lasciato nell’astuccio, dopo avermi chiesto severamente per quale motivo ne fossi in possesso), cibo, tabacco, fiammiferi e altri articoli ben specificati. A Michele fanno lasciare anche un piccolo treppiedi della macchina fotografica! Ma perché??? Non riusciamo a capirlo! Ma è anche vero che stiamo parlando dell’emblema architettonico dell’India nonché uno dei monumenti più importanti del mondo. La precauzione non è mai troppa.
    Non appena i miei occhi si posano sul tanto atteso monumento mi rendo immediatamente conto che la guida non mentiva: è davvero straordinario. Sarà anche il mito che avvolge la sua storia, ma mi si accappona la pelle.
    Il Taj Mahal è stato costruito per amore. Quello dell’imperatore Shah Jahan (lo stesso a cui si deve la magnifica Jama Mahasid) in ricordo della propria seconda moglie, morta di parto. La sua costruzione è durata ben ventidue anni e vi hanno partecipato più di ventimila artigiani; addirittura si dice che ad alcuni di essi furono tagliate le mani o i pollici perché la perfezione del Taj Mahal non potesse essere eguagliata! Ad alimentare il fascino della storia contribuisce anche la sorte subita dal suo ideatore: dopo essere stato deposto da suo figlio Aurangbez, Shah Jahan fu imprigionato nell’Agra Fort, dal quale poteva osservare il mausoleo da lui voluto sulla riva opposta del fiume.
    Il candore del marmo e la purezza dei volumi assolutamente simmetrici è sicuramente ciò che rende il Taj Mahal così perfetto. “Gioco sapiente, corretto e magnifico dei volumi raccolti sotto la luce” scriveva Le Corbusier… Il cielo nuvoloso mi ha costretto a vederlo nella sua luce forse peggiore, e pur sempre grandiosa; occorrerebbe tornare decine di volte a osservarlo, per poter godere delle infinite sfumature di cui la pietra si riveste col trascorrere delle ore e delle stagioni. Il primo sguardo coglie l’edificio da lontano: nei giorni di nebbia l’effetto deve essere straordinario, un po’ come succede a Venezia… Dopo aver oltrepassato il maestoso portale di arenaria rossa, ci avviciniamo affiancando il canale artificiale che attraversa tutto il cortile. I giardini ornamentali che circondano il mausoleo sono lussureggianti e ricchi di uccelli e scoiattoli.
    Ma neanche in un luogo così maestoso può mancare il lato comico: per poter salire sulla piattaforma su cui sorge l’edificio, siamo costretti a toglierci le scarpe! A me e Michele fa schifo il pensiero di camminare a piedi nudi e non ci viene in mente di infilarci delle buste di plastica per proteggerci dalle pozzanghere, per cui le nostre calze si infradiciano! Non possiamo mica rimetterci le scarpe in queste condizioni! Per cui ce le togliamo e le mettiamo momentaneamente nel mio zaino, avvolte in una busta…
    Al momento di andare via, ci accorgiamo che davvero Agra è il “peggio del peggio” per quanto riguarda i venditori! Non solo sono un’infinità, ma non demordono! Due, un uomo e un bambino, ci si appiccicano addosso e non ci mollano fino all’arrivo in albergo! Non riesco a credere ai miei occhi quando, già con la macchina in movimento, vedo i due tenaci commercianti premere ancora la merce contro i nostri finestrini!!!
    La prossima visita è al Forte, bellissimo anche questo. Da uno dei suoi lati è possibile osservare il Taj Mahal… da qualsiasi angolazione e distanza lo si contempli, è sempre uno spettacolo straordinario.
    Mentre Michele fa le dovute foto, mi capita un altro episodio divertente: un indiano mi chiede una foto insieme a lui e io ovviamente acconsento. Anziché poggiarmi il solito braccio sulla spalla o almeno starmi vicino, si tiene a un buon mezzo metro di distanza da me, ma so che gli indiani non amano effusioni in pubblico per cui penso sia normale. Il bello però viene qualche minuto dopo, quando a chiedermi una secondo foto è sua moglie: lei preferisce stringermi la mano e sorridere entusiasta verso l’obiettivo, neanche fossimo due capi di stato in un incontro a vertice!!! Sono piegata in due dalle risate quando lo racconto a Michele, ma adesso è ora di andare!
    Durante il viaggio di ritorno verso Delhi si conclude la vicenda delle nostre calze: quelle di Michele vengono buttate lungo la strada (è impossibile recuperarle ormai!), le mie decidiamo di incastrarle fuori del finestrino nella speranza che il vento le asciughi! E così i miei calzini restano a sventolare come una bandierina lungo tutto il tragitto…

  • #150
    e invece no
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    Ayuthaya, ho iniziato a leggerti, mi stai prendendo, ora devo andare, ma appena rientro continuo..!

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