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Discussione: Diritti umani e pena di morte

  1. #76
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    Citazione Originariamente scritto da Shoshin Vedi messaggio
    https://bologna-repubblica-it.cdn.am...o-248059909%2F






    Bisogna fare rumore.
    Bisogna fare sapere.
    "Facciamo rumore perché nessuno possa pensare di trattarlo come Giulio Regeni"
    Su Change.org c'è la petizione per questo studente dell'Università di Bologna. "Torturato, rischia accusa di terrorismo"
    Eipr chiede «l’immediato rilascio di Patrick George Zaki e la fine di «continue minacce e detenzioni arbitrarie a professionisti dei diritti umani, membri di gruppi di società civile e giornalisti.


    Forse la tutela degli interessi commerciali prevarrà, come è avvenuto per Giulio Regeni?

    "Pecunia non olet. Nel 2018 è decuplicato a oltre 69 milioni di euro l’export militare italiano verso l'Egitto, paese violatore seriale di diritti umani e con cui l'Italia vede aperto da 4 anni il contenzioso sull'assassinio a Il Cairo di Giulio Regeni"
    E’ polemica dopo le indiscrezioni sulla vendita da parte di Fincantieri di due navi militari all'Egitto. L’operazione potrebbe riguardare due fregate di ultima generazione, della classe Fremm, la 'Spartaco Schergat' e la 'Emilio Bianchi'. Il valore della commessa è di circa 1,2 miliardi di euro.
    La trattativa gestita da Palazzo Chigi e Fincantieri.
    Ultima modifica di qweedy; 02-09-2020 alle 09:01 PM.

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    Qui si può firmare l'appello di Amnesty International per Patrick:

    https://www.amnesty.it/



    Patrick George Zaky, attivista e ricercatore egiziano di 27 anni, si trova dall’8 febbraio in detenzione preventiva nella città di Mansoura. Ha già subito minacce ed è stato picchiato e torturato con scosse elettriche.

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  • #78
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    Nell’opera dell’artista Laika, il giovane dottorando dell’università di Cambridge ucciso all’inizio del 2016 rassicura Zaky, arrestato venerdì scorso.
    Il murales è apparso la scorsa notte a Roma in via Salaria, sul muro che circonda Villa Ada, a pochi passi dell’Ambasciata d’Egitto. Davanti alle due figure campeggia la parola “Libertà” scritta in lingua araba.

    “‘Stavolta andrà tutto bene’ ha un doppio significato”, dice Laika. “Serve a rassicurare Patrick, ma soprattutto a mettere davanti alle proprie responsabilità il governo egiziano e la comunità internazionale. Non si può permettere che quanto accaduto a Giulio Regeni e a troppi altri, avvenga di nuovo. Stavolta deve andare tutto bene. Mi auguro che questa vicenda vada a finire bene e che Zaki venga liberato il prima possibile. Spero anche che, pur non essendo un cittadino italiano, il nostro paese possa vigilare su quanto sta accadendo".

    https://www.huffingtonpost.it/entry/...6_twb6rdgikQUg

    per firmare l'appello:
    https://www.amnesty.it/

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  • #79
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    Il tribunale di Mansura ha respinto stamattina la richiesta di scarcerazione presentata dai legali di Patrick George Zaky, al termine di un'udienza durata appena 10 minuti.

    Patrick George Zaki è un prigioniero di coscienza detenuto esclusivamente per il suo lavoro in favore dei diritti umani e per le opinioni politiche espresse sui social media.

    Il Parlamento egiziano dichiara l'ingerenza dell'Unione Europea negli affari interni "inaccettabile e un attacco contro il potere giudiziario egiziano".

    Roma, cancellato il murale con l’abbraccio di Regeni a Zaki sul muro dell'ambasciata egiziana.

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  • #80
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    https://www.google.com/amp/www.ansa....18c77448c.html

    https://youtu.be/Ec8zu0fOaSI


    Se potete andate a vedere questo
    docufilm che vi toccherà dentro.

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    "Siamo proprio nell'ultima linea di difesa..."

    https://www.festivaletteratura.it/it...araj-bayrakdar

    La traduzione simultanea dell'intervista al poeta Faraj
    Bayrakdar è disponibile utilizzando
    il primo tasto a destra.

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  • #82
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    Da Amnesty International Italia:

    Oggi è morto Luis Sepulveda. Il suo impegno per i diritti umani è stato sempre grande e instancabile. Le sue parole sono un patrimonio comune. Ecco quelle che ci ha dedicato 20 anni fa ricordando l'impegno della nostra associazione per la sua liberazione al tempo della persecuzione del regime di Pinochet.

    "Venti anni fa, mi sono fermato davanti alla porta di una casa ad Amburgo. Lì viveva una persona di cui conoscevo appena il nome, Ute Klemmer e, nonostante avessi ricevuto da lei una dozzina di lettere, nel risponderle non mi era mai capitato di chiederle l’età o se avesse una famiglia. Stavo per conoscerla e per questo non dovevo fare altro che suonare il campanello, però una forza poderosa mi impediva di alzare la mano. Era una forza che mi obbligava a rivedere I dettagli della mia vita che mi avevano portato fino a lì.
    Nessuno è capace di precisare quale sia la cosa peggiore del carcere, dell’essere prigioniero di una dittatura, di qualunque dittatura, e nemmeno io posso indicare se il peggio di tutto ciò che ho dovuto sopportare sia stata la tortura, I lunghi mesi di isolamento in una fossa che mi appestava, il non sapere se fosse giorno oppure notte, l’ignorare da quanto tempo stessi nelle mani degli sbirri di Pinochet, I simulacri di fucilazione, I compagni morti o la denigrazione costante e sistematica. Tutto è peggio in carcere, e ricordo specialmente un momento in cui I militari quasi ottennero ciò che volevano: che accettassi volontariamente di essere annichilito e condannato all’atroce solitudine degli sconfitti.
    Al termine di un processo sommario del tribunale militare in tempo di guerra, tenuto a Temuco nel febbraio 1975 e nel quale fui accusato di tradimento della patria, cospirazione sovversiva e appartenenza a gruppi armati, insieme ad altri delitti, il mio difensore d’ufficio (un tenente dell’esercito cileno) uscì dalla sala dove si celebrava il processo senza la presenza di noi accusati – che aspettavamo in una stanza vicina – e con gesti euforici mi informò che era andato tutto bene per me: ero riuscito a liberarmi della pena di morte e in cambio mi si condannava solamente a ventotto anni di prigione.
    Allora io ero un uomo giovane, avevo venticinque anni e non seppi come reagire quando, dopo un calcolo elementare, scoprii che avrei recuperato la libertà a cinquantatrè anni.
    E’ anche certo che allora ero un ottimista a oltranza – ancora lo sono – e mi ripetevo che la dittatura non sarebbe durata tanto, ma alle volte, soprattutto durante le lunghe notti, la ragione si imponeva e cominciai ad accettare che forse la dittatura sarebbe stata lunga, molto lunga, e che avrei perso I migliori anni della mia vita tra I muri del carcere.
    I compagni, le lettere della famiglia e di alcuni amici mi davano coraggio, anche se non smettevano di ripetermi che per disgrazia non potevano fare più niente per aiutarmi e che l’unica cosa importante era che io fossi vivo. Si. Ero vivo, però la vita cominciò ad avere un terribile sapore di solitudine di fronte all’ingiustizia fino a che, una mattina, un soldato mi consegnò una lettera. La aprii e dopo averla letta seppi che, a migliaia di chilometri di distanza, ad Amburgo, c’era una persona, Ute Klemmer, che era disposta ad aiutarmi fino a tirarmi fuori dalla prigione.
    Così iniziò uno scambio epistolare che rese meno brutali I giorni della segregazione. Nelle sue lettere, Ute mi parlava degli sforzi della sezione amburghese di Amnesty International per aiutare I numerosi cileni che si trovavano in condizioni simili alla mia, e le descrizioni della sua città e delle centinaia di atti di solidarietà ai quali assisteva, portavano brezze di libertà fino al carcere di Temuco.
    Un giorno nel 1977, grazie al lavoro, alla costanza dei membri di Amnesty International, ottenni che I militari cileni rivedessero il mio caso e alla fine mi cambiarono I venticinque anni di prigione con otto di esilio, che in realtà e a dimostrazione del rispetto dei militari cileni per la giustizia, si prolungarono a sedici lunghi anni senza poter calpestare la terra cilena.
    Per questo, detto in maniera più semplice, devo la mia libertà ad Amnesty International, alle sigle di AI, a Ute Klemmer e a tutte e tutti coloro che in tanti paesi lavorano instancabilmente in difesa dei diritti umani, in difesa dei perseguitati in tutti gli angoli del pianeta.
    Quella mattina, ad Amburgo, quando ho avuto finalmente la forza, ho alzato la mano e suonato il campanello. Dopo pochi secondi, si è aperta la porta e mi sono trovato di fronte una ragazza dall’aspetto molto fragile.
    – Vive qui Ute Klemmer?-, ho chiesto.
    – Si. Sono io -.
    Quindi ho preso le sue mani e le ho detto “GRAZIE”.
    Grazie per la mia libertà e per la libertà di tanti. Grazie per quella forza, per quella coerenza, per quella determinazione nella lotta, per quella generosità che esalta l’essere umano. E oggi, come faccio da ventanni, ripeto quel “Grazie” nell’unico modo possibile: partecipando a tutte le azioni di Amnesty International e invitando I miei lettori e amici ad appoggiare gli sforzi di Amnesty International, l’unica istituzione che vegli per la dignità umana, per il diritto fondamentale alla giustizia e per il dovere di coscienza di opporsi alle tirannie.
    Ad Amnesty International tutta la mia gratitudine, la mia ammirazione e la sempre presente disposizione a collaborare in tutto quanto sia necessario.
    Un abbraccio fraterno alla sezione italiana di Amnesty International."

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    Citazione Originariamente scritto da qweedy Vedi messaggio


    Da Amnesty International Italia:

    Oggi è morto Luis Sepulveda. Il suo impegno per i diritti umani è stato sempre grande e instancabile. Le sue parole sono un patrimonio comune. Ecco quelle che ci ha dedicato 20 anni fa ricordando l'impegno della nostra associazione per la sua liberazione al tempo della persecuzione del regime di Pinochet.

    "Venti anni fa, mi sono fermato davanti alla porta di una casa ad Amburgo. Lì viveva una persona di cui conoscevo appena il nome, Ute Klemmer e, nonostante avessi ricevuto da lei una dozzina di lettere, nel risponderle non mi era mai capitato di chiederle l’età o se avesse una famiglia. Stavo per conoscerla e per questo non dovevo fare altro che suonare il campanello, però una forza poderosa mi impediva di alzare la mano. Era una forza che mi obbligava a rivedere I dettagli della mia vita che mi avevano portato fino a lì.
    Nessuno è capace di precisare quale sia la cosa peggiore del carcere, dell’essere prigioniero di una dittatura, di qualunque dittatura, e nemmeno io posso indicare se il peggio di tutto ciò che ho dovuto sopportare sia stata la tortura, I lunghi mesi di isolamento in una fossa che mi appestava, il non sapere se fosse giorno oppure notte, l’ignorare da quanto tempo stessi nelle mani degli sbirri di Pinochet, I simulacri di fucilazione, I compagni morti o la denigrazione costante e sistematica. Tutto è peggio in carcere, e ricordo specialmente un momento in cui I militari quasi ottennero ciò che volevano: che accettassi volontariamente di essere annichilito e condannato all’atroce solitudine degli sconfitti.
    Al termine di un processo sommario del tribunale militare in tempo di guerra, tenuto a Temuco nel febbraio 1975 e nel quale fui accusato di tradimento della patria, cospirazione sovversiva e appartenenza a gruppi armati, insieme ad altri delitti, il mio difensore d’ufficio (un tenente dell’esercito cileno) uscì dalla sala dove si celebrava il processo senza la presenza di noi accusati – che aspettavamo in una stanza vicina – e con gesti euforici mi informò che era andato tutto bene per me: ero riuscito a liberarmi della pena di morte e in cambio mi si condannava solamente a ventotto anni di prigione.
    Allora io ero un uomo giovane, avevo venticinque anni e non seppi come reagire quando, dopo un calcolo elementare, scoprii che avrei recuperato la libertà a cinquantatrè anni.
    E’ anche certo che allora ero un ottimista a oltranza – ancora lo sono – e mi ripetevo che la dittatura non sarebbe durata tanto, ma alle volte, soprattutto durante le lunghe notti, la ragione si imponeva e cominciai ad accettare che forse la dittatura sarebbe stata lunga, molto lunga, e che avrei perso I migliori anni della mia vita tra I muri del carcere.
    I compagni, le lettere della famiglia e di alcuni amici mi davano coraggio, anche se non smettevano di ripetermi che per disgrazia non potevano fare più niente per aiutarmi e che l’unica cosa importante era che io fossi vivo. Si. Ero vivo, però la vita cominciò ad avere un terribile sapore di solitudine di fronte all’ingiustizia fino a che, una mattina, un soldato mi consegnò una lettera. La aprii e dopo averla letta seppi che, a migliaia di chilometri di distanza, ad Amburgo, c’era una persona, Ute Klemmer, che era disposta ad aiutarmi fino a tirarmi fuori dalla prigione.
    Così iniziò uno scambio epistolare che rese meno brutali I giorni della segregazione. Nelle sue lettere, Ute mi parlava degli sforzi della sezione amburghese di Amnesty International per aiutare I numerosi cileni che si trovavano in condizioni simili alla mia, e le descrizioni della sua città e delle centinaia di atti di solidarietà ai quali assisteva, portavano brezze di libertà fino al carcere di Temuco.
    Un giorno nel 1977, grazie al lavoro, alla costanza dei membri di Amnesty International, ottenni che I militari cileni rivedessero il mio caso e alla fine mi cambiarono I venticinque anni di prigione con otto di esilio, che in realtà e a dimostrazione del rispetto dei militari cileni per la giustizia, si prolungarono a sedici lunghi anni senza poter calpestare la terra cilena.
    Per questo, detto in maniera più semplice, devo la mia libertà ad Amnesty International, alle sigle di AI, a Ute Klemmer e a tutte e tutti coloro che in tanti paesi lavorano instancabilmente in difesa dei diritti umani, in difesa dei perseguitati in tutti gli angoli del pianeta.
    Quella mattina, ad Amburgo, quando ho avuto finalmente la forza, ho alzato la mano e suonato il campanello. Dopo pochi secondi, si è aperta la porta e mi sono trovato di fronte una ragazza dall’aspetto molto fragile.
    – Vive qui Ute Klemmer?-, ho chiesto.
    – Si. Sono io -.
    Quindi ho preso le sue mani e le ho detto “GRAZIE”.
    Grazie per la mia libertà e per la libertà di tanti. Grazie per quella forza, per quella coerenza, per quella determinazione nella lotta, per quella generosità che esalta l’essere umano. E oggi, come faccio da ventanni, ripeto quel “Grazie” nell’unico modo possibile: partecipando a tutte le azioni di Amnesty International e invitando I miei lettori e amici ad appoggiare gli sforzi di Amnesty International, l’unica istituzione che vegli per la dignità umana, per il diritto fondamentale alla giustizia e per il dovere di coscienza di opporsi alle tirannie.
    Ad Amnesty International tutta la mia gratitudine, la mia ammirazione e la sempre presente disposizione a collaborare in tutto quanto sia necessario.
    Un abbraccio fraterno alla sezione italiana di Amnesty International."
    Grazie per questa condivisione.
    Lascio qui la testimonianza commossa
    di Ilide Carmignani,traduttrice dei libri di Sepulveda
    in italiano.

    https://youtu.be/6AWk7eTaVgw

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    Predefinito Il silenzio degli innocenti

    Ricevo con frequenza messaggi da parte di Amnesty
    International su ciò che accade nel mondo di ingiusto
    e spietato...

    https://www.amnesty.it/una-condanna-...mpaign=DEM7100

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