Bellissimo argomento, purtroppo dimenticato sotto innumerevoli strati degni dell’archeoforumologia.
Mentre studiavo ingegneria, lavoravo come meccanico in un settore dove c’è tanta manualità.
Poi un giorno iniziai a studiare per l’esame relativo alla materia in cui lavoravo trovandomi per le mani un libro di 400 pagine di formule senza un solo esempio, senza una sola applicazione pratica.
Provai per anni a mettere insieme teoria e pratica facendo un buco nell’acqua immenso.
Facevo vedere le formule ai miei colleghi più esperti e non sapevano nemmeno di cosa stessi parlando.
Parlavo del mio lavoro con i professori e mi dicevano che lavoravo con dei praticoni (anche vero).
Ne parlavo con i tecnici delle grandi aziende a cui mi inspiravo e mi rispondevano per supercazzole.
Qualche giorno dopo la tesi, il mio prof mi invitò a fare un seminario all’università sul mio lavoro e…feci la pazzia di dire che le formule, nel nostro settore, avevano un senso molto limitato per almeno 4 ragioni:
- i parametri in gioco sono troppi e le loro interazioni imperscrutabili
- anche se potessimo gestirli tutti, anche se avessimo a disposizione la formula totale, ignoreremmo i valori di tanti parametri
- quando conosciamo i parametri, li conosciamo con il macchinario spento; appena lo accendiamo, cambiano e non sappiamo come e quanto
- in tutte le formule del libro, il coefficiente d’attrito era pari a una costante compresa tra 0 e 1, mentre nella realtà si ha un’iperbole all’andata e un’altra al ritardo
Conclusi dicendo che la matematica non andava gettata all’ortiche, anzi, che dovevamo adoperarla almeno per intuire cosa stavamo facendo ma senza illuderci che potessimo adoperarla come se fosse una sfera di cristallo.
Pensai che il prof mi avrebbe cacciato dall’aula e invece mi invitò per una dozzina d’anni fino ad andare in pensione.
Il bello è che anni dopo finii a lavorare in una di queste grandi aziende e allora chiesi al mio collega di smettere con le supercazzole e mi rispose che la verità non la conoscevano nemmeno loro e che non gliene importava neanche nulla.
Ancora adesso, 25 anni dopo, qualcuno continua a domandarmi se esiste la formula totale per fare il nostro lavoro e io continuo a dare la stessa risposta.
Anzi, aggiungo che il bello è proprio quello, che non potendo prevedere, dobbiamo sperimentare, sbagliare e ricominciare da capo, e rivedere tutte le nostre convinzioni, perciò figuriamoci se può esserci una formula finale!
In realtà, sì, ci sarà, ma non la conosciamo e se la conoscessimo, richiederebbe di inserire tanti dati che non conosciamo, perciò tanto vale non perderci troppo tempo: la ricerca della pietra filosofale dovrebbe insegnarci qualcosa.
Da una parte sono contento che sia così, perché ci sarà sempre da sbagliare e imparare.
Dall’altra mi dispiace perché la formula finale sarebbe bella, sarebbe bello unire tutte le conoscenze necessarie, vederle, capirle, avercele tra le mani, ma è un sogno.